Milano 27 Luglio 2025
Un potente affresco di una Sardegna antica, aspra e rurale dove l’introduzione della scienza medica deve venire a patti con la pratica tradizionale, basata sulla natura, e oralmente trasmessa di generazione in generazione. La levatrice (edizioni Nord) è l’interessante esordio di Bibbiana Cau, ostetrica di lunga esperienza, dopo gli studi compiuti presso l’università di Cagliari.

Siamo nel 1917 in un piccolo paese all’interno della Sardegna, Nerolani, dove Mallena Devaddis è la levatrice empirica (llevadora) che soccorre tutte le partorienti, povere e abbienti, in qualsiasi ora del giorno e della notte, senza compenso alcuno ma solo per passione, dovere e umana pietà. Affinché questa tradizione non scompaia, ha iniziato ad introdurre a quell’arte la figlia Rosa, senza sottrarla, però, all’istruzione scolastica che le avrebbe permesso di «imparare a ragionare e di trovare nel mondo un suo posto, senza doversi sottomettere in futuro alla famiglia e al marito». Norolani è un paese povero, che trae sostentamento dalla pastorizia e dalla scarsa agricoltura e ora che le giovani forze maschili sono tutte impegnate a combattere contro gli Austriaci sui gelidi fronti del Nord, tocca alle donne provvedere al mantenimento della famiglia. Mallena, arrivata lì sedici anni prima a cavallo con il suo Jubanne, è molto amata e stimata; a lei i compaesani si affidano con cieca fiducia e lei, oltre a seguire le puerpere, cura molti malesseri con le erbe spontanee di cui è esperta. Ma il ritorno del marito dalla guerra, con un arto amputato e lo spirito infiacchito, cambia la sua vita. Si trova quasi costretta a chiedere al Consiglio Comunale un compenso per il suo lavoro, necessario per pagare le medicine chimiche, prescritte dal medico condotto. Il sussidio le viene negato. Anzi, rispettando un regio decreto che consente l’esercizio della professione solo a chi è in possesso di un diploma, arriva a Norolani tale Angelica Ferrari, ostetrica diplomata all’università di Pavia a cui viene promesso uno stipendio mensile. Mallena non avrebbe mai potuto raggiungere quel traguardo universitario, è analfabeta!

Per il mondo chiuso e diffidente di Norolani la giovane Angelica è una “straniera” che parla italiano e non capisce il dialetto. Le donne boicottano i suoi metodi scientifici, non la chiamano e vogliono continuare ad avvalersi dell’operato di Mallena, ma questa viene ufficialmente esautorata e messa sotto sorveglianza. La combattiva levatrice, però, non si sottomette a questa legge e affronta con durezza i suoi “nemici”, fra cui il vigliacco sindaco, il presuntuoso medico condotto e il parroco, che non accetta la sua scarsa devozione. Ma soprattutto, dopo qualche “fallimento” della scienza, le donne di Norolani si ribellano e inscenano una protesta a sostegno di Mallena che ottiene, così, di riprendere l’attività.
Tematiche antiche e attuali si intrecciano in questo romanzo tutto al femminile che esalta la forza, la solidarietà, il coraggio, la sete di libertà e di indipendenza delle donne. La protagonista è una figura ruvida, austera, ma autentica, molto umana che si spende per gli altri senza nulla in cambio. È piena di delicatezza e amore per le sue partorienti tanto da trascurare sua figlia che le rinfaccia di averla lasciata sola in momenti particolari, come quello del menarca. Cerca di far valere i suoi diritti, ma non viene ascoltata dal mondo maschile. Ciononostante non demorde e affronta con dignità sia la battaglia economica, sia la tragedia di suo marito.

Anche la sua rivale Angelica, per dedicarsi agli studi di ostetricia ha dovuto lottare e sfidare la disapprovazione paterna che l’avrebbe voluta madre e sposa di un ricco borghese. Le due levatrici sono accomunate dall’ingiustizia che il mondo ha sempre riservato alle donne e, quindi, dalla fatica per il riconoscimento del proprio lavoro. Non sempre positive le figure maschili; fatta eccezione per Jubanne, sensibile e aperto, e per altri onesti pastori, si incontrano nella storia uomini violenti, vigliacchi, presuntuosi e cinici.
La storia di Mallena è, in realtà, la storia di un’epoca in un mondo sardo dominato da povertà e analfabetismo in cui, ricorrere a cure mediche “moderne” può richiedere la vendita di quel poco bestiame che si possiede come unica forma di reddito. L’isola, inoltre, vissuta sempre ai margini dello Stato centrale, non si riconosce nella nuova Italia unita. Chiunque provenga dal “continente” è per il sardo uno straniero, magari da accogliere, ma anche da temere e studiare. Non c’è fiducia nelle istituzioni; anzi le leggi emanate risultano dannose, come quella dell’obbligo militare che ha mandato a morire tanti giovani in una guerra di cui si ignorano le ragioni e, per servire una patria lontana e sconosciuta. «La vostra legge è giusta – dice un’anziana donna a cui due carabinieri hanno annunciato la morte del figlio in guerra – ma lo è sempre e solo per chi la fa e per voi che ve la scrivete a piacimento. Per noi no, “zustizia” non ce n’è, per noi la legge è solo uno strale che ci colpisce senza “peruna piedade”». E quelle norme scritte che pochi sanno leggere e interpretare tolgono solo la libertà all’agire quotidiano!

Profumi, varietà della natura sarda fanno da sfondo alla narrazione. Mallena è nata in Barbagia, sotto il Supramonte e, fin da piccola, ha imparato a riconoscere «l’odore pungente dell’eucalipto, quello aromatico del corbezzolo….amava quelle piante che crescono da sole….decidevano dove nascere e non si lasciavano addomesticare». La
levatrice ne conosceva le proprietà e le usava per curare i malesseri del corpo. Il farmacista del paese, infatti, sfruttando l’ingenuità e la schiettezza della donna, le carpisce alcune ricette che poi usa per ottenere creme curative. Sarebbe questo il giusto connubio fra scienza e natura… Bibbiana Cau, con una scrittura chiara e lineare, intervallata da termini dialettali a distinzione del ceto sociale, rende omaggio alla sua Sardegna di cui fa conoscere cultura e modi di pensare, non del tutto scomparsi. Non si schiera nel dibattito fra scienza e natura, volendo quasi dimostrare la validità di entrambe. La narrazione è abbastanza avvincente, a tratti commovente, poetica nella descrizione dei paesaggi. Emerge l’amore della scrittrice per la sua terra e la conclusione con i versi di Badore Sini che hanno dato luogo ad uno dei canti sardi più struggenti Non potho reposare ne è la conferma.
Immagine di apertura: Sardegna, fiori di corbezzolo (foto di Sardegnaforeste.it)




