Pavia 27 Gennaio 2026

Che cosa si nasconde dietro gli orari dei pasti di Paesi diversi e di periodi storici differenti? Spesso tra persone che non vivono nella stessa nazione l’orario abituale dell’accesso agli alimenti è fonte di conversazioni che passano dallo stupore all’incredulità, e nascondono sorprendenti spiegazioni geografiche, sociali, culturale e storiche. Per esempio a chi abita in Scandinavia e cena abitualmente alle 18, o anche prima, può sembrare strano che nei Paesi del Sud dell’Europa non si ceni prima delle 20,30, o che in molte zone della Spagna l’orario del pasto serale si protragga persino fino alle 22-22,30.
Fattori climatici e geografici contribuiscono a rendere così dissonanti gli orari dei pasti, ma non solo. Ci mettono lo zampino anche i ritmi circadiani. Sì perché le abitudini alimentari sono fondate anche su queste scansioni, con cadenza di 24 ore circa, che regolano la produzione corporea di alcuni ormoni coinvolti nell’appetito come la Grelina (l’ormone della fame, che aumenta prima dei pasti e durante la veglia), la Leptina (ormone della sazietà, che aumenta durante il sonno), il Cortisolo, che stimola l’appetito (specialmente al mattino) e la Serotonina, legata ai carboidrati e al buon umore.

Roberto Bompiani, “Festa Romana”, olio su tela, 1875, Los Angeles, Getty Museum

Ma andiamo a vedere che cosa succedeva in passato. Il sistema tradizionale dei pasti nell’antica Roma si basava su una dieta mediterranea composta da cereali e integrata da ortaggi, frutta, legumi e formaggi nonché uova e pesce. La carne era un lusso per la maggior parte della popolazione, ma divenne più accessibile in epoca imperiale, arrivando a includere anche animali esotici per i banchetti aristocratici. Si mangiava maiale, agnello, capra, pollame, selvaggina, interiora, mentre la carne bovina era meno comune, riservata ai ricchi. I legionari consumavano carne salata o affumicata.
I pasti erano sostanzialmente tre, iniziando con un approccio più leggero, jentaculum, ovvero la nostra colazione (circa le 8-9 del mattino), con pane, formaggio, uova, olive o avanzi della sera; uno più veloce detto prandium, più o meno all’ora del nostro pranzo attuale (12-14,30), e una abbondante cena serale che poteva trasformarsi in un sontuoso banchetto per le classi agiate patrizie (convivium) con diverse portate accompagnate da spezie e dall’immancabile garum, la famosissima salsa di pesce fermentata. Bisogna aggiungere che spesso il prandium era consumato in piedi e gestito, come si fa anche oggi, come cibo da strada, per conciliare lo spuntino con la gestione dei molti affari e l’incontro con i tanti clientes che rappresentavano il fulcro del lavoro mattutino dei molti “professionisti” frequentatori del foro.

Il banchetto di Carlo V, 1375-1380, miniatura tratta dal manoscritto “Grandes Chronique de France”, Parigi, Biblioteca Nazionale di Francia

Nel Medioevo si facevano due pasti al giorno: un pranzo a metà giornata e una cena più leggera alla sera. Il sistema dei due pasti rimase sostanzialmente diffuso fino a tutto il tardo Medioevo. Non era vista di buon occhio l’interruzione del digiuno notturno ad un’ora troppo mattutina, quindi i membri della Chiesa e le classi medio-alte evitavano di farlo. Per ragioni pratiche, la colazione del mattino veniva comunque consumata dalle classi lavoratrici ed era tollerata per i bambini, per le donne, gli anziani e gli ammalati. Piccoli pasti e spuntini erano comunque comuni (anche se disapprovati dalla Chiesa).
L’orario dei pasti iniziò invece a cambiare sensibilmente soltanto tra il Settecento e l’Ottocento con lo slittamento del pasto principale che – come racconta lo storico Alessandro Barbero nel suo libro A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (Quodlibet ed.) – diventerà il pranzo, che si sposterà dalle ore centrali della giornata (mezzogiorno e primo pomeriggio) verso le 14 o addirittura alle 19, soprattutto in Inghilterra e in seguito in tutta Europa.

Un pranzo in Inghilterra in epoca Vittoriana

A questo proposito c’è una testimonianza di Alessandro Manzoni, che in una lettera invita un amico a pranzo… Indovina a che ora? Alle cinque del pomeriggio, naturalmente! Anche nel nostro Paese, quindi, l’usanza di “cenare” cominciò a essere attribuita alle classi meno abbienti: solo chi aveva lavorato tutto il giorno, la sera aveva la necessità di sedersi a tavola e mangiare una seconda volta (a quell’ora, invece, gli aristocratici consumavano il pasto principale della giornata). Ma a causa di tale progressivo slittamento anche la linguistica venne chiamata in causa per definire meglio questi mutamenti di orario: questo pasto infatti, chiamato diner, nel francese internazionale usato dalle classi più elevate e che si consumava tra le 12 e le 14, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, diventò la cena, e la colazione del mattino definita déjeuner. Cambiamenti dovuti non solo all’influenza della vita sociale e lavorativa, ma in gran parte al tentativo di marcare le differenze di classe sociale anche con il mutamento degli orari dei pasti.

Una bella tavola apparecchiata per il pranzo alla fine dell’Ottocento (fonre: Arte in Tavola)

Anche su questo versante le frange sociali più ricche e potenti, come l’aristocrazia e le classi dirigenti, sentivano il bisogno di primeggiare. Il significato recondito era quello di trovare nuovi segni di appartenenza in ogni campo possibile. Pranzare tardi significava infatti aver fatto le ore piccole la sera precedente, tra giochi di carte, balli e attività piacevoli e divertenti. Avere così la possibilità di svegliarsi molto più tardi delle classi lavoratrici che non potevano certo tirare fino alle sei del pomeriggio per nutrirsi.
Anche nel nostro Paese ancora negli anni Ottanta del Novecento, tra le classi dirigenti e agiate si invitava qualcuno a colazione intendendo “a pranzo” .Inoltre – come scrive Barbero – lo spostamento in avanti del pasto principale della giornata ebbe tra i tanti effetti non solo la scomparsa della cena ma anche l’abitudine di iniziare la giornata con una abbondante colazione, consumata a tavola e definita à la fourchette, non propriamente al risveglio ma a metà mattina o a mezzogiorno. Ambiguità che ancora oggi emerge con l’uso di espressioni come déjeuner d’affaires, “colazione di lavoro”, di fatto un normale pranzo.

La copertina del libro di Alessandro Barbero “A che ora si mangia?”, pubblicato da Quodlibet

In Italia, per esempio, a inizio Novecento il pasto della sera è ancora chiamato pranzo, ma prevarrà poi l’abitudine del “popolo” di denominarlo cena, intendendo come pranzo classico quello delle 13 e colazione il primo pasto della giornata. E si arriva così ai giorni nostri dove da qualche anno sono comparsi nuovi rituali, come l’apericena, non più aperitivo e non più cena, ma un ibrido fra i due che si consuma in vari locali verso le 19.
La scienza dell’alimentazione moderna ci consiglia la colazione entro un’ora dal risveglio, il pranzo tra le 12 e le 14 e a cena entro le 20, meglio ancora intorno alle 19. Numerosi studi confermano infatti che nutrirsi nelle ore serali compromette l’efficienza metabolica, peggiora la sensibilità all’insulina e favorisce l’accumulo di grasso. Soprattutto se i pasti sono abbondanti e ricchi di carboidrati semplici. Inoltre saltare la colazione può alterare il ritmo circadiano, rallentare il metabolismo e aumentare la fame nelle ore serali. Addirittura si è notato che distribuire correttamente le calorie nella giornata – concentrandole nella prima metà – favorisce la perdita di peso e ottimizza il controllo glicemico.

Immagine di apertura: fonte: Medicina Integrata

Gian Battista Ricci
Nato a San Giorgio di Lomellina, ma pavese di adozione, si è laureato in Filosofia e Psicologia a Pavia, dove ha risieduto dal 1975 al 2015, mantenendo attività clinica e didattica e dal 1999 è stato docente di "Tecniche di riabilitazione psichiatrica" nell'ateneo pavese. Psicoanalista e Arteterapeuta, allievo di Sergio Finzi e Virginia Finzi Ghisi è membro dell'associazione "La Pratica Freudiana" di Milano, dove dal 2000 ha tenuto seminari. Fondatore di "Tracce di Territorio", associazione no-profit con sede in Lomellina, è tra i promotori di gruppi di studio di Psicoanalisi e laboratori di Arteterapia. Ha pubblicato con Selecta : "L'insonnia", "Problemi etici in psichiatria", "Guida illustrata ai farmaci in psichiatria" Disegnatore anatomico, ha lavorato per diversi ospedali e per il "Corriere della Sera". Le sue opere sono state esposte recentemente nelle sale del Museo per la storia dell'Università di Pavia. Con Edoardo Rosati ha appena pubblicato "La mirabolante avventura dell'anatomia umana" (Dedalo Edizioni).

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