Genova 27 Maggio 2026

Ci sono mostre che chiedono di essere osservate con reverenza religiosa, come si guarda una reliquia che appartiene al passato; altre che, al contrario, sembrano disfare le trame del tempo. La grande mostra al Palazzo Ducale di Genova, van Dyck l’europeo, “il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, con 58 opere, appartiene a questa seconda categoria.

“Autoritratto”, 1615-1617, olio su tavola, Anversa, Rubenshuis

Non solo perché riporta in città uno degli artisti più importanti del Seicento, ma perché mostra quanto il suo linguaggio pittorico sia stato mobile, inquieto, sorprendente. Antoon van Dyck, nato ad Anversa nel 1599 e morto al Londra nel 1641, universalmente noto per i ritratti della nobiltà genovese e di Carlo I Re d’Inghilterra, dei membri della sua famiglia e della sua corte, fu allievo di Peter Paul Rubens. Dopo aver trascorso la giovinezza ad Anversa, si spostò in Italia dove compì il rituale viaggio di formazione dei pittori fiamminghi: Genova, dove si trattenne a lungo, Firenze, Roma, Parma, Mantova, Venezia. Ma soggiornò anche in Olanda, a Bruxelles, a Parigi, e più volte a Londra, fino alla morte dove fu sepolto con gli onori di corte nella cattedrale di San Paolo.

“Ritratto equestre dell’Imperatore Carlo V”, 1620-1621, Firenze, Galleria degli Uffizi

Le sue peregrinazioni attraverso l’Europa raccontano un artista in continua trasformazione, capace di assorbire suggestioni diverse e di portarle sempre un passo più avanti. Guardando le opere esposte, si ha spesso la sensazione che il tempo della pittura non proceda in modo lineare: certi volti, certe luci, certe pennellate sembrano appartenere ad epoche successive, come se Van Dyck avesse intravisto possibilità che la storia dell’arte avrebbe sviluppato più tardi.
La sua pittura contiene già molte pitture future: il dramma, la psicologia, la luce, la pennellata libera, l’intimità del volto, la seduzione del dettaglio. In alcune tele, la tensione spirituale e l’allungamento delle figure richiamano già l’inquietudine visionaria di El Greco. In altre, la profondità psicologica, la materia scura, il senso di fragilità umana sembrano annunciare atmosfere che diventeranno familiari con Goya.

“Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo”, 1626-1627, olio su tela, Londra, National Gallery

E poi ci sono opere in cui la pittura si libera quasi dalla precisione del disegno per diventare vibrazione, impressione, presenza: davanti a certi studi di teste o a un ritratto di vecchio, la modernità di Van Dyck diventa quasi sconcertante. La materia pittorica sembra muoversi, respirare, sciogliersi in una sensibilità che pare già avvicinarsi all’impressionismo. Questa capacità di anticipare nasce non già da un gesto provocatorio, ma da un’intelligenza profondissima della pittura. Van Dyck conosce la tradizione, la vive e la respira a pieni polmoni ma la trasforma e la plasma dall’interno. Non rompe con il passato, lo rende instabile e ci gioca trovando così la sua forza nella capacità di non essere mai soltanto del suo tempo. Uno degli aspetti più forti della mostra è l’umanità dei ritratti. Anche quando i soggetti appartengono ad un mondo lontanissimo dal nostro, che siano aristocratici, religiosi, figure di corte, personaggi appartenenti a codici sociali ormai scomparsi, van Dyck riesce a restituire qualcosa di immediato e riconoscibile.

“Ritratto di Jacques Le Roy”, 1631, olio su tela, Madrid, Museo Nacional Thyssen Bornemisza

Nei suoi volti non c’è solo posa bensì un lampo di pensiero, una stanchezza trattenuta, un’ombra di malinconia, una dolcezza improvvisa. Il tutto è reso con incredibile naturalezza attraverso gesti familiari: uno sguardo che sembra abbassarsi per un istante, l’atteggiamento di una mano, una bocca appena socchiusa, una postura che tradisce vulnerabilità. Così si infrange la distanza storica: van Dyck ci concede momenti di intimità con i suoi soggetti e la pittura diventa incontro.
Tra le opere più potenti del percorso, ll tempo che taglia le ali all’Amore concentra in una sola immagine una forza allegorica di impressionante attualità. Crono diventa il volto di un tempo tiranno, vicino al nostro presente più di quanto vorremmo ammettere. In un mondo in cui sembra non esserci più tempo per nulla e per nessuno, il puttino che si dimena e si divincola sotto la lama assume una forza tragica, quasi la tenacia disperata di un piccolo Laocoonte. Non c’è nulla di decorativo: in quella resistenza c’è il corpo dell’amore che prova a sottrarsi alla violenza del tempo. Van Dyck appare ancora una volta sorprendentemente moderno e l’allegoria, anziché restare chiusa nel linguaggio simbolico del Seicento, si apre al presente e ci costringe ad una domanda semplice e scomoda: quanto spazio siamo ancora capaci di concedere all’amore, alla cura, all’attenzione, prima che il tempo li consumi?

“Due studi di testa d’uomo”, 1615-1617, Art Collection Belgium, Anversa, Snijders&Rockox House

Accanto a questa intensità emotiva, colpisce la straordinaria cura del dettaglio. Tessuti, colletti, armature, gioielli, capelli, mani, panneggi: ogni elemento apre una porta su un mondo scomparso. Ma non si tratta di semplice, freddo virtuosismo volto solo a dimostrare abilità tecnica. È uno strumento di immersione che permette, a chi osserva da vicino questi quadri, di entrare nei costumi, nei materiali, nelle abitudini e nei codici visivi di un’altra epoca. I grandi formati, la teatralità delle composizioni, la ricchezza cromatica e la presenza dei corpi, costruiscono una mostra molto fisica in cui il visitatore non resta esterno all’opera, ma viene coinvolto.

“Il tempo taglia le ali dell’amore”, 1627, olio su tela, Parigi, Institut de France, Museo Jacquemart-Andrè

Guardando al passato e ci si accorge che quel passato continua a parlare, a cambiare, a sorprendere. Palazzo Ducale offre quindi l’occasione di riscoprire van Dyck non solo come grande maestro del ritratto europeo, ma anche come artista capace di spingersi oltre i confini della sua epoca.
La mostra, a cura di Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, è prodotta da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e dal Comune di Genova, con il sostegno della Regione Liguria. Sarà aperta fino al 19 luglio.

Immagine di apertura: Antoon van Dick, Giovane armigero, 1626, olio su tela, Dresda, Gemeldegalerie, Alte Meister

  • Le foto sono tratte dalla rivista Le Finestre sull’Arte
Jacopo Dentice
Nato a Genova, ha frequentato la Scuola Germanica. Ha conseguito la certificazione CELTA, che abilita all’insegnamento dell’inglese, lavorando poi come docente presso l’associazione Italo-Britannica di Genova. Nell’autunno del 2022 è partito alla volta di Ratisbona dove ha conseguito la laurea triennale in Filologia Moderna. Dal 2016 si dedica allo studio delle cornamuse del centro Francia e dal 2017 fa parte della formazione della Piccola Banda di Cornamuse, un ensemble polifonico sotto la direzione artistica di Gabriele Coltri, con cui ha suonato in vari concerti e ha inciso un disco di noëls.

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