Milano 27 Settembre 2024
La trappola più comune si nasconde in bagno. E scatta, di solito, quando tutto ciò che indossa la preda è la cuffietta per la doccia. Soltanto in quel momento lo sguardo della vittima cerca i regolatori del flusso dell’acqua e scopre che nulla di ciò che vede assomiglia a un rubinetto, a un miscelatore, a una qualsivoglia manopola in grado, magari, di impostare la temperatura. Ecco, l’architetto-designer ha colpito ancora.

Per Marisa Fumagalli, inviata speciale di lungo corso per il Corriere della Sera, non è stato molto difficile trovare testimoni di quel senso di smarrimento e frustrazione che accomuna i frequentatori di alberghi e ristoranti quando incappano in un diabolico sistema di illuminazione, apparentemente privo di interruttori, o in un bagno “a vista” dalla camera da letto, o in un coltello tanto elegante quanto inefficace sulla cotoletta.
Tra chiacchierate casuali, molte telefonate e qualche sondaggio l’antologia di casi si è pian piano assemblata nell’arco di vent’anni e, alla tipografia delle edizioni Rubbettino, è arrivato un pamphlet scherzoso (ma non troppo) con tante “storie di evitabile follia”, bellissimi disegni di Aldo Presta e un titolo provocatorio: Te lo do io il design.
L’autrice ha affidato la prefazione a un avvocato. Non per timore di querele, ma perché Anna Maria Bernardini de Pace, celebre divorzista, è un’appassionata di design e avrebbe potuto spendere qualche parola a favore degli “imputati” di una creatività talvolta un po’ sadica: «Dopo aver letto questo libro, che, certo, non risparmia pareri e critiche pungenti, – conclude l’arringa difensiva – anche noi “consumatori finali” impariamo a prenderci cura del frutto del design – un vestito, uno specchio o una barca -con molto più amore: per onorare l’attenzione e l’impegno di tutti coloro che lo hanno portato fino a noi».

Insomma, si può escludere il dolo da parte dell’esteta che ha voluto un abbagliante, lucidissimo total white sia per il pavimento sia per il gradino di accesso al letto nella camera di un delizioso boutique-hotel siciliano dove l’autrice, di fronte all’invisibile dislivello, ha rischiato l’osso del collo.
Andando a intervistare Alberto Alessi, il cui cognome accompagna pezzi da museo, come lo spremiagrumi Juicy Salif di Philippe Starck o la Moka Bialetti rivisitata da Richard Sapper (premio Compasso d’Oro 1979), Marisa Fumagalli si sarebbe aspettata un’accoglienza diffidente o, perlomeno, tiepida. Invece: «La finalità di questo libro è meritoria. Ci vuole anche una visione diversa, controcorrente», l’ha sorpresa l’imprenditore di Omegna, anche lui vittima della doccia di un buon hotel di Parigi. Ma Alessi ricorda che i produttori di casalinghi “sono anche produttori di sogni”.
A volte un po’ ambigui, come è capitato al cabarettista Enrico Bertolino che, in un hotel di Torino, ha cercato di prendere sonno sotto un immenso specchio fissato al soffitto e un altro alle sue spalle: «Questo a forma di donna. Pazzesco».

Ma forse meno surreale di quanto capitato a Diego della Palma, make-up artist e scrittore, che al momento di coricarsi nella suite di un grande albergo a 5 stelle scopre «che devo entrare in un’automobile. Non scherzo, proprio in una specie d’automobile, perfettamente tale nella parte inferiore del letto. Carrozzeria, luci e quant’altro».
La galleria di personaggi intervistati è lunga e variegata, come gli incontri/scontri vissuti da ognuno di loro: «Senza voler essere irriverenti, ci si è mai seriamente interrogati sul rapporto tra il palazzo del Guggenheim di Bilbao e la piccola conca in cui è situato?», chiede il magistrato Oberdan Forlenza, Consigliere di Stato, spostando l’attenzione sul design delle grandi opere di archistar e urbanisti. «Ma veramente il MAXXI di Zaha Adid è funzionale all’esposizione museale, con la scarsa presenza di pareti che gli è propria?».
Catena Fiorello, scrittrice e vittima come quasi tutti di qualche doccia dal funzionamento troppo ermetico, racconta le sue perplessità di fronte a un’improbabile “scala a forma di anguria aperta, dove i gradini riproducono l’interno, semini compresi”.

Valerio Massimo Visintin, critico gastronomico di Vivi Milano (inserto settimanale del Corriere della Sera), se la prende con la moda del nudo desco di design, al ristorante, invocando il ritorno alle tradizionali e igieniche tovaglie: «Mi è capitato di mangiare su un tavolo appiccicosissimo, non so di che materiale fosse».
Se la cantante Donatella Rettore pretende dagli architetti praticità in bagno come in cucina, e la sua parola d’ordine sul funzionamento degli ingranaggi di design è “elementare”, Roberto Panizza, chef e ristoratore, attribuisce qualche responsabilità ai committenti: «Non abbiamo saputo indirizzare il lavoro del professionista verso le nostre reali esigenze» riflette a proposito della realizzazione – un autentico flop – di uno dei suoi punti vendita.
Fra disavventure esilaranti e riflessioni filosofiche sul rapporto tra estetica e funzione, creatività e innovazione, una buona sintesi è quella dell’architetto e artista Marco Nereo Rotelli: «Penso che la bellezza stia nella semplicità» ha risposto a Marisa Fumagalli. Aggiungendo una massima efficace anche in questo argomento: «considerare gli ultimi, ma seguire i primi».
Immagine di apertura: un bagno dal design raffinato, molto elegante, ma si fa fatica a trovare manopole e luci (foto di Ansen Lopez)




