Pavia 26 Marzo 2025

Lo Stagnone di Marsala è una sorta di laguna dalla forma ellittica lunga 11 chilometri, che, nella sua massima larghezza, ne raggiunge 3 in estensione. Caratterizzato da fondali molto bassi, è formato da quattro isole, che si staccarono dalla terraferma per una parziale sommersione della cuspide occidentale della Sicilia: Isola Grande, Scuola, Santa Maria, e Mozia, oggi San Pantaleo.

Le saline dello stagnone di Marsala (foto di Alessia Rampoldi)

Mozia si raggiunge navigando lentamente attraverso le basse acque delle saline su piccole imbarcazioni. In fenicio Mtw o Hmtw e in greco Motye, è la seconda isola per estensione dell’arcipelago dello Stagnone e, nonostante una superficie di soli 45 ettari, ha svolto un ruolo cruciale nella storia del Mediterraneo sin dalla sua fondazione nell’VIII secolo a.C. (la possente cinta muraria e il porto interno sono testimonianza di un fiorente centro commerciale dalla posizione strategica). La prosperità di Mozia attirò l’attenzione dei Greci, che nel 397 a.C., sotto Dionisio di Siracusa, distrussero la città. L’isola fu successivamente abbandonata, cadendo nell’oblio fino all’XI secolo d.C., quando fu donata dai conquistatori normanni ai monaci basiliani dell’abbazia di Santa Maria della Grotta di Marsala, che la ribattezzarono San Pantaleo in onore del proprio santo patrono.
Nella seconda metà del XVI secolo, Mozia passò ai Gesuiti fino a quando, una volta espulsi dal territorio, l’isola fu suddivisa in appezzamenti privati coltivati per la maggior parte a vigneto. Furono proprio i piccoli proprietari terrieri a vendere l’isola a Giuseppe Whitaker (Palermo, 12 luglio 1850 – Roma, 3 novembre 1936), noto ornitologo e archeologo erede di una famiglia inglese che si era trasferita in Sicilia arricchendosi con la produzione del marsala.

La antichissima “strada sommersa” costruita in epoca fenicia (foto di Alessia Rampoldi)

Fu lui, a partire dal 1906, a promuovere i primi veri e propri scavi archeologici che si protrassero a fasi alterne sino al 1929, riportando alla luce testimonianze sepolte sotto cumuli di terra e secoli di negligenza e si deve a lui la creazione del museo, a lui intitolato, che accoglie i visitatori sull’isola. Tra i reperti archeologici più significativi della collezione vi è il Giovane di Mozia, una statua marmorea del V secolo a.C. preziosissima testimonianza dell’arte scultorea fenicia.
Una delle attrattive di maggior interesse dell’isola è la cosiddetta “strada sommersa”, che, seguendo un percorso pressoché rettilineo di circa 1700 metri verso nord, attraversa il tratto settentrionale dello Stagnone e collega la Porta Nord, fulcro di tutto l’antico sistema difensivo, con l’antistante costa in prossimità della contrada di Birgi.

Il giovane di Mozia (450/440 a.C.) di fattura fenicia conservato al Museo Whitaker dell’isola (foto di Hartmut Riehm)

L’importanza di questa strada è dovuta sicuramente alla sua presunta antichità, che ne farebbe risalire la costruzione all’epoca della città fenicio-punica e alla sua speculare modernità, dovuta all’utilizzo come collegamento ma anche, presumibilmente, come banchina di attracco fino ad epoche recenti per il trasporto dell’uva, che avveniva con i tipici carretti siciliani nella variante marsalese dalle altissime ruote. Diodoro Siculo ne narra l’importanza strategica durante l’attacco distruttivo dei Siracusani nel 397 a.C., data dall’ampiezza della sede che permise il passaggio delle macchine belliche.
Dal 2002 al 2012 gli scavi dell’università La Sapienza hanno completamente rivoluzionato le conoscenze sull’isola antica. Condotti in sei diverse zone hanno portato alla luce importanti quartieri con funzione religiosa, residenziale, produttiva e militare. Quella denominata Zona C conserva particolari installazioni, tra cui il cosiddetto kothon: una vasca rettangolare artificiale alimentata da sorgenti naturali che costituiva in origine la piscina sacra di un Tempio dedicato al dio Baal ‘Addir, poi utilizzata, in tempi più recenti, come salina e un temenos (parola greca che indicava un luogo sacro recintato) circolare, probabilmente risalente all’ultima fase di costruzione difensiva, che cingeva l’area sacra e gli edifici annessi.

Il “kothon”, la piscina sacra (foto: Accademia Adrianea)

La Zona F, dove è stata scavata la Porta Ovest e la Fortezza Occidentale, custodisce il tofet, luogo sacro dedicato ai sacrifici dei fanciulli alle divinità risalente al primo periodo di insediamento fenicio-punico. La complessa archeologia stratificata del santuario, i vasi cinerari, le stele in pietra e le iscrizioni, rappresentano un’ampia fonte di notizie sulla città, poiché conserva nomi e documenti, arte e tecnica della scultura e del disegno, iconografie divine, elementi di costume, produzione e organizzazione di gruppi artigianali e contatti con aree esterne.
Spiccano poi importanti complessi architettonici, come il grande santuario del Cappiddazzu, nome scelto da Whitaker stesso in riferimento a una celebre leggenda che narra la vicenda di uno spettro, spirito di un eremita che si sarebbe aggirato nei pressi del monumento. Whitaker classificò questo edificio come santuario, datandone la parte principale intorno agli ultimi anni di vita dell’isola e riconoscendo testimonianze archeologiche di varia epoca, addirittura risalenti alla dominazione araba. I materiali provenienti da questo santuario non sono immediatamente collegabili ad una funzione sacra, ma indicano la costante frequentazione del sito dai primi momenti dell’insediamento fenicio al Medioevo.

Il santuario del Cappiddazzu (foto di Davide Mauro)

Altri siti di rilievo sono la cosiddetta Casermetta, presumibilmente un presidio militare, data la collocazione addossata all’esterno di una delle torri delle fortificazioni della costa meridionale e la Necropoli arcaica, sulla costa settentrionale, una vasta spianata rocciosa, quasi lambita dal mare, cosparsa di buche e di cinerari, attraversata dalla cinta muraria che ne ingloba in parte i manufatti funebri.

La casa dei mosaici

Lungo la costa sud-orientale si trova un complesso edilizio scavato parzialmente, denominato “Casa dei mosaici”, costruito su due livelli sul pendio che degrada verso il mare. Pur non conoscendone ancora l’intero perimetro, la parte a nord e ad est consisteva per certo in una grande corte rettangolare a peristilio, di cui si è conservato un breve tratto di pavimento decorato con mosaico a ciottoli neri, bianchi e grigi e con pannelli, raffiguranti animali, separati da un motivo a rombi e delimitati da un bordo tripartito.
Iscritta alla Tentative List UNESCO (la lista dei siti che ogni Paese redige per candidarli a patrimonio UNESCO) dal 2006, assieme all’Isola di Lilibeo, Mozia è un tassello di storia millenaria, un frammento di terra misterioso in cui il tempo scorre diversamente, che invita il visitatore ad una scoperta lenta.

Immagine di apertura: resti archeologici lungo la costa dell’isola di Pantaleo, un tempo Mozia ( foto di Alessia Rampoldi)

Alessia Rampoldi
Giovane architetto pavese, formatasi al Politecnico di Milano e alla Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, si è laureata con una tesi sulla valorizzazione paesaggistica del patrimonio UNESCO nel territorio tiburtino. Dal 2019 collabora a progetti di carattere editoriale con l’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia e alla didattica presso la facoltà di Architettura dell’ateneo milanese. Parallelamente agli studi prima e al lavoro poi, ha sempre coltivato una forte passione per l’arte, significativamente influenzata dall’insegnamento fondamentale di perseguire il bello nella realtà della vita quotidiana. Nel marzo 2022 scopre la pittura acrilica. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive a Milano, Roma, Parigi e Berlino, dove è entrata a far parte degli artisti di Galeria Azur. Attualmente è collaboratrice di 24Ore Cultura per gli eventi presso Mudec, Palazzo Reale di Milano e GAM di Torino

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