Milano 27 Settembre 2024
Il caso della pugile algerina Imane Khelif che ha combattuto contro Angela Carini alle Olimpiadi di Parigi suscitando polemiche e dissertazioni ideologiche dopo che la nostra atleta si è ritirata per la superiorità fisica dell’avversaria, ha scatenato reazioni e commenti di ogni genere sui media e sui social. È transgender, è intersex? Insomma, è una donna o un uomo? Ci si è spesi a spiegare che Imane non è transgender, perché in Algeria gli interventi di riattribuzione del sesso sono vietati, che i suoi livelli di testosterone sono nella norma secondo i parametri stabiliti dal Comitato Olimpico Internazionale, che è nata e cresciuta come donna, che in passato è stata più volte battuta da donne.

Non solo: l’esclusione della pugile dalla Coppa del Mondo del 2023 da parte dell’IBA, l’Associazione Internazionale della Boxe, in seguito al test che avrebbe messo in evidenza un corredo cromosomico XY, maschile quindi, sarebbe frutto di una caccia alle streghe messa in atto da un ente screditato presieduto da Umar Kremlev, personaggio, ahimè, legato a filo doppio a Vladimir Putin. Una spy story intinta di politica. Sta di fatto che nel giro di pochissimi giorni Imane Khelif è passata da 12.000 follower a 1,1 milione. Tante persone hanno voluto sostenerla, manifestandole solidarietà.
In realtà tutto questo con la scienza non ha niente da spartire. Con tutta probabilità – le informazioni non sono così precise da poterlo affermare categoricamente – Imane Khelif soffre della sindrome di Morris (un caso su 50mila nati, ma secondo alcune statistiche uno su 20mila), condizione sconosciuta fino al 1953 quando il ginecologo americano che le ha dato il nome, la inquadrò e la definì. Si tratta di uomini a tutti gli effetti con un patrimonio genetico maschile (XY), ma il cui organismo per un difetto genetico è insensibile agli effetti degli androgeni. Il testosterone è necessario perché un individuo si differenzi come maschio e abbia la prostata, il pene, lo scroto e, successivamente, nel periodo puberale la peluria tipicamente maschile.

La conseguenza del difetto è che alla nascita non sono presenti i caratteri sessuali comandati da questi ormoni: manca il pene e l’aspetto dei genitali è femminile, con una piccola vagina. Inganno così perfetto che questi uomini in corpo di donna vengono identificati (l’ecografia evidenzia i testicoli ritenuti nell’addome) solo nell’adolescenza quando si cerca di capire perché a queste ragazze non compaiono le mestruazioni. Cominciano così gli accertamenti che scoprono l’identità maschile. E sono fonte di non poche angosce. Ricordava Giuseppe Chiumello, per molti anni direttore del centro di endocrinologia dell’infanzia e dell’adolescenza dell’istituto San Raffaele di Milano in un’intervista che gli feci per il Corriere della Sera anni fa: «La scoperta può sortire effetti drammatici. Ho assistito al caso di una ragazza milanese che si suicidò buttandosi dalla finestra dell’ospedale quando seppe di essere affetta dalla sindrome di Morris». Fortunatamente in molti casi la storia è a lieto fine: queste donne-uomo spesso sono alte, slanciate, con seni e fianchi femminei (il testicolo produce piccole quantità di estrogeni) e una pelle bellissima (manca l’effetto negativo del testosterone). Una volta superato il trauma della scoperta, non è raro che conducano una vita normale sotto il profilo sessuale (anche se la vagina deve essere dilatata) e relazionale; hanno una vita sentimentale, spesso si sposano e adottano bambini.

Sembra che fra le modelle, così alte e longilinee, ci sia una quota non indifferente di persone con sindrome di Morris, ma sono probabilmente solo dicerie. Comunque una di loro ha fatto coming out nel 2017. È la top model belga Hanne Gaby Odiele – oggi trentacinquenne, è stata il volto di Philosophy di Alberta Ferretti e di altri stilisti, come Chanel e Prada – nata con la sindrome di Morris, che ha raccontato la sua storia personale e gli interventi di chirurgia invasiva subiti a 10 anni per rimuovere i testicoli ritenuti nell’addome e la plastica della vagina a 18 anni. Sposata con il modello John Swiatek, conduce una vita normale. Oggi è portavoce della battaglia genderless e vuole difendere i diritti di questi bambini dagli interventi di chirurgia precoce, perché afferma di non volere che altre persone subiscano quello che ha subito lei e che si esca dallo stereotipo maschio/femmina. «Comunque nella maggior parte dei casi, queste persone si sentono a tutti gli effetti donne e molto raramente hanno dubbi sulla loro identità di genere – precisa Chiumello sulla sua pagina web – . Ma un problema non secondario è la comunicazione della diagnosi: in accordo con la famiglia e con uno psicologo esperto si deve cercare il modo migliore per affrontare questo momento certamente psicologicamente traumatizzante». In certi casi il trauma è notevole e difficile da superare come mettono in evidenze le testimonianze raccolte da AISIA, l’Associazione Italiana Sindrome da Insensibilità agli Androgeni, nata nel 2006 composta esclusivamente da volontari: genitori e persone interessate da una diagnosi di Sindrome di Morris o da altre differenze dello sviluppo del sesso. L’obiettivo primario è quello di favorire la condivisione di supporto e di informazioni fra i famigliari e le persone direttamente interessate e promuovere la sensibilizzazione dell’ambiente medico e della società.

Non sappiamo niente della eventuale consapevolezza della pugile algerina sul suo patrimonio genetico; sappiamo solo che ha ribadito con forza la sua identità femminile anche se, nel suo caso, l’aspetto è decisamente maschile. Precisa ancora lo specialista: «Forse Imene è portatrice di una forma non completa della sindrome di Morris, probabilmente i suoi tessuti muscolari, ancora sensibili alla presenza di testosterone, si sono sviluppati in modo particolare». Ma, a questo punto, lo sa soltanto lei e chi l’ha in cura.
Resta il fatto che nelle competizioni sportive di alto livello in casi come questi prendere in considerazione soltanto i livelli di testosterone presenti nel sangue rischia di diventare un test di facciata, una forma di ipocrisia, se è ancora vero che gli uomini devono gareggiare con gli uomini e le donne con le donne. Regola di onesta competizione, quest’ultima, che non sembra, fortunatamente, ancora passata di moda.
Immagine di apertura: una bella immagine della pugile algerina Imene Khelif fonte: ObservAlgeria




