Firenze 27 aprile 2023

Chiunque abbia frequentato per un po’ di tempo le istituzioni comunitarie, Commissione e Parlamento Europeo, si sarà reso conto di quanto sia di primaria importanza il problema di una lingua comune. La babele linguistica dell’Europa a 27 impone un carico enorme di traduttori e di comunicati, anche se l’inglese oggi, nonostante l’ira dei francesi, è diventato la lingua ufficiale predominante.

la babele linguistica in cui viviamo

In realtà il problema viene dal lontano. Nella storia c’è stato un susseguirsi di proposte per trovare un linguaggio universale condiviso e parlato da tutti. Soprattutto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento quando vennero proposte  varie lingue artificiali, definite anche ausiliarie. In quegli anni si sentiva la superiorità della cultura europea, ma al contempo si studiava la struttura di altre lingue poiché si moltiplicavano gli scambi, soprattutto in senso colonialistico, tra queste culture e il modello europeo. In accordo con queste idee, si cominciò a pensare ad una lingua che nascesse dalla sintesi delle lingue esistenti e che potesse essere sentita come “neutra” da tutti gli utilizzatori.

Il linguista estone Edgar de Wah (1867-1948) , uno dei fondatori delle lingue artificiali, in una immagine del 1923 (fonte: Biblioteca Nazionale Austriaca)

Secondo il linguista estone Edgar de Wahl, uno dei fondatori delle lingue artificiali, scomparso nel 1948, esistono due possibili direzioni che si possono adottare nella stesura di una lingua ausiliaria internazionale: la regolarità e la naturalità. La regolarità consiste nella regolarità della morfologia e in una chiara e precisa derivazione, mentre la naturalità si accosta al principio per cui la grammatica di una lingua non deve produrre forme innaturali, sebbene più schematiche.
L’interlingua fu sviluppata nella fine degli anni Trenta dall’Associazione Internazionale per la lingua ausiliaria (IALA). Inizialmente l’obiettivo della Associazione era individuare una lingua esistente che si potesse adattare allo scopo di creare una lingua universale. Così i linguisti presero in considerazione cinque lingue artificiali, inventate a tavolino partendo dalle parole e dalle regole grammaticali di altre lingue: l’esperanto (il più diffuso, sviluppato in Polonia  fra il 1872 e il 1887, criticato da molti perché non conforme alle grandi lingue europee), l’occidental, l’ido, il nov-esperanto e il latino sine flexione, proposto dal matematico Giuseppe Peano nel 1903, conosciuto a sua volta come  Interlingua. Dopo dieci anni di ricerche però i ricercatori arrivarono alla conclusione che nessuna di queste andava bene e decisero di crearne una nuova.

Una delle bandiere proposte per l’interlingua disegnata da Karel Podrazil nel 1990

Le ricerche successive iniziarono nel 1937 con il linguista Ezra Clark Stillman, responsabile degli studi della IALA e andarono poi avanti grazie a ricercatori della Columbia University. Nel 1951 infine la IALA pubblicò la grammatica dell’Interlingua e il primo dizionario inglese-interlingua, con 27mila vocaboli. Ma in che cosa consiste? Somiglia molto sia all’italiano sia alle altre lingue romanze visto che si basa su vocaboli comuni a queste lingue, ma integra anche termini di altre lingue entrati nell’uso comune come sauna (finlandese) o samurai (giapponese) e parole inglesi ormai consuete. E segue il principio della naturalità: si può immediatamente verificare che ascoltare o leggere l’Interlingua è comprensibile quasi perfettamente a chiunque parli una lingua romanza, cioè derivata dal latino: italiano, spagnolo, francese, portoghese e romeno (le parla più di un miliardo di persone). Ha una sintassi simile ad un latino semplificato e pare che possa apprendere facilmente nel giro di quattro mesi.
«L’Interlingua nasce con il nobile intento di eliminare i problemi di comunicazione tra i popoli, combinando lessico, grammatica e fonologia delle lingue sulle quali si basa, ovvero italiano, spagnolo, portoghese, francese, inglese, tedesco e in parte russo – spiega Jubin Abutalebi neurologo cognitivo, direttore del Centro di Neurolinguistica e Psicolinguistica dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano -. È un tentativo simile all’Esperanto e l’idea dalla quale nasce è formidabile. Prende vita alla fine dell’Ottocento quando l’Europa era la maggiore potenza mondiale anche dal punto di vista commerciale e coloniale e aveva un senso proporre la lingua dell’Europa. Le problematiche legate a questa proposta però furono subito evidenti, non sono solo a livello linguistico, ma anche culturale e sociale in quanto l’Europa è formata da Stati fortemente identitari».

Il logo dell’Interlingua

L’idea dell’Interlingua torna fuori con un’Europa unita. Ma l’idea non trova il consenso di tutti: c’è chi sostiene che già esista una lingua universale, l’inglese, ormai prima lingua nel mondo e seconda nella maggior parte del globo. Precisa Abutalebi :«Perché non basta l’inglese che è la prima lingua parlata a livello mondiale? Perché una lingua già esistente, benché riconosciuta universalmente, porta con sé la nazione di appartenenza, la bandiera, la cultura, l’identità di un popolo. Lo scopo dell’Interlingua, invece, è quello di creare una lingua che racchiuda gli elementi di tutti i popoli».
Oggi l’Interlingua è parlata attivamente in tutti i continenti, specialmente in Sud America e nell’Europa del Nord e dell’Est, particolarmente in Finlandia, Norvegia, Svezia e in Russia ed è insegnata in scuole superiori e università, spesso come mezzo per l’apprendimento di altre lingue. L’università di Granada, ad esempio, offre un corso in Interlingua. Si stima che le persone che la parlano attualmente siano non più di 10mila, ma le risorse disponibili su Internet e i Social stanno contribuendo ad incuriosire le persone che la vogliono apprendere. Uno degli studiosi che più sta cercando di far conoscere l’Interlingua attraverso i Social è il linguista spagnolo Carlos Valcárcel Riveiro che con i suoi video ha ottenuto migliaia di visualizzazioni su TikTok. «Tra i limiti dell’Interlingua c’è la possibile lesione del multilinguismo che è un bene prezioso, ma può avere un senso una lingua amministrativa da utilizzare negli organismi comunitari, soprattutto adesso che la Gran Bretagna non è più nell’Unione Europea» conclude Abutalebi.

Immagine di apertura: La sede del Parlamento europeo a Strasburgo, in Francia (foto di Erich Westendarp)

Fiorentina, laureata in Scienze Politiche all’università del capoluogo toscano, ha collaborato fin da giovanissima con alcune testate giornalistiche della sua città. Giornalista pubblicista dal 2006, ha lavorato presso l’emittente televisiva Video Firenze - Toscana Channel, poi all’ufficio stampa della Casa Editrice Giunti fino al 2017. Oggi è giornalista freelance e si occupa di uffici stampa e comunicazione. Vive a Marradi, nel Mugello. Nel 2022 ha pubblicato, insieme al collega Franco Mariani "Lelio Lagorio, un socialista tricolore", per le Edizioni dell'Assemblea della Regione Toscana

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