Ratisbona 27 Ottobre 2025
In un’epoca di dibattiti tesi e linguaggi sbrigativi, ma soprattutto di aggressività che sembra dilagare in modo inarrestabile, la gentilezza talvolta evocata in modo retorico, sembra sostanzialmente fuori moda, retaggio di un tempo che fu. Eppure il 13 novembre ricorre la Giornata Mondiale della Gentilezza, nata nel 1997 quando in quella data ebbe inizio a Tokyo la Conferenza del World Kindness Movement (Movimento Mondiale per la Gentilezza). L’iniziativa nacque per promuovere valori di empatia, rispetto e solidarietà tra le persone. La giornata è stata poi istituita ufficialmente nel 1998 con l’obiettivo di diffondere la “cultura” della gentilezza.

Ad oggi il Movimento conta 27 nazioni aderenti, che si riuniscono ogni anno per parlare di progetti condivisi e sviluppo sostenibile. L’Italia ha aderito nel 2001, con il Movimento Italiano per la Gentilezza che ha avuto prima sede a Parma, poi a Palermo.
Gandhi considerava la gentilezza un antidoto contro l’odio perché «i più semplici atti di gentilezza sono di gran lunga più potenti di mille teste piegate in preghiera». E Il premio Nobel per la pace del 1952, il medico e filosofo Albert Schweitzer, affermava che «la gentilezza fa evaporare incomprensioni, sfiducia e ostilità». Ma è davvero così? Ne abbiamo parlato con Maria Chiara Giorda, ordinario di Storia delle Religioni all’università Roma Tre e con il filosofo Francesco Spagna, docente di Antropologia Culturale all’università di Padova, autore di La buona creanza (Carocci editore).

Entrambi hanno partecipato di recente ad una giornata su questo tema organizzata all’università Roma Tre con la fondazione Kessler di Trento. Giorda ha lo sguardo lungo di chi studia da anni pratiche e riti dell’accoglienza nelle tradizioni religiose, cioè quel tessuto minuto di gesti, tempi, attenzioni che trasformano un principio in un’abitudine sociale. Spagna lega la gentilezza all’ospitalità: non bon ton, ma regole elastiche che consentono a sconosciuti di condividere spazi senza ferirsi.
Che cosa intendiamo per gentilezza?
Giorda: «È una postura da esercitare e coltivare; materiale e immateriale, ma non una dote innata. Non è solo verbale: riguarda gli atteggiamenti. È anche un valore religioso, pur essendo trasversale, e si riconosce nelle pratiche simboliche. Ci sono diversi modi di intenderla e interpretarla. Dipende dal contesto: è una parola senza un significato univoco. In buona somma, è difficile individuare un concetto universalmente valido di gentilezza».
Spagna: «La gentilezza non è una materia di studi accademici, non è un semplice ambito di ricerca: è molto di più, anche se oggi il concetto può sembrare desueto. Per ridarle significato si può partire dalla base: ascoltare. Bisogna tornare ad un attento ascolto dell’altro. La gentilezza si presenta su tre piani: etico/comportamentale, antropologico e spirituale. L’intreccio di questi tre piani ci aiuta a definirla. Combinando il piano etico e quello antropologico, troviamo la gentilezza come convenzione per le relazioni ideali col prossimo: il comportamento più saggio, conveniente e opportuno per una convivenza funzionale, che dà origine e si intreccia con nozioni come l’ospitalità».

Oggi la gentilezza è un concetto superato?
Spagna: «No, assolutamente. Il suo valore è riconosciuto naturalmente e senza forzature come la maniera migliore di costruire relazioni. Per esempio, anche il Galateo di Giovanni della Casa (pubblicato postumo a metà del Cinquecento, ndr) ha come obiettivo lo “stare insieme in letizia”, e il paradigma di ciò è proprio la gentilezza. È altrettanto vero che oggi dilaga l’egocentrismo, che è il contrario della gentilezza: ci allontana dagli altri e dalla consapevolezza del suo significato spontaneo».
Giorda: «Purtroppo è vero: ci troviamo in una situazione di scarsa familiarità e quasi di inadeguatezza relative alla nozione di gentilezza, cui troppo spesso ci si riferisce in modo retorico, anche in richiami pubblicitari, come se fosse una faccenda virale. Stiamo perdendo la pratica spontanea. Basta guardare i dibattiti in tv sempre più radicalizzati. Se la gentilezza è anche capacità di ascolto, significa anche avere opinioni discordanti senza esprimersi barbaramente verso i propri interlocutori. Si rischia di scivolare nella questione meramente cosmetica, nella falsa cortesia».

Come evitare che diventi una questione di facciata?
Giorda: «Chi ha strumenti ha la responsabilità di trasmettere il valore della gentilezza. Giornate come quella del 21 ottobre, organizzata all’università di Roma Tre con la Fondazione Kessler o come la Giornata mondiale della gentilezza sono spunti per imparare ad ascoltare. Il rischio di annacquamento e di retorica è sempre alle porte, ma meglio rischiare che non fare. Credo fermamente nell’affrontare queste questioni con gli occhi vivaci e curiosi di un bambino».
Spagna: «Luoghi comuni e ipocrisia sono sempre dietro l’angolo: il rischio c’è, ma lo si può aggirare attraverso la tolleranza. Non parlo del tollerare passivamente qualcosa che non ci piace, una tolleranza fortemente negativa, ma di una tolleranza dinamica come diceva l’antropologo Claude Levi-Strauss. La somma di questo è il prendersi il tempo necessario a capire e considerare l’altro-da-sé. Inevitabilmente, chi fa questo è gentile, perché è tranquillo con la propria identità: non ha un conflitto interno che lo porta a scontrarsi con l’altro solo in funzione della sua alterità. Anche la non gentilezza ci invita a riflettere sulla gentilezza: Bob Dylan ha dato il titolo ad un suo recente album, Rough and Rowdy Ways, “modi bruschi e scostanti” in funzione di questo. Bisogna dare spazio alla riflessione, su di sé e sugli altri, per essere gentili in modo produttivo e fecondo».
In sintesi, quale gesto pratico mette in moto questo atteggiamento?
Giorda: «Ascoltare davvero e mostrare che si è ascoltato: da qui si ricomincia».
Spagna: «Prendersi tempo: tra impulso e risposta non giudicare d’impulso; scegliere il comportamento più opportuno alla convivenza».

La gentilezza quindi sta nel prendersi tempo, nel dissentire senza ferire, nel tenere la porta socchiusa perché l’altro possa entrare senza che noi usciamo da noi stessi. È una tecnica di convivenza, una postura del corpo e della mente che chiede la cosa più controintuitiva di questi tempi: rallentare. Nel micro-intervallo tra impulso e risposta si decide la qualità della relazione; lì capiamo se scegliere la scorciatoia del sarcasmo o la fatica dell’ascolto, se trasformare il dissenso in guerra personale o tenerlo dentro un perimetro discorsivo.
Conferenze e giornate mondiali sono occasioni per fermarsi, ascoltare e imparare ad ascoltare ma dovremmo farlo ogni giorno: coltivare una tolleranza dinamica che trasformi i gesti minimi in una forma di convivenza produttiva. Un’utopia nella società attuale? Forse.
Immagine di apertura: foto di Md Abdul Raschid




