Il bel paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe è fragile, è quello con il maggior numero di frane in Europa; da sempre si sbriciola per gli eventi sismici, per le piogge diffuse e intense, per l’incuria umana, per  l’uso sconsiderato del suolo e per lo sviluppo urbanistico disordinato. La franosità del territorio italiano è storicamente nota. Dante Alighieri nel XII canto dell’Inferno descrive con dovizia di particolari una grande frana, Lavini di Marco, ubicata nella Valle del Fiume Adige. Tito Livio, nel suo Ab Urbe condita, racconta di frane generate da un terremoto durante la battaglia del Trasimeno nella seconda guerra punica (giugno 217 a.C). In tempi ben più recenti, Carlo Levi, nel suo Cristo si è fermato ad Eboli, parla di frane innescate da piogge, di case precipitate. Nei giorni scorsi a causa delle ingenti precipitazioni si sono verificati centinaia di fenomeni franosi in tutta la penisola; ultimo, quello che ha sbriciolato il viadotto dell’A6 Savona–Torino. La fragilità geomorfologica che caratterizza il nostro Paese emerge chiaramente dalle ricerche condotte negli ultimi anni da Enti di ricerca, dalla Protezione Civile, dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Nel 2018 quest’ultimo ha presentato il rapporto annuale in cui si traccia un quadro complessivo del dissesto idrogeologico in Italia, puntando l’attenzione sulle condizioni di pericolosità. Da un’attenta lettura si scopre che l’Italia è in Europa il Paese con il maggior numero di frane: su circa 750.000  riconosciute nel vecchio Continente, ben 620.808 sono state censite in Italia. La superficie interessata è dell’ordine dei 23.700 km2, pari all’8 per cento del territorio montuoso e collinare. Le aree a pericolosità di frana (comprensive sia di quelle già interessate da movimenti di massa sia di quelle potenzialmente instabili) coprono una superficie di 59.981 Km2, pari al 20 per cento del territorio italiano. Numeri significativi che ci pongono in una situazione oggettivamente precaria. Ancora, se si considerano le aree a pericolosità alta o elevata, queste assommano a circa 25.500 Km2, pari all’8,5 per cento della superficie del Paese. I centri urbani colpiti da frane sono ben 5.700, pari al 70 per cento del totale; di questi, ben 2.900 sono in uno stato critico di pericolosità. Sebbene le frane interessino tutte le regioni italiane, le più colpite sono la Toscana, l’Emilia Romagna, la Liguria e la Calabria. Anche la Basilicata, la regione dove lavoro, è particolarmente suscettibile al dissesto idrogeologico: le frane censite sono circa 18.000.

L’Italia vanta un gran numero di beni culturali e, insieme alla Cina, detiene il primato di siti inclusi nella lista dei Patrimoni dell’Umanità: sono ben 55. Studi recenti hanno evidenziato la fragilità geomorfologica di questi luoghi. Su un totale di 203.665 beni culturali presenti nella Banca del Ministero per i beni e le attività culturali, 37.847 sono soggetti a frane (il 18,6%), mentre 11.712 (il 5,8%) ricadono in aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata. Un esempio per tutti: uno studio recente condotto dallo scrivente sul rischio di frana presente nel Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano (dal 1993 Patrimonio Mondiale dell’Umanità), ha evidenziato che su 38 chiese rupestri analizzate, ben 25 si trovano in aree soggette a dissesto idrogeologico per frana e/o per erosione e 19 sono colpite da frane.

Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano. Evidenti segni di instabilità geomorfologica in corrispondenza di un sito rupestre

Ogni anno – e sono in continuo aumento – qualche centinaio di eventi distruttivi dovuti a frane causano vittime, feriti, danni a strutture urbane, ad infrastrutture di comunicazione, a beni culturali. Nel periodo 2014 – 2018 si sono verificati 119 eventi da frana che hanno causato 43 vittime, almeno 111 feriti e quasi 8.000 evacuati e senza tetto. Questi fenomeni hanno interessato 538 località di 415 Comuni di venti Regioni, specialmente la Liguria, la Campania, la Toscana e la Sicilia. Anche il 2019 è stato un anno “nero” per le calamità idrogeologiche. Un rapporto stilato dall’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, evidenzia che nel primo semestre del 2019 si sono registrate 8 frane che hanno generato 3 vittime, 6 feriti e qualche centinaio di senzatetto. Anche in questi casi, la principale causa sono state le piogge intense e concentrate. Una degli eventi più significativi del 2019 – per fortuna non ha provocato vittime e feriti – è la grande frana di Pomarico, un piccolo centro urbano della provincia di Matera, di cui mi occupo come ricercatore e componente della Commissione di Protezione Civile della Regione Basilicata, frana prodotta ed evoluta dal 25 gennaio al 29 gennaio 2019, con tipologie e meccanismi complessi. Particolarmente rovinosa: ha tranciato Corso Vittorio Emanuele, l’arteria più importante di collegamento urbano, ha distrutto 20 abitazioni civili e alcuni esercizi commerciali, ha irrimediabilmente danneggiato 12 fabbricati e ha imposto lo sgombero di altri 25 (vedi foto d’apertura).

Come affrontare tutto questo? Le ricette per risolvere, o quanto meno mitigare il dissesto idrogeologico in Italia, sono conosciute da sempre: investimenti pubblici, interventi di prevenzione (stime recenti indicano un fabbisogno di 40 miliardi di euro, 2,5 miliardi all’anno per 15 anni, per mettere in sicurezza il nostro territorio); capacità di spesa di questi fondi e semplificazioni burocratiche (la Corte dei Conti ha evidenziato come le risorse economiche effettivamente erogate alle Regioni a valere sul Fondo progettazione contro il dissesto 2016-2018, dal 2017 alla fine del 2018 rappresentavano solo il 19,9 per cento  dei 100 milioni di euro in dotazione al fondo); incremento significativo dei finanziamenti per la ricerca nel campo della valutazione e della mitigazione dei rischi naturali; bonus fiscali e semplificazione burocratica per l’intervento di privati. Ma soprattutto, l’acquisizione di una maggior consapevolezza con un piano di comunicazione del rischio, di educazione civica, con il finanziamento di corsi di studio in Scienze Geologiche e in Ingegneria Ambientale e Civile che abbiano come obiettivo primario quello di dotare gli allievi di strumenti e tecniche innovative per la previsione e la prevenzione del rischio di frana.

Immagine di apertura: Veduta da drone della frana di Pomarico del gennaio 2019 (foto di Angelo Doglioni).

Nato a Cosenza, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università La Sapienza di Roma è Professore Ordinario di Geologia Applicata nella Scuola di Ingegneria dell'Università degli Studi della Basilicata, dove insegna Geologia Applicata. Autore di circa 190 lavori scientifici sulle tematiche di valutazione e di tutela del rischio idrogeologico e ambientale, è stato Editor di alcuni volumi riguardanti tematiche di rischio geologico.

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