Milano 23 Aprile 2020
Alla fine l’emergenza Covid-19 ha risvegliato anche l’America e l’ha bruscamente messa davanti alle grandi limitazioni del suo sistema sanitario ma, stando al New England Journal of Medicine, autorevole rivista medica Usa, la rivoluzione digitale potrebbe essere la strada per affrontarle. Eppure, uno studio realizzato dalla PriceWaterhouse Cooper nel 2019 ha messo in evidenza che ben il 38 per cento dei dirigenti del comparto sanitario americano dichiara di non avere neanche un obiettivo legato all’innovazione digitale nel proprio piano strategico. E noi come siamo messi su questo fronte? Quanto è diffusa la telemedicina in Italia? Abbiamo approfondito l’argomento con Riccardo Cappato, Responsabile del Centro di Ricerca di Aritmologia Clinica ed Elettrofisiologia dell’Ospedale Humanitas di Milano, che da tempo ha fatto della telemedicina la sua mission.

Precursore dell’assistenza continuativa in remoto, ha perseguito la sua visione fin da quando, nel 2000, è rientrato in Italia dopo aver lavorato in Germania. Oggi fa un grande uso della telemedicina e ha creato una segreteria dedicata con un team di quattro persone che si occupano del rapporto costante con i pazienti, ricevendo giornalmente dati. «Partiamo dalla definizione di telemedicina – dice il cardiologo -. È l’utilizzo di una tecnologia per la trasmissione di dati sensibili sulla salute del paziente, utile ad approfondire la conoscenza delle sue problematiche. Si tratta di qualcosa di formidabile, perché riduce le distanze ed esprime un potenziale notevole».
I principali riferimenti normativi sulla telemedicina sono il Patto per la Sanità Digitale per il (ormai lontano) biennio 2014-2015. Successivamente, sono stati emanati nuovi indirizzi sia nel Patto della Salute 2014-2016 che in quello 2019-2020, dove si fa un generico accenno a “…la necessità di accelerare il Fascicolo Sanitario Elettronico e sviluppare sistemi informativi e digitali e della telemedicina…”. Nel frattempo, nel nostro Paese la spesa per la telemedicina, che già nel 2017 era stimata in ben 24 milioni di euro, è in continua crescita. Ma se le tecnologie e gli strumenti si sono evoluti velocemente, la diffusione non è decollata in maniera organica; nelle varie Regioni i servizi sono presenti in maniera disomogenea.

Ma tant’è, verrebbe da dire, ecco che arriva il Covid-19. In risposta all’emergenza, il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha appena annunciato che sono allo studio nuove soluzioni per il controllo epidemiologico e clinico a distanza dei pazienti. In particolare, è in fase avanzata l’adattamento di un’applicazione che consente di individuare i soggetti da valutare in via prioritaria. Poi è nato IFOconTeOnline: un servizio di consulenza oncologica e dermatologica a distanza degli ospedali romani Regina Elena e San Gallicano per i pazienti che hanno bisogno di fare controlli o contattare lo specialista. Anche dagli Spedali Civili di Brescia è arrivato un sistema di monitoraggio diabetologico da casa.

«E’ dalle crisi che nascono le opportunità – dice Domenico Mannino, Direttore dell’Unità Operativa di Diabetologia dell’Azienda Ospedaliera di Reggio Calabria -. Noi da tempo usiamo la cartella clinica informatizzata: i pazienti ormai hanno dimestichezza con la tecnologia, non ultimo per il fatto di avere molti strumenti per il controllo della malattia a distanza. Ad esempio, siamo riusciti a dare regolarmente assistenza alle moltissime donne con diabete gestazionale, senza farle spostare».
L’Associazione Medici Diabetologi, di cui il Dottor Mannino è stato Presidente, dal 2018 sta lavorando con l’Istituto Superiore di Sanità a un progetto per validare la telemedicina sotto il profilo assistenziale. «Finora i progetti di telemedicina sono rimasti a livello locale e con una portata limitata, anche se efficaci. La pandemia impone ora un’accelerazione del sistema – continua Mannino -. Saremmo arrivati ugualmente ad un’evoluzione del modello ma, probabilmente, in tempi più lunghi. Sicuramente oggi bisogna rivedere tutta l’attività della diabetologia, non diversamente da altre specialità che vedono un grande afflusso di pazienti nei loro centri».
«Comunque, la finalità della telemedicina non è quella di trasmettere a distanza le informazioni quando medico e paziente non si possono vedere. È vero in questo momento storico, ma la sua missione è un’altra: rendere più efficiente la pratica clinica – precisa Cappato -. Dobbiamo mettere un punto fermo: il medico non può esimersi dal vedere il paziente. Secondo gli studi fatti finora, più dell’85 per cento delle informazioni utili alla diagnosi sono raccolte durante la visita; soltanto questa può guidare nella scelta della terapia. Detto questo, lungo il percorso che prevede incontri periodici, il paziente fornisce al medico informazioni, come gli esami di approfondimento, che possono essere trasmesse attraverso i mezzi digitali. Questo porta ad un arricchimento nel controllo del malato che senza la telemedicina resterebbe intermittente. Ancora oggi purtroppo ci sono diversi problemi: il miglioramento dei risultati clinici con la telemedicina non è dimostrato da prove incontrovertibili e gli ospedali non hanno infrastrutture informatiche specifiche. C’è poi l’area della medicina a distanza che si potrà sviluppare con gli apparecchi che trasmettono registrazioni di dati biologici in remoto, come pacemaker o defibrillatori. Però né le aziende che li producono né gli ospedali che ne usufruiscono si sono dotati di figure dedicate a gestire il flusso di informazioni».
A quando la rivoluzione? «Quando la telemedicina sarà imposta da una direttiva centrale e soprattutto sarà remunerata» risponde Cappato.
Immagine di apertura: foto di Pete Linforth




