Firenze 26 Luglio 2021

San Gimignano, che porta il nome del suo patrono che fu vescovo di Modena, caratterizzata dalle celebri torri, è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per essere uno dei migliori esempi di architettura medievale in Europa.

La facciata della Collegiata (o Duomo) di San Gimignano. Da notare l’assenza del portale di ingresso (foto di Markus Mark)

La cittadina raggiunse il massimo splendore economico grazie ai commerci della via Francigena, il cui tracciato venne aperto fin dal 1150 e all’indipendenza da Volterra ottenuta nel 1199, ma deve la sua fortuna soprattutto ai Preposti della Collegiata che furono 48, dalle origini ad oggi. Alcuni di questi raggiunsero posizioni importanti nella Chiesa di Roma come Baldassar Cossa, Antipapa dal 1410 al 1414, i Cardinali Giordano e Napoleone Orsini e Alessandro Adimari. Nella Collegiata di San Gimignano predicavano San Bernardo di Chiaravalle al seguito di Papa Eugenio III e anche San Francesco d’Assisi, Fra’ Girolamo Savonarola e Felice da Montalto, che fu poi Papa con il nome di Sisto V e infine Leonardo da Porto Maurizio, al secolo Paolo Girolamo Casanova, che è stato un frate minore riformato francescano, ideatore della pratica della Via Crucis.

“Il martirio di San Sebastiano”, di Benozzo Gozzoli, sulla controfacciata della Collegiata di San Gimignano (foto di Veronica Ferretti)

La Basilica Collegiata di Santa Maria Assunta, conosciuta anche come Duomo di San Gimignano, è uno dei massimi splendori dell’arte gotica italiana. Orientata con l’ingresso verso la Via Francigena, la via di transito dei pellegrini che tagliava il castrum vetus e i borghi contigui del castrum novum, ha una facciata molto particolare perché è priva del portone centrale d’accesso (probabilmente per mantenere indenne la piccola abside preesistente) e presenta solo due porte laterali in corrispondenza delle navate. La distanza delle porte realizzate nel 1238 da Matteo di Brusmsed è ridotta da una serie di scalini che degradano verso la grande scalinata che conduce alla piazza. L’interno è uno straordinario spartito pittorico: partendo dalla controfacciata è possibile ammirare il Martirio di San Sebastiano, firmato da Benozzo Gozzoli (autore dell’Epifania di Palazzo Medici a Firenze) e il gruppo scultoreo di Jacopo della Quercia dipinto con colori accesi da Martino di Bartolommeo.

La scultura della “Annunciata” di Jacopo della Quercia (foto di Veronica Ferretti)

In questo capolavoro Jacopo della Quercia, che si pone come trait d’union tra Giovanni Pisano e Michelangelo, supera il sentimento goticheggiante nella figura dell’Annunciata e mostra la sua apertura verso il primo Rinascimento. Dietro l’Angelo e la Vergine si ammira il dipinto di un tessuto damascato opera di Ventura di Moro. Nella parte alta della controfacciata gli affreschi del Paradiso e dell’Inferno sono firmati e datati Taddeo di Bartolo 1393. La navata minore destra è ricoperta da un grandioso ciclo pittorico, certamente uno dei più importanti esempi di pittura gotica italiana, con le Storie del Nuovo Testamento. Ne parlavano con ammirazione già Lorenzo Ghiberti e Giorgio Vasari che riporta come autore un ignoto Maestro di Barna, mentre le ultime ricerche documentarie attribuiscono gli affreschi alla scuola di Simone Martini, ma al di là delle discussioni sulle attribuzioni non si può rimanere che colpiti dalla capacità espressiva colta nello sguardo pungente di Giuda nella scena della Cattura di Cristo oppure dalle rimembranze giottesche della Salita al Calvario dove si scorge una incredibile ricerca di profondità spaziale ottenuta grazie all’inclinazione delle lance, delle scale e delle croci sopra gli arcuati elmi ferrigni dei soldati.

Lo splendido “Angelo” di Jacopo della Quercia. Da notare alle sue spalle il dipinto di un tessuto damascato opera di  Ventura di Moro (foto di Veronica Ferretti)

Vasari sottolinea che in tutte queste scene è presente una tensione ricca di pathos “la molta vivacità degli effetti d’animo”, ma è possibile scorgere sia la monumentalità plastica dell’arte di Giotto coniugata con l’eleganza e la sottigliezza disegnativa di un Simone Martini, sia la solenne compostezza di Duccio da Buoninsegna.
Sul finire della navata destra si apre la Cappella di Santa Fina, anch’essa protettrice della città, scomparsa il 12 marzo del 1253. Nata da nobili decaduti, morì appena quindicenne dopo aver trascorso molti anni nell’infermità. Oltre alla malattia, la ragazza soffrì molto per la prematura morte della madre, ma fu per tutti coloro che la visitavano un grande esempio di vita cristiana. Il culto della Santa si diffuse subito dopo la sua scomparsa per i molti miracoli avvenuti sulla sua tomba. In suo onere fu costruito l’ospedale e nel 1457 venne eretta la magnifica Cappella. Quest’ultima è vero e proprio gioiello architettonico del più puro Rinascimento fiorentino e fu costruita su disegno di Giuliano da Maiano, incaricato dall’Opera del Duomo. L’ambiente è concepito come un perfetto organismo geometrico scandito da pietre serene e da tarsie marmoree. Sopra l’altare si trova la pala marmorea con al centro una grata contente il reliquiario della testa di Santa Fina.

Il reliquario di Santa Fina, realizzata da Manno di Bandino, fine lavoro di scultura e orificeria (foto di Veronica Ferretti)

Si tratta di uno straordinario capolavoro senese di primo Trecento, foggiato da Manno di Bandino, che riunisce in sé le arti della scultura, della pittura e dell’oreficeria. La testa della fanciulla è dipinta, mentre nelle veste sono incastonati antichi vetri colorali e i capelli sono tramati in oro zecchino. Il busto è plasmato nel cuoio mentre nella calotta lignea si trovava il teschio della Santa che fu tolto nel 1738 per essere ricomposto con tutto lo scheletro nella nuova urna sottostante. Alla base del reliquiario Benedetto da Maiano scolpì una serie di cherubini alternati a calici e ai lati quattro angeli entro nicchie scandite da esilissime lesene. Infine sull’arcone della parete di fondo per rendere l’effetto più scenografico, finse due tendaggi aperti e arrotolati anch’essi marmo con rilievi in oro.

Le esequie di Santa Fina di Domenico Ghirlandaio (foto di Veronica Ferretti)

Alle pareti laterali Domenico Ghirlandaio, in collaborazione con il fratello David e il cognato Sebastiano Mainardi, sangimignanese, dipinse due grandi affreschi raffiguranti rispettivamente San Gregorio Papa che appare a Santa Fina inferma e le predice la prossima morte e Le esequie di Santa Fina. La prima scena presenta la fanciulla stesa sulla tavola-giaciglio in una nuda cameretta assistita dalla nutrice Beldia e da Donna Bonaventura, mentre il Papa appare in una “mandorla” di cherubini. Sulla parete opposta, si ammira la magnificenza delle esequie con Santa Fina contornata da prelati, dal popolo e dai nobili sangimignanesi che si dispongono a semicerchio attorno a lei. Sullo sfondo la scena si amplia con la nicchia absidale che offre un maggior respiro compositivo e grande solennità.
Altro spazio degno di nota è il Chiostrino oratorio dedicato a San Giovanni, un loggiato contente un antico fonte battesimale, capolavoro di Giovanni di Cecco, e l’affresco della Vergine e l’Angelo Annunciante (1482), opera di Sebastiano Mainardi.

Immagine di apertura: l’affresco dell’Inferno e, nella parte alta, quello del Paradiso, entrambi opera di Taddeo di Bartolo; Collegiata di San Gimignano (foto di Veronica Ferretti)

 

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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