Pavia 27 Maggio 2026

Oggi monumento all’abbandono, degradato e silenzioso, con i progetti di recupero che naufragano puntualmente di fronte ai costi elevati, l’Idroscalo di Pavia nel decennio tra la seconda metà degli anni Venti e la prima dei Trenta dello scorso secolo, fu un importante terminal dei traffici passeggeri, commerciali e postali lungo la linea Torino-Venezia-Trieste, quando sembrava che gli idrovolanti avessero un grande futuro e le vie d’acqua fossero comode e poco costose piste di atterraggio.

Mussolini all’inaugurazione dell’Idroscalo di Pavia il 1° aprile del 1926

Ad inaugurarlo, il 1° aprile 1926, venne Benito Mussolini in persona, anche se il manufatto era ancora incompleto (esistevano solo i quattro piloni di sostegno e la piattaforma in cemento armato). Il Duce si presentò in città alla guida di un’Alfa Romeo decapottabile. «Le autorità pavesi vennero avvertite solo il giorno prima del suo arrivo – spiega Pier Vittorio Chierico, autore de La stagione degli idrovolanti a Pavia (Univers edizioni), terzo capitolo di imminente pubblicazione di una trilogia a tema aviatorio comprendente anche Ali e motori nei cieli pavesi e Quando si volava sul Ticino, entrambi editi da Pime – ; il poco preavviso provocò non poco sconcerto e agitazione».
L’apparato fascista venne immediatamente mobilitato. Il codazzo di gerarchi pronti a venerare il capo e la folla con gagliardetti e bandierine furono schierati sul Lungoticino verso il Ponte coperto, ma Mussolini proveniente da Milano sorprese tutti imboccando viale Gorizia e arrivando così a destinazione dalla parte opposta a quella da cui era atteso.
Nel suo periodo ruggente, il grande hangar sul Ticino fu uno dei capisaldi dell’esperimento che puntava a trasportare passeggeri e merci da un lato all’altro dell’Italia Settentrionale, e fu anche al centro di un’intensa vita mondana, location di balli e feste in società.

La tratta degli idrovolanti da Torino a Trieste, 575 chilometri percorsi in 4 ore e mezzo. Gli idrovolanti erano due: uno portava 4 passeggeri, l’altro 9 ed era dotato anche di un wc. Il biglietto costava 375 lire

Primo responsabile dello scalo pavese fu Alfredo Mangiarotti, a cui subentrò Matteo Mari, campano verace che avrebbe lasciato un buon ricordo e diversi amici e conoscenti a Pavia.
Viaggiare sugli idrovolanti non era alla portata di tutti e ci voleva pure una certa dose di coraggio e incoscienza, sia per l’equipaggio che per i facoltosi passeggeri: uomini d’affari, commercianti, persino un gruppo di reduci garibaldini. Molti i personaggi: Joao Ribeiro, primo trasvolatore atlantico dal Portogallo al Brasile, lo statunitense Roger Williams, protagonista con Lewis Yancey della storica trasvolata New York-Roma, il pilota Mario Stoppani, collaudatore di aerei e asso della Grande Guerra, Umberto Maddalena, uno dei più grandi aviatori dell’epoca, colui che con l’idrovolante Savoia Marchetti riuscì a individuare la famosa tenda rossa dei naufraghi del dirigibile Italia, dispersi al Polo Nord con il generale Umberto Nobile. Il più eccentrico fu forse l’industriale Ettore Bugatti che, diretto a Trieste, volle portare con sé il suo adorato fox terrier e pagò il biglietto anche per lui.

L’Idroscalo in piena attività negli anni Venti del secolo scorso

Si volava in primavera ed estate, con sospensione durante l’autunno inoltrato e l’inverno per le condizioni meteo avverse. Il declino degli idrovolanti fu però rapido: «Tra il 1933 e il 1934 il servizio di linea (gestito dalla triestina Sisa, sigla per Società italiana servizi aerei) venne interrotto, per non essere più ripreso», precisa ancora Chierico. Le compagnie di navigazione privata vennero chiuse dal regime, preludio alla creazione della compagnia di Stato Ala Littoria: la Sisa sparì così di scena e l’Idroscalo di Pavia finì, giocoforza, in pensione (non così la famiglia Cosulich, proprietaria della Sisa, alla quale fa tuttora capo una compagnia di navigazione operativa nel porto di Genova).

Il progettista dell’Idroscalo, l’architetto Giuseppe Pagano (1896-1945). Progettò anche l’università Bocconi di Milano. Morì a Mauthausen

Degna di rilievo è anche la figura del progettista dell’Idroscalo, l’architetto Giuseppe Pagano, destinato a una fine tragica. Nato a Parenzo (ora la croata Porec) il 20 agosto 1896, all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale volle arruolarsi come volontario nel regio esercito, pur essendo suddito austriaco, italianizzando il cognome Pogatschnig. Più volte decorato, catturato dagli austriaci e fuggito dal campo di prigionia (dopo aver rischiato la fucilazione come disertore), al termine delle ostilità si iscrisse al Politecnico di Torino laureandosi brillantemente in architettura. «Pagano – racconta Chierico – prese la tessera del Partito nazionale fascista diventando una sorta di architetto di regime. Fu lui, tra l’altro, a progettare la sede dell’Università Bocconi di Milano, dopo aver lavorato agli esordi a Torino con Gino Levi Montalcini, fratello di Rita. Quanto all’Idroscalo, Pagano impose il suo parere, ottenendo che il tetto assomigliasse a quello di uno chalet svizzero, piuttosto che a terrazzo come richiesto da più parti».

Lo scalo triestino della SISA, da dove partivano e arrivavano gli idrovolanti

Sempre a Milano, nel 1931, Pagano assunse la direzione della prestigiosa rivista di settore Casabella. Volontario anche nella Seconda Guerra Mondiale, al fronte comprese la vera natura del Fascismo e se ne distaccò, avvicinandosi ai socialisti e aderendo alla Resistenza, con un ruolo di spicco tra i partigiani milanesi delle formazioni Matteotti. Tradito da una delazione, finì sotto tortura alla Villa Triste della famigerata banda Koch e poi a San Vittore, da dove fu trasferito a Mauthausen. Qui la morte lo colse il 22 aprile 1945, tredici giorni prima dell’arrivo dei liberatori americani. Nel 2018 in ricordo del suo sacrificio è stata posata una pietra d’inciampo davanti alla Bocconi.

Immagine di apertura: l’Idroscalo di Pavia oggi (foto di Marcella Milani)

Roberto Lodigiani
Nato a Broni (Pavia) nel 1962, laureato in Lettere Moderne all’Università di Pavia con una tesi di Storia del Risorgimento, lavora dal maggio 1990 al quotidiano “La Provincia Pavese” (gruppo Gedi). È giornalista professionista dal 1992. Si è occupato di cronaca locale, cultura, spettacoli e sport. Attualmente è vicecaposervizio del settore Sport e tempo libero del giornale. Ha collaborato alle riviste “Storia e dossier”, “Storie di guerre e guerrieri”, “History”, “Storia in rete”. Ha pubblicato “La spia di Stalin. La vera storia di Carlo Codevilla” con Mursia (2015) e “Vincitori e vinti”, insieme al collega Fabrizio Guerrini, con Primiceri (2020)

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