Roma 27 Maggio 2026
Le democrazie non sono mai garantite, vanno mantenute vive con impegno e passione costanti. E, se mai ci fossero stati dubbi, la storia recente li ha spazzati via. Chi avrebbe immaginato che, nella più grande democrazia del mondo, degli estremisti potessero assaltare il Campidoglio su incitamento del presidente americano – e che, nonostante ciò, Trump sarebbe stato rieletto? Chi avrebbe previsto che nel cuore dell’Europa insegnanti e giornalisti venissero decapitati o uccisi da fondamentalisti islamici per le loro opinioni? O che la Svezia, la superpotenza umanitaria, sarebbe stata messa a ferro e a fuoco dalla criminalità?

Eppure, tutto questo è successo. Non sarà facile, ma spetterà ai cittadini, alla politica, ai partiti e ai movimenti impedire che accada di peggio; sarà la politica, insieme a chi crede nei valori occidentali, a dover salvare le democrazie liberali. In politica è da sempre alta l’attenzione sulle capacità dei leader di comunicare e di gestire le emozioni. Se a destra c’e una strumentalizzazione maggiore delle emozioni, a sinistra si è spesso propensi per un’impostazione più razionale della comunicazione dei leader e dei partiti. Una comunicazione figlia anche di un senso di responsabilità che contraddistingue quel campo politico. Tanto da additare spesso le destre come irresponsabili e colpevoli di fare un uso spregiudicato di paure ed emozioni. Ma ricondurre la grande forza di nazionalisti e populisti alla sola comunicazione sarebbe riduttivo.

La comunicazione è uno strumento, fondamentale, ma da sola non basta. I leader populisti amplificano fratture che sono già presenti nella società, perché una comunicazione efficace rispecchia ciò che esiste nella realtà. La differenza sta nella capacità che hanno i populisti di riconoscere le persone, le loro difficoltà, i loro valori, le loro paure, le loro identità. Il riconoscimento è la chiave di questo e dei prossimi decenni. Persone e comunità che si sentono umiliate, disprezzate, ignorate e che, mosse dal risentimento, chiedono che la loro dignità venga riconosciuta. Persone che nella Rust Belt (l’area degli Stati Uniti compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi colpita dal declino economico per la contrazione del settore industriale, ndr) o in Europa hanno perso la loro identità, rappresentata dal lavoro; comunità che sono state travolte dalla desertificazione industriale e pensano di non poter più decidere il loro destino perché, a loro avviso, è in mano alle multinazionali, al governo federale, alla Unione Europea, alla Cina o ad altre potenze straniere.

Tutto ciò è qualcosa di profondamente emotivo che non può essere risolto con una semplice misura economica. Riconoscere significa attribuire un valore agli individui, alle loro tradizioni, alle loro radici, alle loro capacità, al contributo che danno alla società. Riconoscere il valore positivo del loro vissuto, il valore delle loro identità, anche se non sono cosmopolite o poliglotte. Il contrario è il disprezzo, considerare questi cittadini, ignoranti e bifolchi, farli sentire inadeguati, attribuire loro colpe di cui non sono responsabili, dai mali del colonialismo al privilegio bianco. Dal riconoscimento nascono l’autostima e la percezione del proprio valore sociale; ed è su queste basi che si costruiscono fiducia, partecipazione e, in ultima analisi, democrazie più solide. Quando questo riconoscimento manca, le persone si sentono umiliate e per orgoglio scelgono di abbracciare i populisti. Considerano questa l’unica via per rivendicare rispetto, visibilità e considerazione. Si crea così una connessione unica che nessun’altra forza politica riesce a replicare. Perché, se non si è in grado di riconoscere, non si è credibili. Non si è ritenuti degni di fiducia, percepiti come incapaci di comprendere e, in definitiva, non affidabili. Oggi avanzare delle proposte, sciorinare l’elenco delle ingiustizie e delle disuguaglianze non basta più, perché riconoscere è più importante che promettere.

Nel film Avatar di James Cameron, i Na’vi, i nativi abitanti del pianeta Pandora, nel momento di massima accettazione dell’altro pronunciano nella loro lingua la frase “Oel ngati kameie” (Io ti vedo). L’affermazione esprime qualcosa di più del vedere fisicamente, significa vedere l’altro dentro, accettarlo senza giudizio, riconoscerlo, riconoscere la sua forza ma anche le sue paure.
Anche l’ottimismo da solo non è più sufficiente. L’ottimismo è da sempre la cifra di quelle forze politiche, soprattutto a sinistra, che prospettano un progetto di futuro, di cambiamento, di speranza, di nuove opportunità. Parole come “crescere”, “partecipazione”, “cittadinanza”, “inclusione”, “sostenibilità”, “investimenti”, “redistribuzione”, “welfare”, “diritti” fanno parte del linguaggio quotidiano degli esponenti politici progressisti con cui loro raccontano sui media e al loro elettorato la propria idea di società e di comunità. Personalmente sono parole in cui mi ritrovo appieno, ma credo che da sole non bastino più.
Manca un concetto chiave: protezione. Intendiamoci, in parte questo concetto e già insito nei precedenti, perché, se parliamo di diritti o di welfare, indirettamente stiamo parlando di protezione: diritto alla casa, indennità di disoccupazione, accesso alle cure e tanto altro.

Ma non basta più parlare di protezione come un concetto sullo sfondo o lasciarlo sottinteso nelle parole ottimiste che si utilizzano. Il concetto di protezione e la parola “protezione” devono diventare un mantra, ripetuto all’infinito affinché anche chi lo ripete possa farlo veramente proprio e non viverlo come un concetto episodico e strumentale. Come sostiene il politologo Colin Crouch la rottura tra il popolo e la sinistra è avvenuta quando questa “ha smesso di essere percepita come il soggetto capace di difendere i più vulnerabili”. Ripetere oggi con l’Intelligenza Artificiale l’errore che si è fatto con la globalizzazione, ossia non gestire minimamente l’iter, lasciare che intere aree in Europa o negli Stati Uniti vengano travolte dai processi di digitalizzazione, genererebbe un nuovo risentimento che ingrosserebbe le file dell’elettorato populista. Composte non solo da blue collars, operai e bassa manodopera, ma questa volta anche da white collars, manager e laureati, che perderanno il loro lavoro e con esso la loro identità. Nessuno è in grado di quantificare quale sarà il saldo occupazionale della rivoluzione digitale che stiamo vivendo. Ma è chiaro che sarà necessario mettere in campo quei processi che possano garantire ai lavoratori la più alta protezione possibile. Ma la protezione non è solo economica, è un concetto molto più ampio. Nel caso, per esempio, dell’Islam radicale significa dimostrarsi credibili e affidabili nella difesa della laicità e dei diritti. Quanto può essere credibile una politica che di fronte alle istanze delle comunità immigrate musulmane ha un approccio intriso di relativismo culturale, tollerare tutto perché è la loro cultura? O che, come nel caso della sinistra di Melenchon, si salda con l’Islam radicale per massimizzare il proprio consenso elettorale? La risposta è semplice: una parte importante dell’elettorato non la riterrà credibile e sceglierà, anche obtorto collo, quelle forze politiche che della difesa dei valori e della protezione delle comunità faranno il loro cavallo di battaglia.
Immagine di apertura: un’immagine eloquente della desertificazione industriale cui assistiamo oggi
- Il brano è tratto dal libro La stagione dell’identità, “Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare”
di Domenico Petrolo, edito da FrancoAngeli




