Milano 23 Maggio 2020

Essere poveri non basta. Essere miserabili è qualcosa di ben diverso. Il termine implica uno squallore, una miseria umana e spirituale che va molto oltre la condizione di indigenza. Miserabile è chi è costretto a una vita disumana, chi è perseguitato dalla sorte, o anche chi compie azioni efferate, chi prova sentimenti ignobili. Chi, secondo i casi, può suscitare sdegno o pietà. I Miserabili raccontati da Ladj Ly, da qualche giorno disponibile in streaming su MioCinema.it e su Sky Prima Fila, racchiudono tutto questo. Sono gli invisibili delle desolate periferie urbane, gli emarginati senza appello, i piccoli delinquenti, i ragazzi in rivolta contro una società che non ha né tempo né voglia di rivolgere loro nemmeno uno sguardo, limitandosi a rinchiuderli in un ghetto, negandogli un qualsiasi futuro. Tante ragioni per cui quello di Ladj Ly è un film necessario oltre che bellissimo. Un thriller adrenalinico che apre le porte di un mondo a parte, sconosciuto a chi non ha avuto la sventura di nascerci o di finirci, un inferno senza via d’uscita per esseri umani di serie B. O anche Z.

La locandina del film “I miserabili”, di Ladj Ly, vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes

A oltre un secolo e mezzo dall’uscita del capolavoro di Victor Hugo, questo regista 42enne di origine maliana cresciuto in una delle tante banlieue francesi, dimostra di saperne raccogliere l’eredità morale e sociale tracciando con consapevole realismo il ritratto di un’umanità senza tetto né legge. Il riferimento a Hugo non è affatto casuale. Tutto accade infatti a Montfermeil, una manciata di chilometri da Parigi, lo stesso sobborgo dove ai primi dell’Ottocento il forzato Jean Valjean incontra la piccola Colette. Proprio qui, in questa terra di nessuno popolata di alveari di cemento, è cresciuto Ladj Ly. Quella realtà incandescente di immigrati, spacciatori, poveri cristi senza lavoro, lui la conosce bene. Anche lui ha avuto a che fare con la legge, ha insultato qualche sbirro, ha menato le mani, è stato arrestato. Ma il cinema, come ben sapeva Truffaut, ragazzo selvaggio finito in riformatorio, a volte salva una vita. E ne racconta tante altre.

Stephane (Damien Bonnard), a sinistra, e Gwada (Djibril Zonga) sono due agenti alle prese con la realtà incandescente delle periferie parigine

Con la sua cinepresa e insieme con il collettivo artistico Kourtrajmé, Ly (che a Montfermeil ha aperto una scuola di cinema gratuita per i ragazzi del quartiere) ha iniziato a riprendere quel che vedeva e sentiva intorno. A documentare una landa desolata e vitalissima retta da regole e gerarchie tutte sue. Dove lo Stato non ha mai messo piede e tutto quello che fa è mandare qualche ronda di poliziotti dall’aria truce, che lì ben sanno di essere in frontiera ma anche di aver mano libera per soprusi di ogni genere.
Come nel film fanno i tre agenti di pattuglia in un giorno di ordinaria follia. L’ultimo arrivato, Stéphane (Damien Bonnard) affidato a due navigati colleghi, Cris (Alexis Manenti) e Gwada (Djibril Zonga), si ritrova subito nell’occhio del ciclone. Per far esplodere quella polveriera di frustrazione e violenza, basta un nulla. Come il furto di un ragazzino, che un po’ per bravata e un po’ per gioco, ruba un piccolo leone da un circo di gitani.
Quando Gwada perde la testa e colpisce accidentalmente il piccolo fuggitivo, scoppia la rivolta. Invano si tenta di salvare il salvabile, di mediare con le autorità locali, l’iman dei Fratelli Musulmani, i boss dello spaccio… Ma la rabbia dei ragazzini non si ferma. Il finale del film lascia senza fiato. Venticinque anni dopo L’odio di Mathieu Kassovitz, Ladj Ly rimette sotto l’obiettivo la tematica socio-politica più scottante, e non solo della Francia. Premiato a Cannes con il Gran Premio della Giuria, candidato all’Oscar come miglior film straniero, I Miserabili turba e commuove. E non finirà qui. Ly ha annunciato altri due film, una trilogia per comporre il suo affresco delle periferie del terzo millennio, là dove bene e male si mescolano di continuo e la lotta di ogni giorno non è per la vita ma per la sopravvivenza.

Immagine di apertura: Gwada (Djibril Zonga) in una scena de I Miserabili

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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