Pavia 27 Gennaio 2025

Realizzato in vista dell’Esposizione Universale di Roma del 1942, mai realizzata a causa della Seconda Guerra Mondiale, il Palazzo della Civiltà Italiana è uno dei simboli dell’EUR. Noto anche come “Colosseo Quadrato” per via della sequenza serrata di archi che delineano un volume astratto, quasi metafisico. L’edificio, di carattere stabile, avrebbe dovuto ospitare la Mostra della Civiltà Italiana e, in seguito, il Museo della Civiltà Italiana.

Disegno del progetto vincente presentato al concorso per il Palazzo della Civiltà Italiana (foto: Archivio Lapadula)

L’intento era di esprimere in un oggetto chiaro e immediatamente comprensibile la sintesi della Civiltà Italiana dalle origini ad allora, con la volontà di creare un simbolo della continuità del Genio Italiano. Il bando precisava che, in questo concorso più che negli altri, il sentimento classico e monumentale avrebbe dovuto essere il fondamento dell’ispirazione architettonica. Il programma non era volto alla celebrazione di Mussolini, ma del Classico come fondamento dello stile italiano e anello di congiunzione tra innovazione e tradizione.
Contrariamente alle aspettative dei promotori, il più importante concorso legato all’Esposizione Universale nella Capitale del Regno d’Italia per il Ventennale della Marcia su Roma, non registrò un numero elevato di progetti in gara. Tra questi si distinsero quello facente capo ai BBPR (un gruppo di architetti costituitosi nel 1932: Banfi, Barbiano di Belgioioso, Peressutti, Rogers) e quello elaborato dagli architetti Franco Albini, Ignazio Gardella, Giancarlo Palanti e lo storico Bruno Revel.

Il palazzo in costruzione (foto pubblicata sulla rivista “Oggi” nel 1940)

Fu, invece, la proposta firmata da dei giovanissimi Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano a ricevere il primo premio dalla Commissione. Il progetto risultò come un’invenzione figurativa a partire da un solo elemento costruttivo, l’arco, che sembra reiterarsi all’infinito dentro il perimetro della geometria perfetta del quadrato, dando un senso di continuità indeterminata. Il risultato è stupefacente e originale: la prospettiva centrale che accompagna i disegni del progetto descrive una magnifica composizione bidimensionale, in cui la narrazione stilistica si basa su un quadrato perfetto privo degli elementi gerarchici canonici (basamento, alzato, coronamento), e composto da 104 aperture tutte uguali ed equidistanti.

Il Palazzo della Civiltà Italiana visto di tre quarti

Molto probabilmente favorito nella fase di selezione dai membri Marcello Piacentini e Cipriano Efisio Oppo – mentore universitario di Lapadula il primo, amico di Guerrini il secondo – lo sviluppo del progetto vincitore fu motivo di scontro nei rapporti professionali. A fronte di alcune modifica caldeggiate dalla Commissione, i tre autori dapprima si opposero ad alcune migliorie, tra cui la realizzazione di un atrio speciale a tripla altezza sul fronte principale. Ma l’irriducibile lentezza progettuale, unita alla mancanza d’esperienza di cantiere portarono i tre giovani progettisti a occupare un ruolo sempre più marginale, estromessi progressivamente da Oppo, Piacentini e dall’ingegnere Gaetano Minnucci nelle fasi esecutive di progetto. E, nella sostanza, sarà Minnucci a portare a termine il cantiere, dimostrando, peraltro, una straordinaria perizia costruttiva.
Dal maggio del ’38 al termine dei lavori (il palazzo fu inaugurato incompleto nel ’40 e poi terminato nel dopoguerra) gli attori antagonisti resteranno quattro in un progetto a più mani. Lapadula delegato dagli altri due coautori, sempre più delegittimato, Minnucci che sviluppa, ordina e costruisce su disegno di Piacentini sotto lo stretto controllo di Oppo che sovrintende gli interessi del Regime. Il genio, a parte quello figurativo di eccezionale vigore simbolico, sta nella realizzazione della struttura portante dell’edificio.

Il portico con le statue (foto di Carola Gentilini)

Il Palazzo doveva, negli obiettivi del Regime, essere la massima espressione della grandezza costruttiva italiana nel quadro dell’autarchia, esprimendo la capacità di elaborare uno stile e un’architettura da realizzarsi con materiali reperibili sul suolo italiano con minimo impiego di quelli importati, tra i quali, primo fra tutti, l’acciaio delle armature del calcestruzzo. Di fronte ad un’iniziale e impraticabile proposta di costruire l’edificio interamente in muratura, si optò per un adeguamento degli spessori e delle proporzioni – operazione che vide inspessirsi i piedritti (gli elementi verticali portanti) delle arcate, soprattutto nella parte angolare, con una conseguente diminuzione del numero di archi da 91 a 54 per lato. Fu, inoltre, innalzata la sommità del Palazzo, che sul fronte principale ospita la scritta celebrativa: UN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROI DI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATI DI NAVIGATORI DI TRASMIGRATORI, citazione di un discorso di Mussolini del 1935. Il risultato finale è quello di un edificio “quasi” cubico, con fronti “quasi” quadrati, archi i cui rapporti sono “quasi” armonici, che si regge su una struttura portante ibrida. Superata l’idea dell’opera completamente in muratura, ritenuta irrealizzabile, si passò al concepimento di un telaio tridimensionale in cemento armato, rivestito con una muratura di pietra relativamente autonoma e parzialmente autoportante.

Uno dei monumenti equestri (foto di Blackcat)

Il rivestimento murario, in conci di travertino di Tivoli di diversi spessori, è un autentico capolavoro di intelligenza lapicida e, allo stesso tempo, una risposta convincente all’esigenza di verità autarchica. La muratura non è quindi solo rivestimento, ma una vera opera autonoma con una propria capacità portante. Il telaio e i solai in cemento armato sostengono il rinfianco dei piedritti che, a loro volta, sostengono le arcate frontali, quelle interne al loggiato e le volte a crociera in mattoni pieni disposti di coltello.
Il Colosseo Quadrato, nei fatti, un oggetto sperimentale, un prodotto autarchicamente imperfetto, poiché in esso convivono diversi sistemi costruttivi, ma è proprio questa eterogenea compresenza a collocarlo nella linea evolutiva della costruzione moderna italiana. I 216 archi di questo moderno Colosseo, con la loro potente apparecchiatura di pietra, vogliono simboleggiare la ritrovata identità tra architettura e costruzione.

La sede di Fendi a Palazzo della Civiltà, Roma (AP Photo/Andrew Medichini)

Sede del quartier generale di Fendi dal 2015 (lo sarà fino al 2028), il Colosseo quadrato è un simbolo estremamente attuale del sapere architettonico italiano. Benché voluto in epoca fascista, lo scopo celebrativo della memoria culturale italiana – otre che decantato dall’iscrizione, rappresentato dalle 28 allegoriche sculture che ritraggono le arti e i mestieri della Civiltà Italiana – lo rende ancora oggi un elemento dal forte valore identitario.

Immagine di apertura: un’immagine suggestiva del Palazzo della Civiltà Italiana, più noto come il Colosseo Quadrato nel quartiere EUR di Roma (foto di Carola Gentilini)

Alessia Rampoldi
Giovane architetto pavese, formatasi al Politecnico di Milano e alla Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, si è laureata con una tesi sulla valorizzazione paesaggistica del patrimonio UNESCO nel territorio tiburtino. Dal 2019 collabora a progetti di carattere editoriale con l’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia e alla didattica presso la facoltà di Architettura dell’ateneo milanese. Parallelamente agli studi prima e al lavoro poi, ha sempre coltivato una forte passione per l’arte, significativamente influenzata dall’insegnamento fondamentale di perseguire il bello nella realtà della vita quotidiana. Nel marzo 2022 scopre la pittura acrilica. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive a Milano, Roma, Parigi e Berlino, dove è entrata a far parte degli artisti di Galeria Azur. Attualmente è collaboratrice di 24Ore Cultura per gli eventi presso Mudec, Palazzo Reale di Milano e GAM di Torino

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