Roma 27 Febbraio 2025
Che cosa lega la Danimarca alla Groenlandia? Per capire il legame tra il piccolo Paese del Nord Europa e la gigantesca isola artica, uniti da secoli in varie forme ma sempre in unico stato, è necessario tornare alla loro storia comune. Già in epoca vichinga i navigatori del Nord – norvegesi, ma qui poco importa – avevano raggiunto l’Islanda e da lì la Groenlandia e le coste del Canada, come documentano le saghe.

Delle vicissitudini norrene in Groenlandia e in America scrive Jared Diamond nel suo bestseller Collasso: se con l’Islanda i collegamenti non si sono mai interrotti, gli insediamenti in Groenlandia persero il contatto con la madrepatria e quelli in America furono abbandonati. Solo di pochi decenni fa è la riscoperta in Terranova dei resti dell’unico villaggio vichingo finora ritrovato in America, l’insediamento di L’Anse aux Meadows.
Nella prima metà del Settecento i danesi – la Norvegia era dominio della corona di Danimarca – decisero di riprendere i contatti, temendo che i connazionali si fossero allontanati dalla religione cristiana. Di norreno non trovarono che qualche rovina, ma decisero di rimanere e cristianizzare la popolazione autoctona. Da allora la Groenlandia è danese, tale rimase anche quando la Norvegia nel 1814 passò alla Svezia.
Ma cos’è dunque la Groenlandia per la Danimarca?

È difficile trovare un’altra situazione esistente paragonabile. Da un punto di vista politico è stata una colonia fino al 1953, poi semplicemente un territorio unito sotto la corona, come le Fær Øer. Ma già nel 1985 ha lasciato l’allora CEE e dal 1979 ha in corso un processo di autonomia per spostare al governo locale sempre più competenze, fino all’autogoverno sancito nel 2009: la Danimarca conserva politica estera e difesa, contribuendo al bilancio interno con una cifra pari al 30 per cento del PIL.
Culturalmente la questione è più complessa. Due culture radicalmente diverse come quella danese – europea – e quella groenlandese – inuit, perciò affine a quelle del Canada settentrionale e dell’Alaska – hanno vissuto nel tempo inevitabili incomprensioni. La religione era inizialmente il motore della colonizzazione, la lingua danese è ancora in uso in molti contesti, come la pubblica amministrazione, in cui spesso è presente personale danese, ma dal 2009 l’unico idioma ufficiale è il groenlandese (kalaallisut), affine a quello degli inuit canadesi (inuktitut).
Il passato ha visto dunque periodi di colonizzazione culturale: cristianizzazione, imposizione della lingua e dei costumi, sterilizzazione forzata, adozioni coatte.

L’attuale conformazione demografica della Groenlandia, che su una superficie grande sette volte l’Italia ha meno di 60.000 abitanti – per un terzo nella capitale Nuuk –, dimostra che il rapporto coloniale ha generato l’imposizione di modelli esogeni dannosi. La necessità di fornire servizi fondamentali – sanità, istruzione – ha pressato in un numero relativamente limitato di centri abitati una società composta in passato da innumerevoli piccoli insediamenti autosufficienti, distruggendo di fatto la cultura della pesca e della caccia, alla base della civiltà autoctona.

Ma la Danimarca ha spesso dimostrato per la cultura groenlandese un interesse forse unico nel panorama dei rapporti coloniali dei paesi occidentali. Gran parte delle conoscenze sulla cultura inuit – anche del Canada – in occidente derivano dall’opera di danesi che la studiarono tra Ottocento e Novecento, come Rink, Thalbitzer, Knud Rasmussen. Soprattutto quest’ultimo, nato in Groenlandia e in parte inuit, esplorò l’estremo nord, spingendosi poi in slitta attraverso il Canada fino all’Alaska, senza spirito di conquista ma con lo scopo di raccogliere conoscenze geografiche e antropologiche e seguire le tracce delle affinità tra le popolazioni artiche. Riportò testi e materiali che ancora rappresentano la base per la moderna Eschimologia e lasciò anche opere rivolte a un pubblico più ampio, ancora disponibili in diverse lingue, anche in italiano, come il Grande viaggio in slitta (Quodlibet) o A nord di Thule, appena uscito da Iperborea.

Nella percezione del groenlandese moderno il termine eschimese è legato al periodo coloniale e considerato offensivo, di conseguenza la disciplina, per rispetto, è stata trasformata in Danimarca in “studi groenlandesi e artici”. Il rapporto tra i due Paesi, in un’epoca in cui lo stesso re Frederik X, come risposta alle mire americane, ha sentito il bisogno di cambiare lo stemma della monarchia mettendo maggiormente in risalto la Groenlandia, si allontana sempre più dalle ombre che caratterizzano di norma i rapporti coloniali, per configurarsi, pur andando incontro alle comprensibili esigenze locali di autonomia, come un rapporto di reciproco rispetto, consapevole che la vera e propria indipendenza economica richiederà ancora tempo. Intanto nasce, soprattutto negli ultimi decenni, una letteratura danese sulla Groenlandia, come quella delle paradossali storie di Jørn Riel o dei duri romanzi di Kim Leine, che hanno vissuto entrambi a lungo nell’isola, mentre le descrizioni dei groenlandesi a Copenaghen nel romanzo di Peter Høeg Il senso di Smilla per la neve, erano espressione di una triste realtà, e la Groenlandia geografica del romanzo era in buona parte frutto della fantasia.
Ma se quella dipinta dagli autori danesi è un’immagine esogena con diverse gradazioni di realismo, anche la cultura groenlandese moderna trova nuove voci per esprimersi a cavallo tra una tradizione antica e toni moderni, occupandosi di temi nazionali e producendo spesso, nel caso della letteratura, un doppio originale groenlandese e danese. Così era accaduto con Ole Korneliussen, scomparso nel 2022, e così, più di recente, con Niviaq Korneliussen – che non è parente, nonostante il cognome –, che con La valle dei fiori nel 2020 ha ritradotto se stessa in danese e ha ottenuto il prestigioso premio letterario del Consiglio Nordico, assegnato per la prima volta a un groenlandese.

Come con Knud Rasmussen, anche con Niviaq Korneliussen la cultura groenlandese ha trovato un canale privilegiato verso il mondo occidentale attraverso il danese – tra le lingue periferiche del mondo, ma meno periferica del kalaallisut –, e numerose traduzioni in lingue più diffuse, collocando la Groenlandia e i suoi problemi nella coscienza del lettore occidentale.
E nella prospettiva di un allontanamento dalla dipendenza coloniale, questo forse non è giusto, ma utile certamente sì.
Immagine di apertura: una veduta di Nuuk, la capitale della Groenlandia, 18mila abitanti




