Pavia 25 Settembre 2021
Una volta c’erano le grandi famiglie, quelle che hanno fatto dell’Italia una potenza industriale. C’erano gli Agnelli, i Falck, i Pirelli. E c’erano i Necchi. Per cento anni questo nome ha voluto dire industria pesante: ghisa, macchine per cucire, compressori per frigoriferi.

Poi, nel 2001, si spegne nella villa di via Mozart 14, a Milano, Gigina, e quel cognome un tempo altisonante, cade nell’oblio. L’ultima ereditiera lascia un patrimonio immenso, che dispone venga diviso tra il Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) di Giulia Maria Crespi e la Fondazione Veronesi, il cui presidente, Umberto, è stato il medico delle due sorelle. Le fabbriche di Pavia hanno chiuso da tempo, anche per mala gestio, le altre favolose ville sono diventate abitazioni private, hotel e resort. La storia della famiglia comincia con l’Unità d’Italia quando il commerciante Giuseppe Necchi, proprietario di una fiorente attività commerciale di ferramenta, decide di produrre semilavorati per la moltitudine di industrie che aprono a Pavia. Attorno al 1880 il fondatore si fa affiancare dal figlio Ambrogio, un giovane che non ha studiato, ma che ha una solida cultura del fare.

All’inizio del Novecento la società anonima che porta il suo nome ha già più di mille operai. Il motto dei Necchi è lavorare, lavorare e ancora a lavorare. Ambrogio non ha in mente di sposarsi fino all’età di 48 anni, quando l’amore sboccia, imprevisto come spesso accade, una mattina d’autunno per una lavandaia del Borgo cittadino. È un amore degno di uno dei romanzi d’appendice allora tanto in voga. Dalla relazione segreta nasce anche un figlio, Vittorio, e il matrimonio riparatore è un’esigenza. Siamo nel 1898. Dopo due e tre anni nascono le bambine Nedda (1900-1993) e Gigina (1901-2001). Nel 1916 Ambrogio Necchi muore, Vittorio studente di Legge, viene chiamato al fronte. Lì il rampollo fa la conoscenza che gli condiziona la vita: suo compagno d’armi è Cesare Merzagora, orfano di padre anche lui, che gli infonde il desiderio di rinnovare la fabbrica di Pavia. Alla fine del conflitto mondiale, dagli stabilimenti Necchi di Pavia escono prodotti in ghisa: caloriferi, vasche, pezzi per i motori Fiat. Va tutto bene. Ma a Vittorio non si basta, così fa il passo della vita, lascia l’Ambrogio Necchi S.A. alle sorelle.

Tra l’altro Gigina si è sposata da poco con Angelo Campiglio, giovane medico cresciuto in Argentina, che ha la fortuna di abitare davanti a casa Necchi. Alto, bello, viveur, seduce la giovane sorella di Vittorio e i due convolano a nozze. I coniugi Campiglio si trasferiscono a Milano, il conte Ascanio Cicogna vende il terreno in via Mozart. La loro vita è a Milano, ma Angelo Campiglio prende in mano la gestione della fabbrica a Pavia, cambia la ragione sociale in Ne-Ca, Necchi Campiglio. Sarà lui l’amministratore fino agli anni Settanta, ritirandosi quando il settore dei prodotti in ghisa entra in crisi.

Vittorio, invece, fonda una sua azienda che produce ghise malleabili e macchine per cucire. Dietro ogni scelta della Necchi c’è sempre il consiglio dell’amico Merzagora. Fondamentale nelle decisioni è anche la moglie, Lina, molto più anziana di lui, figlia di un socialista parmigiano perseguitato dal fascismo. Ha un segreto che si porta nella tomba, la sua età. Ha 14 anni più di Vittorio, non lo dice a nessuno, non esiste nessun documento che riporta l’anno di nascita, nemmeno sulla tomba c’è l’età della donna. E la signora Lina, ex chanteuse nei teatri di provincia, è una grande padrona di casa, è lei che aiuta a tessere i rapporti con le amicizie altolocate nei pranzi e nelle battute di caccia alla riserva della Portalupa, cento ettari sulle rive del Ticino.

L’azienda Necchi va a gonfie vele. Negli anni Trenta i giovani ingegneri inventano brevetti a ripetizione, il fatturato sale. Solo la guerra metterà in crisi, in parte, la produzione, perché l’esercito impone la costruzione di materiale bellico. Ma Vittorio Necchi costruisce migliaia di macchine che fa nascondere nelle cantine e nelle cascine del Pavese: si prepara al boom del dopoguerra. Decisione azzeccata: le sue macchine per cucire degli stabilimenti Necchi sono le Rolls Royce del settore, anche grazie alle sapienti indicazioni di un manager unico nella storia dell’industria italiana, Gino Martinoli. È lui che trasforma la fabbrica di Pavia in una seconda Olivetti: scuole, case per gli operai, sanità integrativa, attività sportiva e ricreativa per le famiglie dei dipendenti.
Vittorio, Nedda e Gigina, però, non hanno figli. Senza eredi le fabbriche cominciano ad andare in affanno negli anni Sessanta. La riconversione verso altri prodotti riesce solo con i compressori per frigoriferi, ma non basta.
Muore per prima la moglie di Vittorio. Poi si ammala anche lui, l’azienda è, di fatto, senza una guida. Le perdite aumentano.

Quando muore, nel 1975, Vittorio Necchi lascia una situazione debitoria molto importante e più di cinquemila lavoratori con un futuro incerto. Le sorelle, a Milano, frequentano ancora il bel mondo. Vivono nel lusso fino alla fine. Uno dopo l’altra se ne vanno tutti. Campiglio, Nedda e Gigina, che muore a cento anni, lasciando un vuoto quasi assoluto e una storia mai raccontata fino ad oggi.
Immagine di apertura: la copertina del libro Necchi, la storia, che Carlo Gariboldi e Maria Grazia Piccaluga hanno pubblicato nel 2019 per le edizioni Pime





Ho avuto solo ora il volume NECCHI econ mia sorpresa ho notato una lunga intervista al Dott, Liberali che di macchine per cucire non si era Mai interessato e non si parla di Ing, Perlino autore di nuove macchine con alcuni brevettoi a suo nome!!!