Due anni esatti dopo la richiesta all’Azienda Sanitaria di accedere al suicidio assistito, respinta per tre volte, Martina Oppelli, 51enne triestina affetta da Sclerosi Multipla da oltre vent’anni, ha cessato di vivere nel luglio scorso in un centro specializzato in Svizzera lasciando un video-messaggio all’Associazione Luca Coscioni. Una scelta tragica, come ogni suicidio, davanti alla quale c’è spazio solo per il dolore e il rispetto. Rispetto che è anzitutto ascoltare la voce di Martina: «Fate una legge che abbia un senso, una legge che tenga conto di ogni dolore possibile – ha detto rivolgendosi ai parlamentari nel suo messaggio di congedo –, che ci siano dei limiti, certo, delle verifiche, ma non potete fare attendere due, tre anni prima di prendere una decisione. In questi ultimi due anni il mio corpo si è disgregato. Perché sono dovuta venire qui all’estero? Perché non ce la facevo più ad aspettare, non ce la facevo più». E pochi giorni fa un uomo di 79 anni ligure, colpito da una malattia degenerativa invalidante, ha scelto anche lui il suicido assistito in Svizzera, dopo avere subito diversi dinieghi dalle autorità sanitarie della sua Regione. Sta diventando un esodo triste e doloroso. Intanto, dopo la Regione Toscana, la prima a darsi nel febbraio scorso una legislazione in merito al suicidio assistito, anche la Regione Sardegna si è dotata di recente di una legge analoga secondo i principi fissati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 242 del 2019. «Con l’approvazione del provvedimento si arricchisce lo scenario di iniziative e di interventi istituzionali che alcune Regioni italiane hanno adottato, sul piano legislativo o sul piano tecnico-amministrativo, con l’intento di consentire a ogni individuo che, per dolore e sofferenza ritenga la sua condizione insopportabile, di poter concludere la vita con dignità, attraverso la concreta attuazione del diritto di essere aiutato morire» ha commentato Il Comitato per l’etica di fine vita. In realtà, nella difficoltà di arrivare ad una normativa nazionale, più che le divergenze politiche, pesano due diverse antropologie: la laica e la cattolica, da sempre in conflitto. La prima afferma la libertà dell’individuo sulle proprie scelte anche in riferimento alla morte, la seconda la nega partendo dal presupposto che la vita è un dono di Dio e non proprietà dell’uomo. E mentre il conflitto non sembra trovare per ora una via d’uscita, le Regioni hanno cominciato a rispondere alla richiesta legittima della società. Giustamente….

Franca Porciani
Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura". A settembre del 2025, è uscito "La Dama Bianca" (Mursia), di cui è autrice insieme a Gabriele Moroni.

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