Stando a quanto riporta la Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sul Femminicidio, sono 104 le donne uccise in Italia dal 1° gennaio al 20 novembre 2022. E, secondo l’Istat, quando la violenza è già in atto, la quota di donne che non ne parla con nessuno è alta, con tassi di denuncia che si fermano al 12,2 per cento. Questo aspetto rende la situazione ancora più grave di quello che i numeri, raccolti finora, già mostrano nero su bianco. Perché non parlano le donne, perché non denunciano, solo per paura? Difficile da credere. C’è qualcosa di più complesso che i fiumi di inchiostro spesi sull’argomento, anche nell’ultima ricorrenza della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non indagano. Il femminicidio è un neologismo che risale agli anni Novanta, per qualificare gli omicidi basati sul genere, che vedono come vittima la donna “in quanto donna”. Ma dietro ad un omicidio all’interno di una coppia o di una ex coppia c’è una “relazione”, spesso un matrimonio o una convivenza. E l’omicidio è il punto di rottura, di non ritorno di una relazione di amore patologica, malata da entrambe le parti, da parte dell’uomo, ma anche da parte delle donne. E non dimentichiamo la frequenza dell’omicidio/suicidio – circa il 26 per cento dei casi di femminicidio, ma è difficile avere dati precisi – sulla quale gli psichiatri lavorano da tempo. Interessante il punto di vista dello psichiatra Vittorino Andreoli, secondo il quale dopo la separazione l’uomo si ritrova privo di qualunque punto di riferimento e la perdita dell’oggetto amato deve coincidere con la propria fine. Ed è su questi aspetti, assai più complessi della semplice e ossessiva denuncia del fenomeno, presentato sempre in chiave vittimistica, che bisogna lavorare per scardinare una realtà dolorosa che pare non avere vie di uscita. La mentalità maschilista svolge un ruolo fondamentale, è fuor di dubbio, il gioco del possesso è spaventoso, la misoginia è dura a morire, ma questa mentalità nel nostro Paese è spesso condivisa anche da molte, troppe, donne in cerca dell’uomo forte, dell’uomo protagonista da mettere al centro della loro vita con cui instaurano, troppo spesso, un rapporto di dipendenza. E poco c’entra la mentalità patriarcale mediterranea perché i dati ci dicono che i femminicidi sono molto più frequenti in Finlandia che nel nostro Paese. L’emancipazione dal rapporto malato di dominio dell’uomo sulla donna deve passare, inevitabilmente, da una nuova visione della relazione che punti alla parità, al rispetto dell’identità dell’altro, alla condivisione delle responsabilità. Da parte degli uomini, ma anche da parte delle donne. Un’operazione culturale di cui i media e la televisione di Stato, ma anche la Scuola, dovrebbero farsi carico prima possibile. Altrimenti avremo ancora, sempre e soltanto, manifestazioni con le scalinate gremite di scarpette rosse.

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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