Firenze 27 Febbraio 2026
«Caligola? Era pazzo!». Questo è il giudizio che viene in mente quando si nomina il terzo Imperatore di Roma (dopo Augusto e Tiberio) che governò per soli quattro anni dal 37 al 41 dopo Cristo, prima di essere pugnalato a morte dalla sua scorta. Del resto già il contemporaneo Seneca lo descriveva, alla maniera di Lombroso, come un pazzo ripugnante: «L’orribile pallore, che rilevava lo squilibrio interno; gli occhi torvi, che sembravano nascondersi sotto una fronte innanzi tempo rugosa; la parte superiore del cranio, deforme e calva, malamente e faticosamente coperta di radi peli; il retro della testa, irto di setole; le gambe magre; i piedi enormi».

Certo c’era qualcosa di patologico in Gaio Giulio Cesare Germanico, meglio conosciuto come Caligola (12 d.C-41 d.C.), terzo Imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia; soffriva di Epilessia, una malattia che serpeggiava nella gens Julia e aveva colpito anche Cesare. Tuttavia aveva l’abitudine d’accompagnare le decisioni, anche le più strane e crudeli, con una nota di feroce sarcasmo nei confronti delle vittime, che lasciava capire come fosse ben presente a se stesso. Come per Amleto insomma, c’era del metodo nella sua pazzia. Fu nell’autunno dello stesso 37 d. C., in cui appena venticinquenne era stato eletto Imperatore dal Senato, che Caligola dopo una grave malattia non recuperò del tutto la salute e le stranezze si succedettero alle stranezze.

Si fece conferire in una volta sola tutti i titoli onorifici attribuiti ad Augusto nel corso di quarant’anni e vi aggiunse quello di padre dell’esercito. Conferì alle sorelle i privilegi delle vestali e convisse more uxorio con una di loro, Drusilla; nel suo testamento le lasciò in eredità l’Impero e quando morì, la deificò. I giochi del circo divennero quotidiani e imponenti; la casa, una reggia; la servitù, una corte; i pranzi, banchetti. Si fece costruire effimeri luoghi di delizie, come due navi dorate nel lago di Nemi o un ponte di barche tra Miseno e Pozzuoli, con un sentiero in terra battuta sul quale traversò il golfo a cavallo; quello stesso cavallo, Incitatus, che nominò senatore!
Altrettanto strana parve la politica estera. Rinunciò alla provincia di Commagene per farne un regno autonomo. Lo stesso fece in Palestina, in Natabea e in Iturea. Diede un re al Ponto, al Bosfòro Cimmerio, alla Tracia e alla Piccola Armenia, scegliendoli tra i suoi amici d’infanzia; abbandonò la Grande Armenia all’influenza persiana; fece uccidere Tolomeo, Re di Mauretania, discendente di Marco Antonio e alleato fedele. Varcò il confine del Reno con un grande esercito, ma senza combattere. Preparò una spedizione per invadere la Britannia, ma si limitò ad accogliere alcuni esuli dichiarandola sottomessa.

Allo sconcerto seguì la preoccupazione, poi il terrore. Caligola esiliò le sorelle, Agrippina e Livilla, colpevoli di rifiutare rapporti incestuosi. Pretese onori divini; si fece riverire vestito come Giove o come Venere; si fece costruire un tempio. Volle essere chiamato dominus (padrone), titolo che Tiberio aveva sempre respinto. Riprese con ferocia i processi di lesa maestà e condannò a morte molti cittadini, per futili motivi o per incamerarne i beni e riempire le casse dello stato svuotate dallo sperpero. E dichiarò di sognare che il popolo romano avesse un collo solo, per poterlo troncare con un colpo! Se non era la malattia, qual era allora il filo rosso che giustificava le sue azioni?
In realtà con Caligola presero per la prima volta il sopravvento a Roma i costumi e le idee politiche dell’Oriente, che avevano affascinato il suo bisnonno Marco Antonio e la sua nonna Giulia e che Augusto e Tiberio avevano contrastato, predicando e praticando il ritorno agli usi e alle virtù degli antichi padri repubblicani.
Caligola infatti fece il primo tentativo nella storia dell’Impero per alterare la costituzione d’Augusto – basata sullo stato di diritto e sulla collaborazione del principe con l’aristocrazia agraria (i senatori) e la borghesia commerciale, finanziaria e proto-industriale (i cavalieri) – per trasformarla in una monarchia assoluta, fondata sull’esercito e la natura divina del Re. In quest’ottica il suo governo non appare più come un insieme di tirannia e di stranezze, ma come un coerente disegno politico.

Se l’Imperatore non è il primo magistrato della repubblica ma il capo di una monarchia ereditaria, è logico che pretenda per la famiglia uno status privilegiato al di fuori e al di sopra del diritto comune. Che identifichi le sorelle con le vestali. Che sposi la maggiore, come per secoli avevano fatto i faraoni d’Egitto. Che le lasci in eredità lo Stato. Che la deifichi dopo la morte. Che esili le altre sorelle, colpevoli di rifiutare le nozze fraterne. E che uccida i consanguinei ritenuti possibili rivali.
Se l’imperatore è un Re assoluto e universale per diritto divino, è logico che si circondi del fasto orientale e usi a scopi personali il denaro pubblico. Che intenda regnare su una costellazione di monarchie satelliti, come il persiano Re dei Re. Che s’incarni in Venere, madre di Roma, come in Giove, che ne era il padre. Che richieda gli onori del culto. Che ai sudditi terrorizzati riserbi solo la sottomissione alla sua volontà, pena la morte. Che nomini cittadino romano, senatore e console il suo cavallo, in un chiaro gesto di disprezzo per le istituzioni repubblicane: anche una bestia poteva ricoprire quelle cariche!

Se l’Imperatore fonda il suo governo sul controllo militare e non sul consenso, è logico che gratifichi i soldati e gli ufficiali con dei donativi, assuma il titolo di “padre dell’esercito”, comandi le truppe di persona, compia grandi manovre alle frontiere come dimostrazioni di forza, anche se la situazione resta tranquilla.
Tutto quello che sembra follia è invece un comportamento coerente che appare chiaro non appena si cambi il presupposto iniziale: Caligola non intendeva essere un principe come Augusto, voleva essere un Re. Tuttavia per mutare la forma di governo e colpire col terrore le prerogative dei senatori e dei cavalieri, Caligola doveva avere il sostegno incondizionato dell’esercito. Ma per avere la stima dei militari bisogna essere un buon generale, come Tiberio, o saper scegliere dei buoni generali, come Augusto. Caligola non aveva né esperienza né talento militare e fece l’errore di comandare di persona. Così l’offensiva oltre il Reno si trasformò in una fuga precipitosa al primo apparire del nemico! Non c’è niente di peggio per un soldato d’aver mitizzato un capo e scoprire che è un vigliacco, perché la stima si muta in disprezzo.

Nello stesso tempo i suoi stravaganti costumi orientali finirono per suscitare l’avversione dei pretoriani, che erano reclutati in Italia e si sentivano custodi gelosi dei culti verso gli antichi dei e delle tradizioni repubblicane.
Così fu ordita tra i pretoriani una congiura, a cui aderirono molti senatori e cavalieri e il 24 gennaio del 41 Caligola fu ucciso come Cesare a pugnalate, nel corridoio sotterraneo che collegava il Palatino al Circo Massimo.
Aveva voluto diventare Re e Roma gli riservò il destino che da cinque secoli riservava ai re. Non a caso la parola d’ordine dei congiurati fu Libertà.
Immagine di apertura: busto di Caligola, New York, Metropolitan Museum of Art




