Genova 27 Gennaio 2026
Un’esistenza lunga, lunghissima, quasi settant’anni di lavoro, ma attraversata da un’ossessione coerente. Non l’ossessione dell’opera unica e definitiva, bensì quella, molto più moderna, del tenere traccia, del non lasciare che la vita scivoli via senza residui.

È la storia di Giuseppe Garuti, in arte Pipein Gamba, modenese arrivato a Genova nel 1888, e rimasto attivo fino alla morte, nel 1954, con la tenacia di chi a 86 anni era ancora un giovincello sul piano lavorativo. Una biografia che sembra mettere insieme due figure: illustratore e raccoglitore, il professionista dell’immagine e l’accumulatore di ogni cosa che l’immagine circonda. Questa energia, insieme laboriosa e un po’ febbrile, è raccontata dalla mostra Nello studio di Pipein Gamba: immagini di una Genova di fine Ottocento, visitabile fino al 29 marzo 2026 a Palazzo Rosso, nel cuore del centro storico genovese.
Curata da Marta Focacci e Veronica Bassini, l’esposizione nasce dentro la rassegna Ottocento svelato, che si pone l’obiettivo di riaprire capitoli meno frequentati del XIX secolo cittadino. Focacci, funzionaria bibliotecaria del Centro di Documentazione Storia, arte e immagine del Comune di Genova (DocSAI), lavora nel punto in cui biblioteche, archivi e musei si sostengono a vicenda.

Bassini, assistente di ricerca dell’Università di Genova, porta in dote uno sguardo da grafica e tipografa, cioè una competenza che non riguarda soltanto la forma, ma la sostanza stessa della cultura visiva di fine secolo, quando l’immagine stampata diventa linguaggio di massa. La chiave non è la celebrazione dell’ennesimo nome già noto, bensí – spiega Marta Focacci – riportare alla luce un fondo immenso, donato dall’artista al Comune nel 1939, poi spostato, rimbalzato, errante tra sedi diverse, fino ad arrivare al DocSAI, dove é conservato dal 2005. Nel frattempo, ogni tanto qualcuno chiedeva un pezzo preciso, un manifesto, un oggetto. Ma Pipein Gamba, fuori da circuiti specialistici e collezionistici, restava sconosciuto. Così la programmazione del 2025 ha permesso ciò che mancava: la possibilità di aprire i cassetti per raccontare una storia.

Naturalmente, come spesso accade quando si ha a che fare con archivi veri, il racconto è anche una dichiarazione di limite. Quello esposto è la punta dell’iceberg, dice la curatrice. Per mesi, racconta, si è lavorato di selezione e di studio, foglietto dopo foglietto, immagine dopo immagine, decidendo cosa potesse sostenere la lettura di una Genova tra fine Ottocento e primissimi anni del Novecento, con un confine posto attorno al 1910, 1912. Ma proprio questa scelta, che restringe, fa intuire l’ampiezza del resto: un materiale così ricco da poter generare altre mostre, altri capitoli, altre ipotesi.
Il percorso espositivo, a questo punto, prende la forma più adatta al suo oggetto: non la linearità rassicurante della mostra classica, ma una sequenza quasi eclettica, fatta di continui cambi di registro, di rimandi tra ciò che nasce per durare e ciò che nasce per sparire. Si passa da disegni e bozzetti a materiali a stampa, da carte di lavoro a corrispondenze, da biglietti da visita a programmi teatrali, e poi, improvvisamente, a ciò che convenzionalmente non meriterebbe nemmeno di essere conservato: menù, ricevute, biglietti di tram e autobus, cartine.

È qui che l´esposizione trova uno dei suoi punti più convincenti, perché trasforma l’effimero in documento, e il documento in racconto. «Come sarebbero potuti arrivare fino a noi i biglietti del bus se non tramite lui?», domanda Marta Focacci. Dentro questa trama minuta, l’Ottocento genovese smette di essere un concetto e diventa un insieme di abitudini. La città dinamica, elegante, cosmopolita si riconosce in ciò che fa: nelle serate a teatro, nelle feste a tema, nella mondanità, nella cronaca dei periodici, nella pubblicità che comincia a parlare un linguaggio nuovo e più aggressivo. E Pipein Gamba, che lavora come illustratore e caricaturista, ma anche come scenografo, è il punto di convergenza ideale, perché si muove là dove la città produce immagini di sé: nei giornali, nei manifesti, negli spettacoli, nelle stamperie, nell’editoria popolare. L’archivio non racconta soltanto lui; racconta ciò che gli passa accanto e che lui, con ostinazione, decide di non buttare via.

Forse é proprio per questa ostinazione che le fila della quotidianità si sono intrecciate indissolubilmente con il cuore del mestiere: i manifesti e i bozzetti. Sottolineando questo legame, la mostra mette in evidenza un aspetto che spesso si dimentica quando si parla di illustrazione: la precisione progettuale. Il manifesto non ammette vaghezze: deve funzionare subito, deve catturare lo sguardo, deve essere pensato per uno spazio pubblico. E allora vedere studi, prove, varianti, misure, significa entrare in un laboratorio dove l’arte non è solo ispirazione, ma costruzione. Non un gesto isolato, bensì una serie di decisioni. Accanto a tutto ciò entra in gioco un altro aspetto della vita di Pipein, ovvero il teatro, che per Genova non è un dettaglio, ma una macchina culturale e sociale.
Le carte mostrano l’artista dentro una rete di relazioni e collaborazioni: non un solitario, ma un conoscitore e autore della scena urbana, uno che lavora dove la città si rappresenta e si riconosce. E anche qui, coerentemente, non si tratta solo di condividere un risultato, ma di far intuire il processo, i passaggi, l’intreccio di professioni che stanno dietro una serata a teatro o dietro un’apparizione pubblica. Infine, e inevitabilmente, la mostra finisce per dire qualcosa anche sul presente.

Non solo perché oggi l’arte effimera è molto più studiata e rivalutata, ma perché la domanda che resta in fondo è concreta: che cosa significa custodire un patrimonio del genere, e come renderlo davvero conoscibile? Focacci accenna al fatto che il materiale, pur conservato correttamente, non è ancora inventariato come meriterebbe, e che uno degli obiettivi auspicabili è ottenere risorse per ordinare e descrivere il fondo, rendendolo più accessibile alla ricerca e, di riflesso, alla città.
In questo senso Nello studio di Pipein Gamba funziona come una mostra e come un segnale. È la testimonianza della ricchezza di un autore tuttofare proprio perché la sua grande opera, oltre ai disegni, è la raccolta stessa, l’archivio come forma di vita.

E segnala che una città, quando ha la fortuna di ricevere un dono così, ha anche una responsabilità: farlo parlare, farlo circolare, farlo diventare memoria condivisa. Perché, alla fine, l’idea più sorprendente è forse questa: una ricevuta, un biglietto, un involucro possono valere quanto un’opera, se riescono a restituire ciò che di solito scompare. E Pipein Gamba, con la sua casa trasformata in magazzino di carte e scatoloni, sembra averlo capito in anticipo, molto prima di noi.
Immagine di apertura: un manifesto realizzato all’inizio del Novecento da Pipein Gamba
- Le immagini del servizio sono un gentile omaggio del Fondo Pipein Gamba, Centro DocSAI, di Genova




