Genova 27 Luglio 2026
C’è qualcosa di antico nell’idea di morire di crepacuore. Una morte da ballata, da racconto ascoltato da bambini e poi abbandonato tra le cose a cui gli adulti fingono di non credere più. Si dice che al dolore ci si abitui, che il tempo faccia il suo mestiere, che la vita alla fine riprenda. Davanti alla morte di Marjane Satrapi, però quella parola, crepacuore, ci si para davanti. Satrapi se n’è andata all’improvviso quasi due mesi fa, a un anno dalla scomparsa prematura e repentina a soli 53 anni dell’amore della sua vita, l’attore e produttore Mattias Ripa. Dopo oltre trent’anni di vita insieme, non é riuscita a riempire il vuoto e, a dire dei famigliari, semplicemente si é lasciata morire.

Marjane Satrapi è stata una fumettista, autrice e regista iraniana naturalizzata francese. Nata nel 1969 in una famiglia di Teheran di orientamento comunista, da bambina visse la crescente restrizione delle libertà individuali e poi fu testimone del travagliato processo che portò il Paese alla rivoluzione islamica. Nel 1983 i genitori di Marjane, allora quattordicenne, decisero di mandarla a Vienna per tenerla lontana da un regime sempre più oppressivo, in particolare nei confronti delle donne. Secondo quanto narrato nell’autobiografia a fumetti che l’ha resa famosa Persepolis (pubblicata in Italia da Edizioni Rizzoli Lizard in 4 volumi e in seguito da Sperling & Kupfer e dal gruppo editoriale L’Espresso (nella collana I classici del fumetto di Repubblica – Serie oro), Satrapi trascorse nella capitale austriaca gli anni dell’adolescenza, fece le scuole superiori, tornando poi in Iran per frequentare l’università. Lì conobbe un ragazzo di nome Reza, con il quale si sposò; ma il matrimonio non durò a lungo, e dopo il divorzio Satrapi si trasferì in Francia nel 1994, all’età di 25 anni. A Parigi lavorò come illustratrice ed autrice di libri per bambini, e conobbe e sposò il secondo marito, lo svedese Mattias Ripa.
Il suo merito? Trasformare la propria esperienza personale e la storia recente dell’Iran in opere caratterizzate da uno stile grafico essenziale, da ironia e da una forte attenzione alla libertà individuale, in particolare alla condizione femminile. Satrapi ha vegliato sulla memoria dell’Iran, della sua infanzia, delle donne, della libertà. Era la rapsoda di una Persia che non c’è più. Nei suoi racconti, in Persepolis più che mai, la storia, la rivoluzione e la guerra filtravano nei gesti quotidiani, nelle frasi dette a mezza bocca, negli scherzi, nelle ostinazioni. Persepolis é, non a caso, la sua opera più celebre: nel fumetto autobiografico pubblicato tra il 2000 e il 2003 si racconta l’infanzia e l’adolescenza dell’autrice durante la Rivoluzione islamica, la guerra Iran-Iraq, l’esilio in Europa e il difficile ritorno in patria. Intrecciando vicende storiche complesse alla propria crescita personale, Satrapi é riuscita renderle accessibili anche a un pubblico culturalmente e geograficamente distante.

Il bianco e nero dei suoi disegni sapeva arrivare subito al nervo delle cose. Il suo Iran era vivo, pieno di intelligenza e di rabbia. Satrapi lo ha raccontato senza mai chiedere indulgenza né offrirlo in sacrificio come oggetto esotico. Lo ha portato da una lingua all’altra, da Teheran all’Europa. Dal fumetto è stato tratto il film Persepolis, regia di Marjane e di Vincent Paronnaud, che ha vinto il premio della giuria Festival di Cannes 2007, uscito nelle sale in Italia nel 2008.
Già centinaia di anni fa, il poeta persiano Rumi scriveva un breve poema, Rouz o Shab in originale, che vale “giorno e notte” e che recita più o meno come segue: «Nel desiderio di te sono inquieto giorno e notte, non sollevo il capo dalla polvere dei tuoi piedi, giorno e notte». È una descrizione semplice quanto accurata dell’essere innamorati e del perdere la persona amata. Giorno e notte. L’amore che non dorme, l’attesa che consuma. La vita che resta sospesa davanti a una soglia chiusa. Satrapi quella soglia l’aveva già raccontata in Pollo alle prugne, forse la più riuscita tra le sue opere.

Qui il suonatore di tar (una sorta di liuto) Nasser Ali Khan perde ciò che dava forma alla sua vita e, da quel momento, invoca l’angelo della morte e si lascia andare. Mentre la vita continua intorno a lui, con ostinazione quasi offensiva, dentro di lui qualcosa si é già estinto. Il suo corpo arriva dopo. Questa é solo la prima delle coincidenze tragicamente beffarde attorno alla morte della fumettista persiana. È difficile non pensare a quel libro oggi. Sarebbe sbagliato trasformarlo in una profezia, e sarebbe anche una scorciatoia un po’ volgare. Le opere non anticipano le vite dei loro autori come gli oracoli. A volte, però, anni dopo, quando la realtà si presenta con la sua crudeltà disordinata, scopriamo che un romanzo, un fumetto, una canzone ci avevano già dato il tono in cui essere letti o intonati. Sembra che intorno a Satrapi la storia pubblica e il dolore privato facciano rima senza chiedere permesso. Proprio quando Teheran é in ginocchio e la teocrazia di Khamenei, forte delle macerie di un Paese dato alle fiamme fagocita tutto quello che resta dell´Iran prima della rivoluzione, la voce di quella realtà si spegne.
Resta Persepolis, resta Pollo alle prugne, resta la memoria di una donna che ha saputo raccontare la Storia senza separarla dall’amore, dalla paura, dall’ironia. Marjane è sepolta a Parigi accanto al marito nel cimitero di Père-Lachaise.
Immagine di apertura: fonte: il manifesto su Marjane Satrapi a Pistoia capitale del libro 2026 (fonte Instagram)




