Milano 21 Dicembre 2023

Samaneh Atef è un’artista iraniana che dal 2020 vive in Francia, a Lione. Si sentiva oppressa e senza futuro nel suo Paese; così ha deciso di lasciarsi tutto alle spalle – famiglia, amici, la sua terra amata, nonostante tutto. Non è facile emigrare, un viaggio verso l’ignoto dove tutto è nuovo, difficile da raggiungere, in alcuni casi, ostile. Grazie al contatto avuto con un’operatrice francese di Pen America, un’organizzazione che difende la libertà di espressione e promuove i diritti umani con il quartier generale a New York e sedi in diversi Paesi,  Samaneh approda in Francia. Le viene assegnata la città di Lione come residenza, «una città che non ho scelto» dice. E qui comincia la sua nuova vita, senza conoscere bene la lingua, con il cuore pesante per quel che ha lasciato indietro.

Samaneh Atef, “Ho avuto paura”, penna su tela, 2022

La sua arte le viene in soccorso. In Francia è libera di dipingere, di prendere contatto con gallerie e musei. I suoi lavori sono un ripetersi ossessivo di segni grafici sospesi tra il drammatico e il fiabesco che indagano la dimensione intima e profonda della donna e ne denunciano ferite e abusi. Ma anche il suo percorso artistico è una strada tutta in salita. Samaneh nasce nel 1989 a Bandar Abbas, nella parte meridionale della Repubblica islamica dell’Iran. Il padre è ufficiale di Marina, la madre è insegnante, i due fratelli più grandi si laureano uno in Informatica, l’altro in Legge, la sorella più piccola in Informatica. Samaneh fin da bambina guarda all’arte con passione, alla musica soprattutto, una scelta non condivisa dalla famiglia che la convincerà a iscriversi ad ingegneria informatica all’Università Azad di Lahijan. Una volta laureata, l’urgenza primaria è l’indipendenza economica. In un primo tempo cerca di lavorare come ingegnera, a fatica, poi scopre che può guadagnare anche facendo tatuaggi. Vive un periodo difficile, si chiude in se stessa, in un contesto sociale e familiare spesso ostile, non riesce a parlare con nessuno. Un amico le regala un libro su Frida Kahlo. Samaneh si immedesima nella storia dell’artista messicana, rimane affascinata dalla sua pittura e soprattutto dalla sua capacità di trasformare vita e sofferenze in un potente linguaggio visivo. E così inizia a dipingere, da autodidatta. Anche l’opera di Atef si concentra sulla donna, ma ne elimina femminilità e sensualità. L’artista raffigura il femminino universale e tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare. Il corpo nudo è sia luogo di pena sia di potere.

Samaneh Atef, “Shhh, le ragazze non urlano”, penna su tela, 2021

Le sue prime mostre sono all’estero, una collettiva, nel 2016, al Naive and Marginal Art Museum di Jagodina (Serbia) e un’altra, nello stesso anno all’Outsider Art Gallery di Copenhagen (Danimarca). La sua arte non è compatibile con il regime dei Mullah e Atef sprofonda in un esilio interiore prima ancora della sua fuga. Quella di Samaneh è una personalità complessa. Una donna colta che difende strenuamente la propria libertà e capacità di scegliere eppure profondamente legata alle tradizioni del suo Paese, alle sue radici. Una donna che ha fatto di tutto per espatriare, ma alla quale la condizione di esiliata sta stretta. Il libero arbitrio, infatti è un dono insidioso. Il suo è un sentirsi “fuori posto”. Da qui il titolo della mostra a lei dedicata, inaugurata prima alla galleria GliAcrobati di Torino e poi a Milano, nella galleria Maroncelli 12 (prorogata su appuntamento fino al 5 gennaio 2024). “Fuori posto” dunque sia rispetto al teocratico Paese di provenienza sia alla cultura artistica e alla società occidentale.
La pittura di Samaneh è intensa e originale. «Nel suo lavoro ciò che appare negli squarci mnemonici della trance esprime sofferenze e dolori strettamente intrecciati al suo essere femmina: femmina come corpo che sanguina, ferita che espelle interiorità ob-scene, destino generativo imposto e tradito, chirurgie e amputazioni – scrive la storica dell’arte Bianca Tosatti, nel testo in catalogo in galleria –. Ma anche femmina come soggetto collettivo, donna composta da un anonimo pullulare di donne, dai corpi innumerevoli … perché tutte le esperienze di grande profondità esigono intermittenze di pensiero rimuginato, di fatica e di dolore, ripetizione e ritorno».

Samaneh Atef, “Libertà”, tecnica mista su tela, 2020

E ancora Tosatti: «Ecco la mano che torna a ripetere piccole tacche come le cucitrici ripetono i punti di ricamo il cui disegno generale non è controllabile, come nei tappeti in cui ogni cosa dice e nello stesso tempo cela, tutto è connesso, ogni cosa entra nell’altra in un tessuto in cui le falci della luna, le costellazioni, i viticci e i fiori, gli uomini e gli animali trapassano gli uni negli altri». Samaneh dipinge le sue emozioni, i suoi stati d’animo, come si evince anche da alcuni titoli delle opere in mostra: “Vorrei che la mia mano fosse più grande, allora mi abbraccerei”; “Ho avuto paura”; “Shhh! le ragazze non urlano”; “Sono con le mie ferite ma so che tornerà la primavera”; “Lei ha salvato il mondo”. Si irrigidisce quando qualcuno le chiede il perché di un certo segno: che cosa significa? «Non si spiega un quadro» risponde timida, ma gelida.
Il 2023 è stato un anno importante per l’artista Atef: mostre in gallerie in giro per l’Europa, la sua partecipazione nella collettiva “Outsider Art under the Crescent moon”, al museo Open Art di San Gallo (Svizzera), vincitrice del premio EUWARD di Monaco (Germania). È consapevole che la tanta attenzione che si è concentrata su di lei dipenda anche dalla drammatica situazione che stanno vivendo le donne (e non solo loro) in Iran.

Samaneh Atef, senza titolo, penna su carta, 2022

E questo le pesa: «Vorrei essere considerata solo per la mia arte. Non perché sono donna. Non perché sono iraniana». Non si sottrae a quella che è comunque la sua condizione: nel 2022 partecipa a Documenta 15 per il dibattito “Artisti dissidenti in esilio” e nel novembre scorso alla conferenza ad Atene del network internazionale SHIFT (Safe havens freedom Talks) per la protezione degli “artisti a rischio”.
Samaneh ha scelto una libertà sconvolgente e contradditoria. E avanza con la sua arte sotto il cielo della solitudine.

Immagine di apertura: un ritratto di Samaneh Atef sotto una sua opera. L’artista è nata a Bandar Abbas, in Iran, nel 1989; vive in Francia dal 2020

Nata a Cesena, laurea a Bologna in Economia e Commercio e poi poco più che ventenne a New York, la metropoli dove fare i conti con i propri sogni. E là, oltreoceano, ha frequentato gli ambienti dell’avanguardia artistica, imparato a fare la giornalista e poi è tornata, in Italia, a Milano. Per mettere in pratica. E a Milano ha mosso i primi passi da giornalista professionista fino a entrare a “Il Corriere della Sera” dove ha trascorso gran parte della sua carriera. E qui da professionista di arte e costume ha approfondito il giornalismo economico per avvicinare i lettori alle storie delle grandi imprese. Fino agli inizi del 2014 quando decide di dimettersi dal “Corriere” per intraprendere una nuova avventura. L’apertura di una galleria d’arte, uno spazio, l’unico in città, dove scoprire il lavoro di artisti autodidatti, visionari, che si formano e lavorano indipendentemente dai canoni del mondo dell’arte, delle Accademie e del mercato.

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