Bologna 27 Luglio 2026
C’è un silenzio di piombo che grava sui corridoi di pietra del carcere-fortezza di Pinerolo, abbarbicato sulle montagne del Piemonte. È il 1664. Un uomo cammina avanti e indietro nella sua cella. Ha quasi cinquant’anni, le mani curate di chi ha maneggiato l’oro del Regno, il pensiero fisso su una notte d’estate di quattro anni prima, quando tutto è crollato. Quell’uomo è Nicolas Fouquet, ex sovrintendente alle Finanze di Francia, l’uomo che osò essere più splendido di Luigi XIV, il Re Sole.

Fouquet diventerà uno dei protagonisti dell’enigma della Maschera di ferro, il cold case più affascinante e duraturo dell’età moderna. Un mistero nato nei corridoi dorati di Versailles, alimentato nelle celle delle prigioni di massima sicurezza della Francia secentesca e sigillato da un ordine perentorio del Re Sole in persona: nessuno doveva mai vedere le sembianze di quel prigioniero, pena la morte.
Per oltre tre secoli, storici, romanzieri e investigatori si sono passati il testimone per dare un nome a quell’ombra senza volto, sepolta nel 1703 nel cimitero di Saint-Paul a Parigi, sotto lo pseudonimo di Marchioly. Ma chi si celava davvero dietro quella maschera che la leggenda vuole di ferro e la realtà storica descrive, più verosimilmente, come una mentoniera di velluto nero irrigidita da stecche? Le ipotesi si sono accavallate come in un gioco di specchi, fino a stringersi attorno a una pista clamorosa: il prigioniero più protetto d’Europa era Nicolas Fouquet, il sovrintendente alle Finanze del Re Sole.

Prima di addentrarsi nei meandri della pista Fouquet, è necessario comprendere la portata del giallo che circonda il detenuto. L’obbligo del segreto era assoluto. Il carceriere, Benigne d’Auvergne de Saint-Mars, scortò questo misterioso recluso per decenni attraverso le fortezze più impenetrabili del regno: da Pinerolo a Exilles, dall’isola di Santa Margherita fino alla Bastiglia. Ovunque andasse, il protocollo imponeva che il prigioniero non parlasse con nessuno, se non per le strette necessità vitali, e che il suo viso rimanesse perennemente coperto.
La prima grande ipotesi, consacrata dal genio letterario di Voltaire e poi di Alexandre Dumas, spinge l’acceleratore sulla dinastia dei Borbone. La maschera sarebbe stata il gemello segreto di Luigi XIV, nato pochi minuti dopo di lui e tenuto nascosto per evitare una sanguinosa guerra di successione. Una teoria affascinante, che trasuda melodramma e ragion di Stato, ma priva di riscontri documentali solidi.

Altre piste hanno ipotizzato che il prigioniero fosse un figlio illegittimo di Anna d’Austria e del cardinale Mazzarino, o addirittura il drammaturgo Molière, punito per le sue commedie dissacranti. Negli anni, la storiografia accademica ha invece puntato il dito su figure minori, ma pericolose per la diplomazia: Eustache Dauger, un misterioso valletto a conoscenza di segreti inconfessabili sulla corte inglese, o il conte Ercole Antonio Mattioli, un diplomatico italiano che aveva tradito la fiducia di Luigi XIV nella compravendita della fortezza di Casale Monferrato. Eppure, nessuna di queste figure minori spiega da sola il spiegamento di forze, le spese folli per la detenzione e il terrore ossessivo del Re che il volto del prigioniero venisse visto. Un trattamento del genere si riserva solo a un titano. A qualcuno come Nicolas Fouquet. Per capire perché Fouquet sia il candidato ideale a vestire i panni della Maschera di ferro, bisogna fare un passo indietro, fino al 17 agosto 1661. Quel giorno, il sovrintendente alle Finanze Nicolas Fouquet inaugura il suo nuovo e sontuoso castello di Vaux-le-Vicomte.

È la festa del secolo: 600 coperti, giochi d’acqua mai visti, fuochi d’artificio, una commedia di Molière scritta per l’occasione e una cena servita su piatti d’oro massiccio da favola. Tra gli ospiti c’è un giovane Luigi XIV, ventiduenne, affamato di potere, orgoglioso e non ancora “Sole”.
Il Re guardò quel lusso e vide non solo un insulto alla corona, ma la prova provata che Fouquet stesse attingendo a piene mani dalle casse dello Stato. Decise di farlo arrestare. Pochi giorni dopo, il 5 settembre, a Nantes, la carrozza di Fouquet venne circondata da un drappello di moschettieri guidato dal capitano Charles de Batz de Castlemore, il vero D’Artagnan.
Il processo a Fouquet durò tre anni e scosse la Francia. Non fu solo un processo per malversazione, ma uno scontro politico epocale. Contro ogni aspettativa del sovrano, che spingeva per la condanna a morte, i giudici optarono per una sentenza più mite: il bando permanente dal regno.

Ma Luigi XIV non poteva permettere che una mente finanziaria così raffinata, un uomo che conosceva ogni singolo segreto delle corti europee, dei fondi neri della corona e degli intrighi di palazzo, circolasse libero fuori dai confini francesi. Il Re allora fece qualcosa di inaudito: esercitò il suo diritto di sovrano non per concedere la grazia, ma per inasprire la pena. Tramutò l’esilio nel carcere a vita. Fouquet doveva sparire, nascosto dalle mura della remota fortezza di Pinerolo e sorvegliato da un uomo che sarebbe diventato la sua ombra e il suo custode: Benigne Dauvergne de Saint-Mars.
La storiografia ufficiale ci dice che Nicolas Fouquet morì a Pinerolo il 23 marzo 1680, stroncato da un colpo apoplettico, tre anni prima che il suo carceriere, Saint-Mars, venisse trasferito ad Exilles portando con sé il famoso prigioniero mascherato. Fine della storia? Non proprio. È qui che il giornalismo d’inchiesta storico inizia a grattare la superficie delle verità ufficiali.

Diversi elementi non tornano. Il corpo di Fouquet non fu mai mostrato a nessuno, se non al medico della prigione e al direttore del carcere Saint-Mars. Neppure la moglie, che pure era rimasta al suo fianco durante gli anni della prigionia, riuscì a vedere la salma. La sepoltura avvenne in fretta e furia e solo un anno dopo venne restituito alla famiglia un corpo ormai in avanzato stato di decomposizione, impossibile da identificare. Negli stessi mesi della presunta morte di Fouquet, nelle lettere del ministro della Guerra Louvois a Saint-Mars, iniziò a registrarsi un cambio di passo frenetico. Il Re e il ministro erano terrorizzati dal fatto che le informazioni riservate possedute da Fouquet continuassero a circolare.
Se Fouquet non era morto nel 1680, che fine aveva fatto? Nel 1681 il carceriere Saint-Mars venne trasferito alla fortezza di Exilles, in Alta Val Susa. Portò con sé due prigionieri speciali, trasportati in lettighe chiuse ermeticamente da teloni cerati. Nei dispacci ufficiali del ministro della Guerre Lovois questi due uomini venivano definiti “i prigionieri della bassa torre”. Le ipotesi investigative fanno supporre che si trattasse di Fouquet e del suo “valletto” Dauger. L’ex sovrintendente trasformato in un non-uomo, costretto a coprirsi il viso per evitare che i vecchi alleati o le guardie lo riconoscessero.

Il volto di Fouquet, del resto, era uno dei più noti di Francia: la sua fisionomia era impressa in decine di ritratti e monete. Quando Saint-Mars si spostò da Exilles all’isola Santa Margherita e, infine, nel 1698, alla Bastiglia a Parigi, Fouquet era già stato trasformato in uno spettro. Le spese per il mantenimento del prigioniero mascherato rimasero comunque altissime: biancheria fine e abiti di lino, pasti abbondanti serviti su stoviglie d’argento, rispetto reverenziale da parte del carceriere. Un trattamento che mal si concilia con la figura di Eustache Dauger (un semplice cameriere) o di spie di basso rango, ma che si adatta perfettamente allo status di un ex ministro delle Finanze come Fouquet.

Quando il prigioniero morì, il 19 novembre 1703, venne sepolto nel cimitero di Saint Paul, sotto il nome fittizio di Marchioly. I suoi vestiti vennero tagliati a pezzi e bruciati così come i suoi effetti personali. Le stoviglie d’argento vennero fuse, i libri bruciati e le pareti della cella raschiate pere cancellare ogni possibile graffito.
Se la Maschera di ferro fosse davvero Nicolas Fouquet, l’intera narrazione del Grand Siècle subirebbe una torsione drammatica. Il Re Sole, il monarca illuminato che amava le arti e la simmetria di Versailles, si rivelerebbe il carceriere spietato di un uomo che non era riuscito a perdonare.
.Privato della sua immagine, l’esteta Fouquet veniva condannato all’invisibilità eterna, costretto a guardare il mondo attraverso la feritoia di una maschera, mentre il suo re costruiva Versailles ricalcando, ironia della sorte, gli stessi architetti e giardinieri che Fouquet aveva scoperto e valorizzato a Vaux-le-Vicomte.
La Maschera di ferro rimane un segreto sigillato nel passato. Ma tra le tante figure che la storia ha provato a infilare in quell’armatura di silenzio, quella di Nicolas Fouquet continua a stagliarsi come la più credibile, la più tragica e, senza dubbio, la più affascinante.
Immagine di apertura: la “Maschera di Ferro” sul dvd del film dedicato a questa vicenda nel 1939




