Milano 21 Dicembre 2025

Draghi, guerrieri, battaglie cosmiche. I temibili personaggi dotati di artigli, tenaglie, aculei e spadoni sono il frutto della sensibilità e della fantasia strabordante di Antonio Di Paola che usa colori vividi e allegri per combattere i recessi oscuri della sua mente. Molti dei titoli delle sue opere attingono al mondo del fantasy ma anche il più malvagio di quei mostri viene trasformato dal giovane artista palermitano.

Il giovane artista palermitano Antonio Di Paola di fronte ai suoi lavori

Queste figure-totem, composte da una continuità di segni e simboli, evocano un senso di caos interiore, una battaglia intima incessante che Antonio cerca di tenere sotto controllo attraverso forma e colore. Il disagio personale dell’artista si rispecchia nell’ansia della cosiddetta Generazione Z dei nativi digitali, alimentata dalla frenesia dei videogiochi e dei social media. Le sue opere sono come specchi che riflettono le ossessioni dell’interiorità ma che rimandano anche alle nostre fragilità di fronte alle catastrofi naturali, alle guerre in atto, alle epidemie di ieri e di oggi. Più si guarda l’immagine, più si entra in un universo visionario, in continua trasformazione dentro cui l’occhio si smarrisce.

La mostra Antonio Di Paola. Demoni di ghiaccio e spade di fuoco, a cura della storica dell’Arte Eva di Stefano, in galleria Maroncelli 12 a Milano (fino al 23 gennaio), presenta sedici opere di grandi dimensioni, il formato che Antonio predilige per poter spaziare con la sua esplosione di segni.

Antonio Di Paola, “king Fire”, 2025, 85×110, tecnica mista su carta

Prima nasce nella sua testa l’idea generale della composizione, poi con il disegno ne tratteggia sul foglio i contorni e solo con l’intervento del colore la storia prende forma. «Il racconto arriva alla fine – spiega Di Paola -. Prima l’idea generale della composizione nasce nella mia testa. Disegnando trasferisco sul foglio di carta una struttura lineare che solo in un secondo tempo, quando intervengo con il colore, prende vita. E allora la battaglia ha inizio. Il colore è un’arma di attacco e di difesa». Soprattutto di trasformazione. Antonio utilizza un’incredibile tavolozza di tinte vivaci tanto che quelle creature variopinte, «I perfidi mostri mangiasogni – come li definisce di Stefano nel catalogo della mostra – che vengono dai recessi bui della mente per occupare il bianco dei grandi fogli, appaiono a prima vista come sarabande fiorite e bisogna guardare bene per riconoscere i loro artigli e le armi appuntite. Sono leggeri, perfino leggiadri, eppure la loro minaccia resta intatta: Antonio ne denuncia la pericolosità ma allo stesso tempo li tiene sotto controllo».

Antonio Di Paolo, “Galaxard”, 2025, 110×85 cm, tecnica mista su carta

Di Paola Antonio ha iniziato a disegnare a 17 anni, spontaneamente e continuativamente, mentre frequentava un corso di Ragioneria a Palermo, città dove è nato nel 2000. Poi, per migliorare gli aspetti tecnici, si è iscritto all’Accademia di belle arti di Palermo, che tuttora frequenta. Lo scorpione della malizia, Salvobedort, Il cacciatore oscuro, Città aliena, King Fire, Morviga e Galaxard, sono solo alcuni dei titoli delle opere in mostra: creature fantastiche che si ergono per strappare il velo dell’ansia. Lo sguardo entra in un universo visionario, un viaggio interiore e mentale di trasformazione attraverso architetture in bilico, totem, mondi visivi dentro cui l’occhio si smarrisce.
«Nel repertorio dell’artista – scrive di Stefano – i colori hanno un loro valore simbolico, e se il blu è ghiaccio, il rosso è il fuoco, la lava, il sangue della terra, mentre il giallo è la potenza, il verde è il veleno. C’è una certa allegria, nonostante tutto. L’effetto complessivo è giocoso, decorativo e allo stesso tempo inquietante. Persino virtuosistico nell’uso combinato di tecniche miste, che include acquerello, acrilico, pastelli a olio, a matita, a cera, pigmenti ed ecoline».

Antonio Di Paola, “Tyron”, 2024, 123×93 cm, tecnica mista su carta

Di Paola dipinge Galaxard principalmente di blu, che è sì ghiaccio e iceberg affioranti ma anche “spiritualità, senso di leggerezza e tranquillità” mentre il rosso, il fuoco, è più aggressivo e più difficile da controllare, sottolinea l’artista.
L’attività artistica di Di Paola si esprime attraverso la trasformazione. E se l’artista ammette di avere con i videogiochi, che ha praticato per anni, una speciale connessione, ogni spunto viene da lui interiorizzato e trasmutato. Guardiamo a Tyron: l’ispirazione gli è arrivata da Sonic, il riccio, protagonista di una serie di videogiochi tra le più famose. Sonic ha il potere di superare la velocità del suono ma nell’opera il personaggio perde le sembianze di riccio e diventa “imperatore del tempo e dello spazio”, dall’aspetto autoritario dotato di una corona gialla in testa, segno di potenza e di uno spadone nella grinfia destra. Tyron controlla il tempo: è collegato ad alcuni orologi che segnano il tempo a disposizione prima di essere congelato. Il tempo congelato si trasforma in laghi liquidi blu-ghiaccio. Non solo ispirazioni digitali. Forse a livello inconsapevole nell’arte di Di Paola c’è anche tanta cultura classica. C’è Bosch, c’è Dalì. C’è la sicilianità barocca dei colori, dei carretti siciliani, dei mosaici. L’atmosfera è surreale, le costruzioni visionarie, le sfide coraggiose. Gli eroi di Di Paola lottano per non farsi rubare l’energia mentale.

Sonic, il riccio antropomorfo capace di superare la velocità del suono, vera icona dei videogiochi

Ma anche un tema horror, come in Lord Pim che trae ispirazione dai terribili ‘dissennatori’ di Henry Potter – creature disgustose che risucchiano la felicità delle vittime e le trascinano nella disperazione – si trasforma in un fantastico caleidoscopio di colori e di tessere. «Ogni pezzo racconta una storia che desta meraviglia – racconta Di Paola -. Ogni dipinto è un pezzo di me da cui non mi potrò mai separare. Per questo conservo una copia scansionata di ogni opera».

immagine di apertura: Antonio Di Paola, La nave, 2024, 75×150 cm, tecnica mista su carta

 

Antonia Jacchia
Nata a Cesena, laurea a Bologna in Economia e Commercio e poi poco più che ventenne a New York, la metropoli dove fare i conti con i propri sogni. E là, oltreoceano, ha frequentato gli ambienti dell’avanguardia artistica, imparato a fare la giornalista e poi è tornata, in Italia, a Milano. Per mettere in pratica. E a Milano ha mosso i primi passi da giornalista professionista fino a entrare a “Il Corriere della Sera” dove ha trascorso gran parte della sua carriera. E qui da professionista di arte e costume ha approfondito il giornalismo economico per avvicinare i lettori alle storie delle grandi imprese. Fino agli inizi del 2014 quando decide di dimettersi dal “Corriere” per intraprendere una nuova avventura. L’apertura di una galleria d’arte, uno spazio, l’unico in città, dove scoprire il lavoro di artisti autodidatti, visionari, che si formano e lavorano indipendentemente dai canoni del mondo dell’arte, delle Accademie e del mercato.

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