Milano 23 Aprile 2020

Perché piace così tanto Unorthodox? Cosa ha fatto di questa storia ambientata tra gli ebrei chassidici della comunità Satmar di Brooklyn, una delle serie Netflix più apprezzate del momento, sia dal pubblico sia dalla critica?
Di certo il fascino di un mondo a parte, dove nessuno di noi vorrebbe vivere neanche un attimo, ma che tutti incuriosisce proprio per il suo essere quanto di più lontano da ogni nostro riferimento culturale. Un mondo senza Internet, senza contatti con realtà diverse, scandito da una miriade di regole ferree e, per un occhio esterno, del tutto assurde. A partire dall’aspetto dei suoi accoliti: gli uomini con i riccioli laterali alle orecchie, lunghe gabbane nere, cappelloni di pelliccia, le donne con abiti dimessi, parrucca in testa visto che i capelli devono raderseli al momento delle nozze. Cioè prestissimo, visto che per una donna il matrimonio è il cardine della vita, combinato dalle famiglie, preceduto da un breve corso di educazione sessuale dove le si insegna a mettere in pratica il vecchio motto “Non lo fo per piacer mio ma per dare figli a Dio”.

Shira Haas, 24 anni, israeliana. Dopo aver acquistato notorietà nel suo Paese in film e in televisione, si è imposta sulla scena internazionale per la sua interpretazione nella miniserie Netflix “Unorthodox”

Tutta casa figli e sinagoga, si prospetta quindi anche la vita di Etsy Shapiro, a cui dà volto e anima la magnifica attrice Shira Haas, a 19 anni già malmaritata con Yanky, un boccoluto goffo a letto, incapace di sottrarsi alle direttive severe di mammà, che ogni mese processa la nuora perché non resta incinta, e spinge il figlio al divorzio da quella donna “sbagliata”. Ma se da fuori Etsy è bruttina e malvestita come tutte, dentro è diversa da ogni altra. Quel modo di vivere oppressivo, sotto il segno di una perenne inferiorità, a lei sta stretto. Ama la musica, ma non può cantare, ama la conoscenza, ma non le è consentito di studiare, leggere, viaggiare. I suoi compiti di donna sono altri: pulire la casa, cucinare, far sentire il marito “un re a letto” (e se lei non è mai regina, pazienza), sfornare un figlio via l’altro.

Etzy (la bravissima Shira Haas) alla prese con la sua nuova vita a Berlino (foto Netflix Media Center)

Così, siamo tutti con lei il giorno in cui decide di vendere i pochi gioiellini che ha e, complice la sua maestra di piano, prendere il volo per Berlino. Dove abita sua madre, anche lei transfuga dalle gabbie chassidiche, doppiamente trasgressiva visto che, dopo aver assaggiato le gioie di un matrimonio secondo il Talmud, ha scelto di prendere il largo e andare a vivere con una donna. Inseguita dal marito e da un cugino determinato come un mastino a riagguantarla, Etsy dovrà battersi con tutte le sue forze per conquistarsi una libertà a lei sconosciuta. A darle una mano sarà un gruppo di ragazzi e ragazze di un altro pianeta, quello della musica, dove l’ascolto, la diversità e la solidarietà sono di casa.
Ispirata alla vera storia vera di Deborah Feldman, da lei stessa raccontata nel bestseller Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots, questa mini serie in quattro puntate ha il respiro narrativo di un vero film di quattro ore. Dove con crescente partecipazione seguiamo l’arduo percorso di rinascita di una giovane donna decisa a infrangere tabu non solo di una famiglia ma di un’intera comunità. Due le scene che rimangono negli occhi e nel cuore, quella in cui Etsy subisce l’umiliazione di vedersi radere i bei capelli lunghi, e l’altra dove, ormai fiera della zazzera da poco ricresciuta, lascia andare l’opprimente parrucca nelle acque del lago berlinese di Wannsee, sulle cui sponde nel 1942 i nazisti misero in atto la soluzione finale per il popolo ebreo. Un viaggio dal passato al presente reso possibile dalla maestria della sceneggiatura scritta da Anna Winger e Alexa Karolinski, e dalla carismatica presenza di Shira Haas, interprete di rara intensità che, se apprezzerete Unorthodox, potrete ritrovare in una seconda serie, Shtisel, ancora Netflix, un’altra finestra sull’ortodossia chassidica, stavolta sullo sfondo di Gerusalemme, dove Shira dal corpo di bambina e gli occhi intensi da creatura ferita, tiene di nuovo testa a un contesto maschilista e patriarcale, uso a mettere la legge davanti alla felicità.
Violenze reali e psicologiche compiute in nome di Dio denunciate in un terzo titolo, One of Us, documentario sempre targato Netflix, ideale chiusura di questa trilogia, che segue la vita di tre ebrei ultraortodossi, dilaniati da dubbi religiosi, abusi familiari, aspirazioni di una vita diversa. Il prezzo da pagare sarà altissimo.

Immagine di apertura: la scena del matrimonio (foto Netflix Media Center)

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui