sabato 8 Maggio 2021

FRANCAMENTE...

"La scomposta arringa di Beppe Grillo in difesa del figlio Ciro accusato di stupro, affidata ad un video sui social, ha suscitato reazioni indignate, anche nel mondo politico inevitabilmente. Una vera tempesta mediatica. Fermo restando che se non ci fosse stata la ribalta dei social tutto questo non sarebbe avvenuto, viene da chiedersi se il mondo di Facebook, Instagram e Twitter sia oggi la vetrina di quella che una volta si chiamava l’opinione pubblica. Non credo, e per una serie di ragioni. Se è vero che i social network sono nati come strumento di condivisione di opinioni e di partecipazione ad un dibattito, quindi con aspirazioni qualitative, è altrettanto vero che si sono mossi ben presto verso la contabilità, ovvero la misura della popolarità di un’opinione o di un avvenimento attraverso i "mi piace" e le condivisioni. Un dato numerico, quindi. «La conta dei like dà la possibilità di creare una scala di valori che richiama quella commerciale» ha sottolineato di recente la scrittrice Letizia Pezzali sul "Domani". E ha perfettamente ragione: con questo meccanismo si entra nella logica del mercato più che nel mondo delle opinioni. Quando una notizia o un evento hanno tanti like diventano importanti, quando una presa di posizione ha tante condivisioni diventa dominante, quando un personaggio ha tanti follower, conta, ha un peso. Anche commerciale? Ma certo. L’esempio di Chiara Ferragni è illuminante. Come riporta nella rubrica "Per un pugno di euro" di questo numero Giacomo Ferrari, appena la signora è entrata nel consiglio di amministrazione di Tod’s, il titolo del marchio è volato in borsa. Sono i 23 milioni di follower dell’imprenditrice digitale a fare la differenza. Questo è proprio mercato, ma anche nel mondo delle opinioni i social attuano qualcosa di simile, portando alla ribalta e quindi selezionando, con i loro like e follower, un’idea o una esperienza che diventa “vincente”, e convincente, in forza della misurabilità del consenso. Una meccanismo di pericolosa semplificazione che rischia di sfociare in nuovi conformismi che con la libertà di espressione tanto sbandierata sui social hanno poco a che spartire. Non a caso Twitter, Facebook e Instagram, a differenza di Youtube, non prevedono il “non mi piace”, ossia il pollice verso, che potrebbe corrispondere ad un più sano dibattito. Anche se poi gli utenti trovano il modo di esprimere il loro scontento con la ”tempesta mediatica”. L’opinione pubblica sfugge ai meccanismi di mercato voluti dalle aziende proprietarie dei social; è, fortunatamente, animata da dinamiche molto più complesse e contradditorie e da una pluralità di idee non certo riconducibile ad un like. Milano 25 Aprile 2021    "

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