Pavia 27 Aprile 2025

Su una delle cime dell’arido deserto del Negev, in prossimità delle coste del Mar Morto, nella regione della Giudea si erge il sito archeologico di Masada, in un territorio segnato dalla profonda depressione generata dalla salinità delle acque, in un altopiano naturale dove soltanto le sommità raggiungono il livello del mare.

Volo d’uccello sul sito archeologico di Masada, in basso i resti del Palazzo di Erode Settentrionale

L’altura sulla quale si colloca il sito, infatti, è il risultato del sollevamento e del distacco di una diramazione secondaria della falda denominata siro-africana. In quota si presenta un pianoro dalla forma allungata sul quale Erode il Grande (73 a.C. – 4°a.C.), il grande Re costruttore, nel I secolo a.C. scelse di edificare gli insediamenti della propria fortezza, parte di un sistema molto più ampio di città-fortezza volute da lui nei luoghi più impensabili del regno. La strategicità di Masada si deve all’ostilità del luogo e alla sua distanza rispetto ai più grandi centri abitati del protettorato romano. Prima della presa da parte dei Romani, raggiungere la cima era possibile da un’unica via di accesso sul fronte orientale, il cosiddetto “sentiero del serpente”, che si avviluppa su un dislivello di 450 metri con andamento curvilineo mettendo in pericolo chiunque lo percorresse a cavallo.
Raggiunta la sommità del monte, agli occhi dello spettatore si apre una vista spettacolare su un paesaggio quasi alieno segnato in lontananza dalla stringa blu cobalto del Mar Morto, in netto contrasto con l’aridità e le rosse cromie del deserto del Negev.

Jean Fouquet, La conquista di Gerusalemme da parte di Erode Il Grande, 1470-1475 circa, miniatura

La fondazione di Masada viene fatta curiosamente risalire ad Alessandro Ianneo, esponente della dinastina asmonea, che invece d’intitolare la fortezza al suo nome preferì utilizzare il generico Masada (in ebraico Metzada) che significa solidità e resistenza. Le fonti storiche e archeologiche sono poco chiare su epoca ed estensione del primo insediamento, certo è che dopo un periodo di splendore, la dinastia asmonea entrò in crisi a causa di guerre civili e dell’intervento romano.
Successivamente, Erode il Grande, in fuga dai Parti, si rifugiò a Masada, riconoscendone immediatamente il valore strategico. Durante il suo regno, trasformò la rocca in una lussuosa cittadella fortificata, costruendo palazzi, terme, un sistema avanzato di raccolta idrica e un’imponente cinta muraria. La piana superiore, orientata sull’asse nord-ovest sud-est, ha una lunghezza di circa 600 metri e una larghezza di 300 nei punti di massima espansione. L’edificazione si sviluppa a partire dal perimetro e si concentra nella fascia settentrionale sulla cui punta vennero edificate le tre terrazze del Palazzo di Erode affacciate a strapiombo sull’altopiano.
Ai piedi della Rocca, in antichità scorrevano due corsi d’acqua, Wabi Masada a sudest e Wabi Ben Yair a ovest, di cui oggi rimane solamente il sedimento che permette lo scolo naturale delle acque piovane.

Vista sul pianoro di Masada e sui resti dell’antica rampa romana

Per garantire un abbondante approvvigionamento d’acqua anche in periodi di grande siccità fu ricavata una serie di cunicoli, adibiti a cisterna, scavati direttamente all’interno della roccia calcarea. I blocchi di dolomia, una pietra particolarmente dura e resistente, asportati durante la realizzazione del sistema di canalizzazione, furono abilmente reimpiegati come materiale da costruzione principale, mentre rilievi recenti hanno messo in luce resti di pietra di Gerusalemme e altri materiali lapidei impiegati nei motivi decorativi, certamente lavorati nelle botteghe della capitale e portati successivamente in situ.
La magnificenza delle costruzioni di Masada rifletteva l’influenza romana sull’architettura, caratterizzata da materiali preziosi, mosaici e affreschi, lasciando una duratura testimonianza della cultura edilizia del tempo. Dopo la morte di Erode, Masada fu occupata da una guarnigione romana fino alla ribellione zelota guidata da Menahem, che conquistò la fortezza per poi tentare, invano, di impadronirsi di Gerusalemme. Dopo il suo assassinio, gli Zeloti, sotto Eleazar, si rifugiarono stabilmente a Masada, che fece da sfondo a uno dei più celebri episodi della storia romana in terre straniere: come narra Giuseppe Flavio ne La Guerra Giudaica, la legione romana guidata da Lucio Flavio Silva, dopo mesi di preparazione all’assedio, una volta raggiunta la cima, si trovò di fronte al suicidio di massa del popolo zelota (si trattava di un gruppo politico-religioso giudaico che si opponeva fermamente alla dominazione romana).

Vista sull’Altopiano del Negev e le acque blu cobalto del Mar Morto

Masada cadde nel 73 d.C. e divenne simbolo del sacrificio eroico del popolo ebraico. Gli Zeloti avevano trasformato l’insediamento in un accampamento di fortuna, realizzando modesti adattamenti edilizi, sinagoghe e bagni rituali, riflettendo la loro forte spiritualità e l’urgenza di creare un rifugio temporaneo.

Scorcio dalla terrazza inferiore del Palazzo di Erode

La fortezza versò in uno stato di abbandono fino ai primi dell’Ottocento quando furono avviati i primi interventi di scavo, mappatura e recupero dei resti archeologici.
Le condizioni climatiche estreme del deserto e del mare giudaici rendono Masada ancora oggi un luogo incontaminato dal continuo sviluppo urbano, preservandone la memoria e l’identità. Nel 1966, in concomitanza con i primi scavi archeologici, l’Ente Nazionale per la Tutela della Natura e dei Parchi d’Israele attribuì al sito la denominazione di Parco Nazionale, garantendo così un maggiore livello di protezione e tutela dell’intorno. Il valore del Parco fu riconosciuto dall’UNESCO nel 2001, data che ne sancì l’ingresso nella lista dei luoghi Patrimonio dell’Umanità.

Immagine di apertura: Parco Nazionale di Masada (Israele): vista dall’alto sul Palazzo di Erode settentrionale

Le immagini del servizio sono tratte dalla tesi di laurea “I FANTASMI E LE ARCHITETTURE VELATE. Proposta per la valorizzazione del sito archeologico di Masada” di Sofia Bernareggi e Sara Boraschi

Alessia Rampoldi
Giovane architetto pavese, formatasi al Politecnico di Milano e alla Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile, si è laureata con una tesi sulla valorizzazione paesaggistica del patrimonio UNESCO nel territorio tiburtino. Dal 2019 collabora a progetti di carattere editoriale con l’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia e alla didattica presso la facoltà di Architettura dell’ateneo milanese. Parallelamente agli studi prima e al lavoro poi, ha sempre coltivato una forte passione per l’arte, significativamente influenzata dall’insegnamento fondamentale di perseguire il bello nella realtà della vita quotidiana. Nel marzo 2022 scopre la pittura acrilica. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive a Milano, Roma, Parigi e Berlino, dove è entrata a far parte degli artisti di Galeria Azur. Attualmente è collaboratrice di 24Ore Cultura per gli eventi presso Mudec, Palazzo Reale di Milano e GAM di Torino

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