C’è una cittadina non lontana da Dublino, Greystones – 17mila abitanti -, che da tre anni detiene un primato: i ragazzi fino a 13 anni non sanno che cosa sia il cellulare. Niente coercizioni, però; si tratta di una scelta condivisa dal 70 per cento delle famiglie e dagli insegnanti, non un divieto. E pare che i bambini giochino di più all’aperto, si ritrovino allo Youth Café senza bisogno di messaggi WhatsApp e di condivisione sui Social, e a, detta dei docenti, più svegli e attenti a scuola. Smartphone maledetto allora? Gli avvenimenti sconcertanti di questi giorno ci fanno pensare che lo sia davvero, nocivo per tutti – la dipendenza collettiva è evidente, basta andare in tram – , ma soprattutto per i più giovani. Il caso del tredicenne di Bergamo che ha tentato di sgozzare la sua insegnante di francese – per fortuna se la caverà – lascia sgomenti per la premeditazione, la messa in scena (la maglietta con la scritta vendetta) e la condivisione sui Social con grande lucidità e la consapevolezza di non poter essere perseguito vista la giovane età. L’adolescenza è da sempre un territorio di trasformazione, ma oggi più che mai si configura come un crocevia dove si intrecciano crisi identitarie, fragilità formative e necessità di apparire. Il tutto reso più complesso da una società in continua trasformazione tecnologica, senza una cultura del limite e dell’autoregolazione individuale. Insieme ad un abbandono collettivo del senso di responsabilità, questo crocevia ha portato gli adolescenti ad essere sempre più rissosi, “predatori prima di diventare prede”. A questo si aggiunge il fatto che gli adulti non riescono ad interpretare il disagio adolescenziale, rispondendo alla rabbia e al silenzio con medicalizzazioni precoci, oppure scaricando la responsabilità sul sistema scolastico. È evidente che tenere i cellulari fuori dalle scuole è sacrosanto, ma rischia di essere un palliativo senza uno sforzo di conoscenza del mondo dei Social. Ho una figlia trentenne e ricordo bene il suo approccio a Facebook a quindici, sedici anni. Non c’erano allora Tik Tok, Instagram etc. I ragazzini condividevano le loro immagini più belle, i viaggi, gli incontri in pizzeria, le gite al mare. Tutto un po’ zuccheroso, ma tutto qui. Ora i Social per gli adolescenti sono un’altra cosa, aree di aggregazione, spesso contro qualcuno o contro tutti, con un distacco dalla vita reale. Una trappola dalla quale non riescono a uscire….

Franca Porciani
Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura". A settembre del 2025, è uscito "La Dama Bianca" (Mursia), di cui è autrice insieme a Gabriele Moroni.

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