Milano 27 Maggio 2026
A migliaia di chilometri dalle città e dal rumore del mondo, nel silenzio estremo dell’Antartide esiste un archivio naturale capace di raccontare il clima della Terra fino a centinaia di migliaia di anni fa. Non è fatto di carta né di dati digitali, ma di ghiaccio. Strato dopo strato, le calotte polari conservano tracce dell’atmosfera del passato, permettendo agli scienziati di ricostruire l’evoluzione climatica del pianeta.

Per leggere questo immenso archivio naturale è nato Beyond EPICA – Oldest Ice, progetto avviato nel 2019 con l’obiettivo di estrarre dalla calotta polare Antartica ghiaccio risalente fino a 1,5 milioni di anni fa. Prosecuzione di EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), concluso nel 2005, già capace di ricostruire 800mila anni di storia climatica del nostro pianeta. Guidata e coordinata dall’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche, la collaborazione internazionale ha visto impegnate nei mesi scorsi nel campo di Little Dome C, a 35 chilometri dalla stazione Concordia, a 3.200 metri sul livello del mare, 15 persone tra scienziate, scienziati e personale logistico, che hanno lavorato per due mesi dell’estate antartica con temperature medie di -35°C. A capo del progetto, finanziato con fondi europei, Carlo Barbante, professore di chimica analitica e cambiamenti climatici all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

A raccontarci questa ricerca è Barbara Stenni, professoressa di Geochimica presso l’università Ca’ Foscari di Venezia, che lavora sulle carote di ghiaccio antartiche dal 1998 e segue il progetto sin dalle sue origini. «Ho lavorato anche al precedente progetto EPICA, prima che diventasse Beyond EPICA – Oldest Ice – racconta -. Collaboro dal 1998 anche con i colleghi dell’Università di Milano-Bicocca, Valter Maggi e Barbara Delmonte, e proprio in quell’anno sono andata in Antartide per la missione che avrebbe poi permesso di ricostruire circa 800mila anni di storia climatica». Il lavoro di Stenni si concentra sull’analisi dell’ossigeno contenuto nelle molecole d’acqua presenti nel ghiaccio. «Attraverso queste analisi – spiega – possiamo ricostruire l’andamento delle temperature nel tempo delle aree in cui vengono effettuati i carotaggi».

L’analisi, però, non serve direttamente a datare il ghiaccio. «Una cosa è la datazione, un’altra è la ricostruzione della temperatura», precisa la professoressa. Stabilire l’età delle carote di ghiaccio è uno degli aspetti più complessi della ricerca e avviene attraverso modelli che tengono conto dello spessore della calotta, dell’accumulo delle nevicate e del calore proveniente dal substrato roccioso. A questi modelli vengono poi associati “orizzonti stratigrafici”, come tracce di eruzioni vulcaniche o strati di cenere già datati. «La datazione è fondamentale – sottolinea – . Se non c’è una datazione, non serve fare tutto il resto».
Le condizioni all’interno della calotta antartica non sono uguali ovunque. Temperatura, spessore del ghiaccio e calore proveniente dal substrato roccioso possono variare da sito a sito, influenzando la conservazione delle informazioni climatiche. «Nel progetto EPICA avevamo una calotta spessa circa 3270 metri – racconta Stenni -. Siamo riusciti a ottenere una ricostruzione climatica di circa 800mila anni, ma le condizioni alla base della calotta erano molto vicine al punto di fusione». In queste condizioni il ghiaccio tende progressivamente a perdere parte delle informazioni più antiche.

Beyond EPICA – Oldest Ice si concentra invece nell’area di Little Dome C, a circa 35 chilometri dal precedente sito di perforazione dove il ghiaccio resta completamente congelato e conserva meglio le informazioni climatiche nel tempo. Nonostante l’accumulo annuale di neve sia simile a quello del sito perforato durante EPICA, queste diverse condizioni stanno permettendo ai ricercatori di spingersi molto più indietro nel tempo. «Stiamo arrivando a circa un milione e duecentomila anni, forse anche di più» racconta la ricercatrice. Prima di perforare il ghiaccio, però, è necessario individuare il punto più adatto della calotta antartica. I ricercatori utilizzano tecniche di radio-eco sounding basate su onde radio, che permettono di osservare lo spessore del ghiaccio e le sue strutture interne, una specie di radiografia della calotta glaciale.

Le perforazioni avvengono durante le estati antartiche, tra fine novembre e fine gennaio. Le carote estratte raggiungono circa 2800 metri di profondità e hanno un diametro di appena 10 centimetri. Una volta recuperati, i campioni vengono mantenuti costantemente a bassissime temperature e trasportati in Europa attraverso una complessa catena logistica che coinvolge anche la nave oceanografica Laura Bassi. Dal porto di Trieste il ghiaccio raggiunge poi l’Alfred Wegener Institute, dove viene suddiviso tra i diversi laboratori europei coinvolti nel progetto. «Non abbiamo ghiaccio a palate per tutti – scherza Stenni – . Ci dividiamo i campioni e confrontiamo continuamente i risultati. È un grande lavoro di collaborazione scientifica internazionale fra 14 laboratori di dieci Paesi».
Le carote di ghiaccio rappresentano un archivio unico perché contengono le bolle d’aria rimaste intrappolate nel ghiaccio durante la sua formazione. Analizzando queste minuscole sacche d’aria, i ricercatori possono ricostruire la composizione dell’atmosfera del passato, compresi i livelli di anidride carbonica e metano.

Beyond EPICA – Oldest Ice punta ora a studiare una fase ancora in parte misteriosa della storia climatica terrestre: la Transizione del Medio Pleistocene quando tra 1,2 milioni e 700 mila anni fa c’è stato un cambiamento nel ritmo delle glaciazioni che prima seguivano cicli di 40mila anni per allungarsi poi a 100mila anni. L’obiettivo del progetto è comprendere perché sia avvenuto questo cambiamento, ricostruendo il clima antartico e la composizione dell’atmosfera di quell’epoca attraverso l’analisi della carota di ghiaccio. Ricostruire come il clima terrestre si sia evoluto nel corso di centinaia di migliaia di anni permette agli scienziati di osservare i grandi cambiamenti della Terra in una prospettiva molto più ampia rispetto a quella della storia umana. «Avevamo di fronte sfide tecnologiche e ingegneristiche senza precedenti nella glaciologia antartica, il successo era tutt’altro che scontato – conclude Carlo Barbante, coordinatore di Beyond EPICA – Oldest Ice –. Grazie alla competenza e alla tenacia del team a Little Dome C, con il supporto del personale alla stazione Concordia e, da remoto, dei principali centri europei di glaciologia, siamo riusciti a raggiungere un risultato storico: consentire alla scienza di sfogliare il libro di storia più antico, ovvero analizzare ghiaccio formatosi negli ultimi 1,2 milioni di anni»
Immagine di apertura: fonte: Gente Veneta/ PNRA/Ca’Foscari




