Milano 26 Marzo 2021

La stanza dell’analista è un luogo misterioso e affascinante, rifugio segreto in cui prendono forma ricordi, fantasmi, attese. Che cosa vi accada davvero è oggetto di curiosità per gli addetti ai lavori, ma anche per le persone che mai ci sono state e che, forse, un giorno ci potrebbero entrare. Un luogo-non-luogo, uguale a se stesso, dove la staticità e le regole del setting garantiscono la possibilità del viaggio e della scoperta. La stanza d’analisi è pensata in ogni particolare, un luogo accogliente con spazi delineati, dove il terapeuta e il paziente scoprono e costruiscono qualcosa di nuovo, non solo il paziente del paziente ma anche l’analista dell’analista. Per gli operatori è una meta professionale, un obiettivo, una conferma d’identità. «Nella stanza dei sogni avvengono ristrutturazioni significative e inaspettate. Quelle dei nostri interlocutori, spesso anche le nostre», conferma Roberto Pietro Goisis che a questo luogo ha dedicato un libro, La Stanza dei Sogni, un analista e i suoi pazienti, uscito per Enrico Damiani Editore. Goisis è medico, psichiatra, psicoanalista con oltre quarant’anni di attività clinica.

Pietro Roberto Goisis, nato a Bergamo, psichiatra e psicoanalista, lavora a Milano dal 1978, città dove vive dal 1980. Docente presso l’università Cattolica di Milano, nel 2014 ha scritto “Costruire l’adolescenza” e nel 2016 “Una mente aperta” entrambi per Mimesis Edizioni

Da cosa nasce questo libro?

«Prima di tutto dal piacere e dal bisogno di scrivere. E dalla presunzione di avere qualcosa da dire. Dopo un lungo percorso professionale, ho voluto condividere chi sono e le mie idee sulla professione. Condividere non solo, o non tanto, gli aspetti clinici quanto quelli umani. Ho voluto raccontare il terapeuta in modo più semplice, più accessibile, attraverso una dimensione narrativa. Il libro originariamente nasce come raccolta di storie dei pazienti che ho incontrato in questi anni; poi ho deciso di aggiungere il polo dell’analista: mi sono messo in gioco con elementi che mi riguardano, la mia storia. Dedicato a tutti i colleghi, perché abbiano il coraggio di dire veramente quello che succede nella stanza, a quelli più giovani perché riescano ad osare nella professione, e alle persone, anche quelle che non ci sono mai state, per incuriosirle».

É un libro che parla degli aspetti umani dell’analista: sentimenti, simpatie, errori. Da questa parte della poltrona c’è un essere umano?

«Chiunque faccia la mia professione conosce benissimo i sentimenti che si provano nella relazione con i pazienti, ma per uno strano motivo ci hanno ripetuto a lungo che l’analista deve essere solo una sorta di specchio opaco. Io credo che chiunque metta piede in una “stanza dei sogni” venga travolto da molte emozioni, con le quali bisogna rimanere in contatto».

La copertina del libro “Nella stanza dei sogni” che Roberto Goisis ha scritto per Enrico Damiani Editore

Quante volte ci si “innamora” di una propria o proprio paziente?

«Spesso, molto spesso; succede più di quanto si pensi. E so per certo che accade anche agli altri colleghi. Mia moglie, che fa il mio stesso mestiere, me lo dice sempre: “Da come ne parli, mi accorgo che ti sei innamorato (in senso platonico) di quella paziente”. Il fatto di essere psicoanalisti, medici “delle emozioni”, non esclude di essere anche dotati di sentimenti. Questo rappresenta un bene per i pazienti, che si trovano ad instaurare un rapporto con una persona senziente e non con uno specchio muto. Sta poi alle nostre competenze saper scindere la dimensione terapeutica dalle emozioni, senza farsene travolgere. Nel libro si intrecciano diversi filoni tematici: uno è la storia della vita, con la giovinezza, l’adolescenza, la crescita, l’altro è rappresentato dai percorsi nella stanza, come entrare, frequentare, uscire. Chiunque ci si può ritrovare perché non sono solo storie di malattia bensì di umanità, del nostro modo di funzionare ed essere. Non è vero che siamo aridi di emozioni, direi più che facciamo fatica ad entrarci in contatto».

Poi ci sono grandi tematiche come il cambiamento, la morte, l’omosessualità….

«Omosessualità, appunto. La storia di Leo, condotto nella stanza dai genitori preoccupati che potesse essere omosessuale per via di un’amicizia speciale con un compagno di classe. Quando lo ho incontrato mi sono trovato di fronte ad un ragazzo più adulto del previsto, autonomo e indipendente. Il fulcro dei suoi pensieri era Luca, il compagno gentile. Per Leo era facile dare una definizione ai propri sentimenti: “Sono omosessuale, che problema c’è?” O come la storia di Lorenzo, un giovane adulto, che arriva nella stanza con una richiesta di aiuto: “Dottore sono gay, adesso lei deve farmi diventare eterosessuale” e argomenta con un’accurata documentazione sul tema, scaricata dal dottor Google. “Essere riparato” rappresentava la soluzione di ogni problema. Il percorso terapeutico porta Lorenzo a essere se stesso senza timore di essere giudicato, senza vergogna per i suoi sentimenti. Il cammino si conclude con la partenza per un ambizioso progetto di ricerca universitaria a San Diego».

La stanza genera cambiamento, del paziente ma anche dell’analista….. no?

«Questo libro racconta come è cambiata la professione e, fortunatamente, come sono mutato io. I cambiamenti avvenuti in me sono stati frutto delle esperienze e dell’incontro con le persone. Siamo in due dentro la stanza ed è normale che dal nostro incontro nascano influenze reciproche. Qualcuno arriva a dire che noi analisti ci curiamo attraverso i pazienti. Sicuramente grazie all’incontro possiamo migliorarci. Quelli che mi hanno cambiato di più sono gli adolescenti».

Secondo Roberto Goisis dall’incontro fra paziente e analista scaturiscono cambiamenti importanti, anche per quest’ultimo, soprattutto nell’incontro con gli adolescenti (foto Freepik)

L’adolescenza è un filo rosso. Ricorre spesso il tema e gran parte delle storie che racconta sono di adolescenti. Che cosa hanno rappresentato nella sua storia professionale?

«Facendo mia una citazione di Franςois Truffaut: “Rischierei di esagerare se dicessi che gli adolescenti mi hanno salvato”. Mi hanno salvato dal non diventare quel tipo di psicoanalista che non ho mai voluto essere. Gli adolescenti, con la loro dirompenza, hanno una capacità maggiore di metterti di fronte ai tuoi limiti professionali, di rompere gli schemi, di dare valore alle giuste esigenze di tempo libero del paziente. Ad esempio, difficilmente si sdraiano sul lettino della stanza, perché ricercano un contatto visivo con il terapeuta; questo mi ha spinto ad apprendere tecniche diverse. E ancora, è difficile che gli adolescenti rispettino le programmazioni temporali degli adulti: di solito gli incontri sono molto più diluiti nel tempo perché loro ricercano la terapia in momenti nodali della crescita. Gli adolescenti sono stati la chiave per entrare più profondamente in contatto con le mie emozioni».

Come mai il titolo “stanza dei sogni”?

«In realtà nel libro si parla poco dei sogni. Quel titolo è inteso più come desiderio, speranza, possibilità che in questa stanza avvenga un cambiamento positivo».

Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann

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