Ricorre il Quinto Centenario di una cupola meravigliosa, quella dipinta da Antonio Allegri, detto il Correggio, nella chiesa di San Giovanni Evangelista in una città che è stata eletta Capitale della Cultura 2020-2021. Stiamo parlando di Parma, famosa per la piazza del Duomo, il Palazzo della Pilotta, il Teatro Farnese e la Galleria Nazionale. La città, che è da ritenersi una delle principali capitali artistiche del Romanico italiano, ritrovò il suo splendore nel Cinquecento con l’opera del Correggio e del Parmigianino. Nel Quattrocento era stata annessa al Ducato di Milano; poi fu governata dai francesi dal 1499 al 1513, anno in cui Giulio II della Rovere la conquistò annettendola ai territori dello Stato della Chiesa.
Risale a questo periodo di massimo splendore la realizzazione di ben tre capolavori: la Camera della Badessa (1519), la Cupola di San Giovanni (1520 – 1524) e la Cupola dell’Assunzione della Vergine nella Cattedrale (1524 – 1530) tutte opere del Correggio. Vasari ne Le Vite scrisse: «Tengasi pur per certo che nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch’egli faceva, e la grazia con che e’ finiva i suoi lavori».
Correggio (1489-1534) seppe coniugare le suggestioni chiaroscurali di Leonardo, il gusto per le forme monumentali, la placida contemplazione dei pittori umbri e fiorentini, l’esperienza del colorismo veneziano di Cima da Conegliano, Giorgione, Tiziano, la lezione dei ferraresi Costa e Dossi, le vedute scorciate di Andrea Mantegna e Bennozzo Gozzoli, nonché la forza della pittura nordica di Dürer e Altdorfer.

La volta della Camera della Badessa nel Monastero di San Paolo a Parma, affrescata dal Correggio nel 1519. La decorazione comprende la volta e la cappa del camino

Nella sua prima grande impresa pittorica, la decorazione della Camera della Badessa nel Monastero di San Paolo, su commissione di Giovanna Piacenza, Correggio riprende motivi della Loggia di Psiche e della Stanza della Segnatura di Raffaello. Non dimentichiamoci che la cultura raffaellesca in Emilia era ben nota grazie al capolavoro della Madonna Sistina di Piacenza, oggi conservata a Dresda. Nella celebre Camera il pittore esaudisce i desideri della committenza privata con il tema della caccia rituale. Diana, dipinta sul caminetto, rappresenta la dea vergine e cacciatrice: è l’alter ego di Giovanna. L’analogia con la badessa (Giovanna-Diana) – la quale ha nello stemma le falci di luna che contraddistinguono appunto la sorella di Apollo – è evidente.

Diana dipinta dal Correggio sulla cappa del camino della Camera della Badessa

La badessa-Diana guida le sue monache e indica i sentieri della perfezione; compie il gesto duplice del nascondere e dello svelare e, come segno probante, viaggia nel cielo. A lei mentalmente occorre tornare durante le fasi di lettura dell’opera, e a lei ci si deve affidare. Dopo il successo della Camera della Badessa, Correggio venne subito arruolato dall’abate Girolamo Spinola per un’altra ambiziosa operazione pittorica, la decorazione dell’appena finita Chiesa benedettina di San Giovanni. Si trattava della prima commissione pubblica di elevato impegno e di indubbio prestigio. Correggio prese le mosse dalla lezione di Andrea Mantegna nella Camera degli Sposi che vede il soffitto sfondato a mostrare il cielo. Nella Cupola del Correggio scompaiono le architetture quattrocentesche, tipiche del Mantegna. Neppure Michelangelo aveva osato tanto! Nel cielo dorato si raffigura la Parusia, cioè la visione del secondo avvento di Cristo che San Giovanni Evangelista ebbe sull’isola di Patmo. “Eccolo venire sulle nubi, e così lo vedrà ogni occhio” (Apocalisse I, 7).
Correggio potenzia ancor di più il meccanismo illusorio di uno spazio estremamente dilatato, e crea un imbuto di luce sul quale si staglia, al centro, la figura di Cristo splendente. La libertà illusionistica del Correggio apre la strada del Barocco. Tutt’intorno, seguendo l’andamento circolare della cupola, sono raffigurati gli apostoli, assisi su nuvole, ai quali Correggio ha dato contorni marcati, un solido gioco d’ombre e pose anatomiche che rievocano gli Ignudi della Cappella Sistina.
La figura di Cristo, anziché levitare verso il vortice di luce, sembra gravare verso il basso, avvicinandosi al mondo degli uomini.
L’idea di Paradiso offerta da Correggio è soffice, benevola, accogliente, ma anche pensierosa e dibattuta, come ci dicono i pennacchi che vedono in disputa gli Evangelisti e i Padri della Chiesa. Antonio Allegri filtra il classicismo romano attraverso una nuova libertà di rappresentazione che sfiora una dimensione visionaria, senza tuttavia rinunciare al suo aspetto naturalistico.

L’affresco dell’Assunzione della Vergine del Correggio  nella cupola del Duomo di Parma (1524-1530)

La Cupola di San Giovanni godette di un successo immediato tanto  tant’è che gli venne subito commissionata la Cupola del Duomo di Parma. Protagonista della raffigurazione è, stavolta, la Vergine Assunta in Cielo ma in questo caso la rappresentazione illusoria e vorticosa dello spazio è portata “all’infinito”. Le figure appaiono leggere e compongono una folla frenetica, con rotazioni studiate per convergere il grandioso evento collettivo verso l’Empireo. Correggio fa prevalere l’emozione sulla chiarezza narrativa, e rende difficile l’individuazione della Vergine assunta in cielo. L’esecuzione creò qualche malcoltento tanto che il pittore fu accusato di seguire la sua immaginazione senza piegarsi ad alcuna regola. A prendere le sue difese sarà Tiziano il quale chiamato a giudizio risponderà: «Capovolgete la cupola, riempitela d’oro, non sarà mai pagata a dovere».

Immagine di apertura: l’affresco del Correggio della Cupola di San Giovanni a Parma (1520-1524)

Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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