Bologna 27 Febbraio 2026
Oggi l’Unione Europea si trova costretta a rimuginare sulle sue scelte esistenziali. Che cosa vorrà diventare da grande, a cosa aspira? Nazionalismi e paure la rendono debole, le divisioni interne la attanagliano. E poi c’è un vecchio pallino tornato di nuovo in voga: quale lingua parlare? Già sul finire dell’Ottocento l’oculista polacco Ludwig Lejzer Zamenhof si era posto quesito: decise allora di inventare l’Esperanto, una lingua ausiliaria nata dalla commistione del latino con le lingue romanze, germaniche e slave.

L’esperimento di una lingua neutra era ambizioso, ma presto si rivelò poco efficace. Dopo numerose ricerche, nel 1951 l’Associazione Internazionale per la lingua ausiliara (IALA) pubblicò la prima grammatica dell’Interlingua, un nuovo idioma creato dai ceppi romanzi. Nonostante goda adesso di una discreta diffusione – la parlano circa 10mila persone fra Sud America e Europa del Nord e dell’Est, particolarmente Finlandia, Norvegia, Svezia e Russia – l’Interlingua non è riuscita ad assurgere al suo compito a seguito di resistenze culturali ed identitarie. Ad oggi, l’inglese resta la lingua internazionale per eccellenza, eppure è una lingua “straniera” all’Unione dopo la sofferta Brexit; al contempo, convivono ben 24 lingue per 27 paesi, un multilinguismo che costa circa un miliardo di euro all’anno.
Marco de Grandis, ingegnere in telecomunicazioni, è l’inventore di una nuova lingua comune in rampa di lancio, l’Euriziano. Da sempre convinto federalista, è cresciuto ascoltando il nonno parlare in Esperanto. Oggi, sogna «gli Stati Uniti d’Europa con un Parlamento che legiferi realmente, un Governo votato dai cittadini, con una politica estera comune e forze armate comuni». E soprattutto con una lingua identitaria in grado di coesistere con l’inglese e gli idiomi nazionali, che ha già suscitato interesse in alcuni Capi di Stato. Sentiamo le sue ragioni…

Come nasce l’Euriziano?
«Nasce dall’esigenza di rispondere ad una domanda fondamentale: è possibile creare una lingua comune europea che abbia anche una base identitaria? E soprattutto: serve davvero? Per capirlo bisogna partire dal contesto. L’ordine internazionale è cambiato profondamente. Si sta delineando un sistema sempre più basato sulla forza, piuttosto che sul Diritto. L’unica realtà che potrebbe tentare di ristabilire il primato del Diritto è l’Europa, perché è lì che il Diritto è nato. Ma per farlo, serve una vera Federazione, capace di rapportarsi alla pari con le super-potenze. In questo processo la lingua è un elemento fondamentale, perché contribuisce a far sentire le persone parte di uno stesso popolo. Ma quale adottare? Molti penserebbero all’inglese. Il problema è che scegliere una lingua nazionale significherebbe creare uno squilibrio culturale. La lingua comune deve quindi essere neutrale, non appartenere a nessuno Stato membro, ma allo stesso tempo avere una radice identitaria. Altrimenti verrebbe percepita come estranea».

Quali radici ha scelto per la “sua” lingua?
«Sono partito dal latino. Per secoli è stato la lingua veicolare dell’Europa. Isaac Newton scrisse i Principia in latino, come molti altri studiosi che non appartenevano nemmeno a quella cultura d’origine. Il latino è stato il medium della scienza e della tecnica fino al Settecento e ancora oggi è presente nella nomenclatura scientifica. Ha quindi una forte valenza culturale europea ed è riconosciuto in tutto il continente. Come lingua parlata, però, sarebbe troppo complesso. Da qui nasce l’idea di un latino semplificato».
Che cosa intende per semplificato?
«Mantiene le caratteristiche fonetiche del latino: leggendo un testo in Euriziano si ha l’impressione di ascoltare il latino, pur non essendolo. La grammatica è estremamente semplice: circa 40 pagine, contro le 400 del latino classico. È una lingua artificiale, ma nata da una lingua naturale. Per i termini moderni assenti nel latino ho integrato l’Esperanto, adattandone i vocaboli alla struttura dell’Euriziano. In questo modo esiste già un vocabolario di riferimento e, con poche regole chiare, chiunque può ricostruire il lessico».

Ma i Paesi slavi e baltici difficilmente percepirebbero il latino come elemento identitario, non crede?
«È vero che l’Euriziano, derivando dal latino, può risultare più vicino alle lingue romanze. Tuttavia la cultura greco-romana ha permeato profondamente tutta quella europea. L’unico tratto realmente comune che possiamo rintracciare nel passato europeo, dal punto di vista linguistico e culturale, è il latino. Anche nei paesi nordici viene studiato come riferimento alla civiltà classica, seppur in misura diversa rispetto all’Europa centro-meridionale. È impossibile creare una lingua che venga percepita allo stesso modo da tutti. Tuttavia l’Euriziano potrebbe favorire anche una riscoperta del latino classico e della cultura che lo accompagna».
Perché l’Euriziano dovrebbe riuscire lì dove l’Esperanto ha fallito?
«L’Esperanto è neutro ed estremamente facile da imparare. Tuttavia, proprio perché nasce da un miscuglio di lingue diverse, risulta freddo e privo d’identità culturale. È troppo artificiale e troppo regolare. Questa eccessiva regolarità lo rende poco naturale e difficile da sentire come proprio. L’Euriziano, invece, pur essendo artificiale, nasce da una lingua naturale con una storia. I suoi suoni rimandano ad una tradizione condivisa, e questo lo rende più accettabile dal punto di vista umano e culturale».

Lei sostiene che una lingua comune potrebbe contrastare i nazionalismi. È possibile?
«Ne sono convinto. L’Euriziano nascerebbe come lingua identitaria, non come lingua veicolare. L’inglese continuerebbe a svolgere il ruolo di lingua internazionale. È un processo lungo, che richiede generazioni. Se i bambini crescono sentendo l’Euriziano fin dalla scuola, in loro nascerà un forte senso di appartenenza che supererà ogni divisione nazionalistica. Ma questa ambizione deve essere accompagnata da un forte impegno culturale e civico, non solo linguistico».
Questo per i più giovani. E per le generazioni già adulte?
«Non si può imporre una lingua con la forza. Ci sarà inevitabilmente una fase di transizione, in cui l’Euriziano conviverà con il multilinguismo. Le mentalità non cambiano dall’oggi al domani. È un progetto ambizioso e complesso, ma le grandi conquiste sono sempre nate affrontando sfide difficili».
A che punto è la divulgazione del suo progetto?
«Sto cercando di farlo conoscere il più possibile. Esiste un sito con la grammatica disponibile in diverse lingue. Il prossimo passo fondamentale è coinvolgere le università e il mondo accademico. Ho presentato il progetto anche a capi di Stato, che hanno mostrato interesse. Non si tratta di risultati immediati, ma è importante che l’idea inizi a circolare. In Francia, l’Express ha pubblicato un articolo sul progetto. È un segnale positivo. In questo momento il dibattito sta tornando attuale, anche alla luce della crisi della NATO e delle prospettive europee. Molte certezze vengono rimesse in discussione e questo riaccende l’interesse per una riflessione sull’identità e sul futuro dell’Europa».
Nessuno parla ancora l’Euriziano, è così?
«La grammatica è stata pubblicata per la prima volta il 29 gennaio 2024, quindi è molto recente. Posso però dire che il sito ha avuto molti accessi: circa 16.000 in due anni da tutto il mondo. È curioso notare l’interesse proveniente dall’Asia, in particolare dalla Cina e dal Vietnam. Scaricano le grammatiche in francese o in inglese. C’è quindi un interesse diffuso anche fuori dall’Europa».
La poesia L’infinito di Giacomo Leopardi in italiano e, sotto, in euriziano
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude./ Ma sedendo e mirando, interminati /spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo, ove per poco/ il cor non si spaura. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello/ infinito silenzio a questa voce/ vo comparando: e mi sovvien l’eterno,/ e le morte stagioni, e la presente/ e viva, e il suon di lei. Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Semper cari essevit mihi hoc solitari colle / et hoc saepto, quem ex tanti parte/
de ultimi horizonte tollit aspecto./ Sed ego sedenti et contemplanti, finget in mente trans illo/ spatios sine fine, et superhumani silentios,/ et altissimi quiete, ubi paulum/ mei corde prope tremescet. Et simul ac/ ego audit vento sibilanti inter hoc plantas, ego illi/ infiniti silentio incipit conferere cum hoc voce: et/ego recordat aeternitate, iam transiti tempores,/et illo praesenti et vivi, et eius sono./ Sic intra hoc immensitate demerget mei cogitatione / et naufragio mihi est dulci in hoc mare.
Sul sito internet www.euriziano.eu si può scaricare gratuitamente la grammatica (per ora in versione italiana, inglese e francese)
Immagine di apertura: fonte: oxfordlingue.it




