Pochi giorni fa una donna di Catanzaro si è buttata dalla finestra trascinando con sé i tre figli. Morta lei e morti i due bimbi piccoli, in condizioni gravissime la figlia più grande. Un gesto folle, terribile, che testimonia come spesso il suicidio sia un moto d’impeto, legato alla disperazione anche se probabilmente vagheggiato da tempo. Come fu il caso di Mario Monicelli, grande maestro del cinema italiano: un volo dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, dal reparto di Urologia dove era ricoverato da qualche giorno. Era il 29 novembre del 2010 e Il cineasta aveva 95 anni. Ma togliersi la vita ingoiando sonniferi non è facile quando la mente è lucida, come non è facile buttarsi dalla finestra, anche se c’è la volontà di morire. Altrimenti non si spiegano i tanti casi di suicidio gestiti dalla “Pegasos Swiss Association”, associazione di aiuto al suicidio con sede nei pressi di Basilea: fra i 200 e i 300 all’anno dal 2019 ad oggi, come ha messo in evidenza un’inchiesta della Radiotelevisione svizzera. A differenza di quanto accade in altre cliniche elvetiche – la più nota è “Dignitas” e accetta anche pazienti stranieri – che danno assistenza al suicidio solo se si tratta di patologie degenerative incurabili e di malati in condizioni disperate, qui basta avere più di 18 anni ed essere giudicati «mentalmente lucidi», oltre a pagare un costo ingente: circa 10mila euro. La clinica “Pegasos” è al centro di molte polemiche, rafforzate in questi giorni dal caso di una donna inglese di 56 anni, Wendy Duffy, in buone condizioni di salute, che ha scelto di morire proprio lì perché non riesce a reggere il dolore della scomparsa dell’unico figlio. Questo caso riecheggia quello di Lucio Magri, noto politico, uno dei fondatori del “Manifesto” (e uomo di mondo), che due anni dopo la scomparsa della moglie Mara, decise di andare a morire a Bellinzona grazie all’aiuto di un medico amico. Era il 2011, aveva 79 anni, e il caso fece scalpore. Magri scelse la propria morte per mano altrui in piena lucidità, gestì da solo tutta la preparazione (anche civile e amministrativa), predispose il funerale e la sua sepoltura a Recanati accanto alla compagna. Analogamente, Wendy ha scelto gli abiti che indosserà sul letto di morte e la canzone che ascolterà prima di andarsene. Nella nostra società, così vitalistica, certe scelte creano sconcerto, si cercano giustificazioni – sono persone depresse, si poteva fare qualcosa – ma forse si tratta di decisioni che vanno soltanto rispettate

Franca Porciani
Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura". A settembre del 2025, è uscito "La Dama Bianca" (Mursia), di cui è autrice insieme a Gabriele Moroni.

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