Pavia 27 Maggio 2025
«Sono come un albero, con le mie radici in un paese e i miei rami che si aprono sul mondo», Eduardo Chillida (10 gennaio 1924 – 19 agosto 2002, San Sebastián).
Eduardo Chillida nasce a San Sebastián, Paesi Baschi spagnoli, nel 1924, tra le brezze dell’Atlantico e i silenzi della pietra, elementi che plasmeranno in profondità la sua poetica artistica. Dopo un primo avvicinamento agli studi d’architettura a Madrid mai completati, si accosta alla scultura quasi per la necessità di dare un corpo alla propria visione del mondo in equilibrio tra materia e spazio, tra pieno e vuoto. Trasferitosi a Parigi nel secondo dopoguerra, si confronta con l’eredità della scultura moderna, ma ne prende subito le distanze.

Il suo gesto è antico e, insieme, contemporaneo, sospeso tra la dimensione filosofica e quella fisica del fare. Influenzato dalla scultura greca arcaica esposta al Louvre, i materiali prediletti – ferro, acciaio, alabastro – diventano nei suoi lavori strumenti di una narrazione che procede non per affermazioni, ma per intuizioni e interrogativi scolpiti nel pieno e nel vuoto. Tornato nei Paesi Baschi negli anni Cinquanta, dopo anni di scontro con Jorge Oteiza che lo accusava di plagio, Chillida inizia un dialogo profondo con la sua terra. È qui che si consolida il radicamento, la sua opera più potente e duratura. Le sue mani forgiano oggetti che sembrano sempre sul punto di disciogliersi nell’aria, di evaporare nel tempo. Questa tensione tra permanenza e sparizione, tra corpo e spirito, diventa cifra essenziale del suo linguaggio.

San Sebastián, la città che lo vide nascere, ospita Peine del Viento – il “pettine del vento” – l’opera più emblematica e sintesi assoluta del pensiero dello scultore. Posizionata sul promontorio roccioso di Ondarreta, su cui l’Oceano si infrange ostinato e maestoso, l’insieme scultoreo fu realizzato in collaborazione con l’architetto Luis Peña Ganchegui ed è formato da terrazze di granito e tre corpi d’acciaio, ciascuno di 10 tonnellate di peso e più di 2 metri di altezza e larghezza. Ogni pezzo è costituito da quattro barre di sezione quadrata spesse che emergono da un tronco comune radicato nella roccia, forme austere che assomigliano ad artigli che chiudono l’aria.
Si tratta di uno spazio magico dal quale è possibile contemplare l’oceano in tutto il suo splendore, soprattutto durante i giorni di tempesta, quando le onde colpiscono con tutta la loro furia le rocce della scogliera. La natura interviene come un altro elemento dell’opera. Il vento e il mare fanno parte della scultura: ogni corpo pettina il vento che arriva dal mare alla città. Qui l’artista sfida la materia, la piega fino a trasformarla in forma viva, non più oggetto, ma soggetto di una relazione complessa con l’ambiente che la circonda.

Non lontano da San Sebastián, a Hernani, sorge un luogo straordinario che raccoglie e conserva il pensiero e l’opera di Chillida: il museo Chillida–Leku (da “leku”, che nella lingua basca significa “luogo”). Voluto dall’artista stesso insieme alla moglie Pilar Belzunce e inaugurato nell’anno 2000 nella fattoria di Zabalaga –una bella fattoria del XVI secolo, in stile tipicamente basco, sede di un antico allevamento di cavalli, alla cui ristrutturazione Chillida lavorò come se si fosse trattato di una propria scultura. Il museo non è una semplice galleria, ma un paesaggio scolpito, un organismo vivo dove natura e arte si compenetrano. È, infatti, soprattutto nel parco circostante che si coglie l’essenza del progetto: opere monumentali si inseriscono nel verde con sorprendente naturalezza, eterne nella loro scala, nel ritmo e nell’orientamento, che riverberano con la terra, con il cielo e con la luce del sole. Le sculture di ferro e granito che raggiungono in alcuni casi diversi metri d’altezza, regalano ritagli di panoramiche dove lo sguardo può riposare e contemplare.

Si cammina tra loro come in un bosco, con la sensazione di essere tacitamente parte a un rito. Il museo stesso è un’opera d’arte totale, dove nulla è superfluo, dove la materia racconta una spiritualità laica, profondamente radicata nella percezione umana del limite, della soglia, del confine. L’opera di risonanza internazionale di Chillida si fonda sul concetto di spazio non inteso come misurabile, piuttosto come spazio vissuto, emotivo, esistenziale, come lo spazio dell’attesa, del silenzio, dell’incontro. Le sue sculture lavorano per sottrazione, scavando, piegando e generando esse stesse spazio. Esse sono la forma in cui l’artista esprime il proprio fortissimo attaccamento alla terra che lo ha generato e il desiderio di arrivare oltre i confini immaginabili, un tentativo di nominare l’invisibile, di dare voce all’inaudibile.
In fondo, l’opera di Chillida è un lungo dialogo tra tempo e materia. Un tentativo di custodire il mistero senza violarlo, di affermare una presenza nel mondo senza occupare spazio. A San Sebastián e nel suo museo, questo dialogo tra tempo e materia continua ancora oggi nel suono del vento tra le sculture, nel passo lento dei visitatori, nella luce che cambia e modella le superfici. I percorsi tra le sculture di Chillida ci guidano attraverso l’esperienza profonda del sentimento di appartenenza a un luogo.
Immagine di apertura: una parte della scultura Peine del Viento, di Eduardo Chillida, sull’oceano Atlantico, a San Sebastian, realizzata nel 1977 (foto di Monica Herencias)




