Europa, anno 2020. Quello in cui il Canale della Manica tornerà ad essere un confine reale, una frontiera che restituirà ai britannici l’agognato isolamento dall’Europa. La vittoria schiacciante dei conservatori di Boris Johnson alle elezioni del 13 dicembre scorso e la ratifica da parte del Parlamento inglese dell’accordo di separazione dal Vecchio Continente rappresentano la certezza che il 31 gennaio 2020 sarà il “Brexit Day”. Un giorno di festa per la maggior parte dei sudditi della Regina, che – ritengono – avranno meno immigrazione, più sicurezza, maggiore sovranità nazionale. In controtendenza con un futuro che, a guardarlo nei primi anni Duemila, sembrava fatto di interconnessione, libertà di movimento, multietnicità. E la scienza, quella cosa che i confini li supera, non li conosce, come si concilierà con la Brexit? Come vede questo strappo la comunità scientifica d’oltre Manica?
Questa seconda domanda a Londra se la sono fatta ancor prima che si tenesse il referendum popolare del 23 giugno 2016. Nature, autorevole rivista scientifica, nel 2016 pubblicò un sondaggio tra 2.000 ricercatori europei, 907 dei quali britannici. E se il risultato complessivo fu schiacciante con il 77 per cento dei voti a favore della permanenza della Gran Bretagna in Europa, quello parziale tra i soli inglesi fu quasi plebiscitario: all’83 per cento la scelta fu per il “Remain”; soltanto il 12 per cento optò per l’“Exit” (incerto il 5). La maggioranza degli scienziati, quindi, già allora riteneva dannosa un’uscita dall’Europa. Opinione che non è cambiata nel corso di questi quattro anni. Il motivo principale è economico: uscendo dall’Unione, la Gran Bretagna non avrà più accesso ai fondi che fino ad oggi ha ricevuto dal Consiglio Europeo per la Ricerca. Fondi vitali, dal momento che gli scienziati della Regina hanno avuto a disposizione miliardi di euro. Nel biennio precedente al referendum sulla Brexit, «sono stati stanziati quasi 1,4 miliardi di euro – precisa Scott Lucas, professore di Scienze Politiche e Studi Internazionali dell’Università di Birmingham sulle pagine del suo ateneo -. Al contrario, negli ultimi anni, l’effettivo sostegno finanziario alla scienza e alla tecnologia da parte del governo è stato al di sotto dell’inflazione».

Il Parlamento inglese il 9 gennaio scorso ha ratificato l’accordo di separazione dalla Ue. Foto di Tumisu

É per questo che gli scienziati inglesi ritengono che la Gran Bretagna sia troppo piccola per sostenere da sola progetti scientifici di livello mondiale; attualmente spende in ricerca l’1,7 per cento del suo prodotto interno lordo, molto meno della Germania. «Comunque anche se il nostro governo fosse più disponibile – aggiunge Scott Lucas -, la natura della scienza oggi implica che molti progetti debbano essere supportati da più Paesi. Il “Large Hadron Collider”, il più grande acceleratore di particelle al mondo presso il CERN di Ginevra, è stato possibile solo attraverso una collaborazione internazionale». Secondo i fautori della Brexit, i fondi necessari alla scienza e alla ricerca verranno, comunque, trovati grazie al fatto di “non dover più dare rimborsi fiscali alle grandi imprese e tassando le società off-shore”. Lo hanno sostenuto Boris Johnson, Michael Gove e Priti Patel, in campagna elettorale dichiarando che “vi sono fondi più che sufficienti per garantire a coloro che oggi ricevono finanziamenti dall’Unione Europea – tra cui università e scienziati – il sostegno economico necessario”.
Ma non è solo l’aspetto economico a preoccupare gli scienziati. C’è anche la libera circolazione delle persone e delle merci, elemento cardine dell’Unione Europea. Basta un esempio: all’Unità di Fisica delle Particelle della Birmingham University lavorano 31 persone; di queste 12 non sono cittadini britannici, provengono da Paesi europei. Senza la loro diversità di esperienza e competenze, le capacità del gruppo sarebbero inferiori. Naturalmente vale anche il discorso inverso. Già alla fine del 2018, ancora Nature riportava le difficoltà dei ricercatori inglesi nel trovare collaboratori in Europa perché vengono visti come una scommessa rischiosa. Alla fine si sceglie lavorare con università diverse da quelle del Regno Unito. Tra gli scienziati britannici, tuttavia, e lo abbiamo visto col sondaggio della rivista inglese, c’è anche chi vede delle opportunità nella Brexit. Soprattutto perché i progetti scientifici non dovranno sottostare alle rigide regole di Bruxelles e potranno trovare vie di sviluppo proprie. «Il governo inglese – sostiene Nature – è storicamente stato più ambizioso rispetto ad altre nazioni europee, e questo ha aiutato tutto il continente a diventare leader mondiale in molti settori. Senza il contributo del Regno Unito come voce moderatrice e razionale sulle decisioni chiave, l’atteggiamento dell’Europa nei confronti della scienza peggiorerà».
In questo contesto di incertezza, c’è chi ha già deciso di dare una svolta alla propria professione e alla propria vita. È il caso di David Gentilcore professore di storia moderna all’Università di Leicester e storico di caratura internazionale, cittadinanza inglese, ma canadese con origini, moglie e figli italiani. A 58 anni, Gentilcore ha deciso di trasferirsi in un altro Paese, ricominciando da Venezia e dall’Università Ca’ Foscari. Una sorta di ritorno alle origini, per lui che dell’Italia ha i geni e la passione. La Brexit, d’ora in poi, la vivrà da questa parte della Manica, dal cuore di un’Europa nella quale ha deciso di rimanere.

Immagine di apertura di moritz320

Classe '82, messinese di nascita e milanese d'adozione, laureato a Torino in Scienze Politiche, con la Laurea Magistrale in Relazioni Pubbliche e Reti Mediali. Da giornalista e fotoreporter freelance ha collaborato con numerose testate tra cui “Europa Quotidiano” e “Tempi” e ha diretto il blog collettivo di cultura politica “Ateniesi.it”. L'utilizzo giornalistico dei social media, dai loro albori, lo ha portato a diventare un professionista della comunicazione digitale, mestiere che oggi svolge come Digital Strategist per aziende nazionali e internazionali.

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