Ratisbona 27 Aprile 2026
Ci sono libri che non smettono mai di parlarci: li si chiude, ma continuano a lavorare nel tempo, cambiando significato mentre cambia il mondo attorno. Le tre ghinee di Virginia Woolf (1882-1941) è uno di questi: un saggio del 1938, scritto sull’orlo di un’Europa che stava per precipitare, eppure ancora capace di affacciarsi sul nostro presente con un’inquietudine intatta. Il suo percorso ruota attorno a una domanda essenziale: come si previene la guerra? Da qui nasce Virginia e la guerra, il nuovo spettacolo di Paola Bigatto e Lisa Capaccioli, andato in scena dal 13 al 15 aprile al Centro Asteria di Milano.

Bigatto, attrice, regista, drammaturga e formatrice, ha lavorato a lungo con Luca Ronconi, si è formata con Renata Molinari e da anni collabora con il Centro Asteria, dove ha portato in scena La banalità del male, da Hannah Arendt. Capaccioli, sua ex allieva, diplomata alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, ha affiancato Ronconi come assistente alla regia e ha lavorato come autrice e regista tra teatro musicale e progetti per l’infanzia e la scuola.
Il primo incontro di Bigatto con Le tre ghinee risale al 2014, quando fu proprio Capaccioli a proporle una riduzione del testo. Ne uscì, nel 2015, Virtù dell’oscurità, lavoro a quattro voci. Ora quel nucleo riemerge in una forma più nuda: un monologo pensato anzitutto per le scuole, ma capace di parlare a chiunque avverta che la parola “guerra” non è più un lemma storico, bensì una pressione del presente.

A spingerla di nuovo verso Woolf, racconta Bigatto, è stata soprattutto una sensazione di urgenza: «Ho sentito il bisogno di tornarci perché qualcosa, attorno a noi, si è incrinato. Sono tornate le guerre, certo, ma soprattutto una certa brutalità nei rapporti di forza; ed è tornata la sensazione che il cammino dell’emancipazione femminile non sia affatto lineare né garantito. In questo slittamento del presente, Woolf riappare non come un’icona da omaggiare, ma come una mente che continua a disturbare».
Qui risiede la forza del saggio: Woolf non pensa la guerra come un evento separato, ma come la forma estrema di una grammatica del dominio che attraversa già la società. Là dove una parte dell’umanità si arroga il diritto di considerare l’altra minore, subordinata, disponibile, è già all’opera qualcosa che appartiene alla logica bellica. Per questo il suo femminismo non si esaurisce in una rivendicazione di genere: diventa una lente per leggere il modo in cui la violenza si insedia nella normalità, travestendosi da ordine, autorità, tradizione.

Il punto del ragionamento è netto: non possiamo dirci pacifisti se nella vita quotidiana continuiamo a praticare o a tollerare la prevaricazione. È una posizione scomoda, perché non lascia allo spettatore il privilegio dell’innocenza. Ed è proprio qui che il teatro trova il suo spazio: non illustrare un’idea, ma mostrarla mentre prende forma. «Per entrare in Woolf bisogna essere disponibili all’avversativo», dice Bigatto. Bisogna accettare il “ma”, il “tuttavia”, lo scarto improvviso. Woolf non procede in linea retta: afferma e corregge, devia e rilancia. In tempi che amano gli assoluti, questa struttura appare quasi scandalosa. Oggi si pretende dalla parola pubblica che sia immediata e schierata senza residui. Woolf invece costringe a una disciplina più rara: seguire il movimento del pensiero, sopportarne l’ambiguità, misurarsi con il paradosso.

Anche la scena nasce da questa idea di mente al lavoro: una scrivania, un tavolo con faldoni di documenti, una poltrona dove il corpo si raccoglie e pensa. È come se lo spettacolo provasse a restituire non l’immagine di Virginia Woolf, ma la sua officina mentale. Che tutto questo venga affidato in prima battuta a un pubblico di adolescenti non è secondario. Bigatto non considera il teatro per le scuole un genere minore. «Se un ragazzo oggi non sa più cosa significhi firmare un assegno, quel punto non va difeso in nome della filologia, ma attraversato e tradotto, perché l’attenzione possa restare dove conta davvero» afferma. Lo stesso vale per il contesto storico: gli anni Trenta non appartengono più in modo naturale all’immaginario dei più giovani e hanno bisogno di essere rimessi in figura. Da qui anche l’uso dei video, che Bigatto ammette di non amare in astratto, ma che qui considera necessari. Non per decorare la scena, bensì per situarla. Per dare ai ragazzi la sensazione concreta che Virginia Woolf è esistita in un tempo reale, abitato da volti, governi, crisi, minacce visibili. La storia, prima di diventare materia scolastica, è sempre stata un presente per qualcuno.

Tra le frasi del testo ce n’è una particolarmente esposta al rischio del fraintendimento: «In quanto donna non ho patria, in quanto donna la mia patria è il mondo intero». È una frase che suona benissimo, e proprio per questo va trattata con cautela. Non basta lasciarsene colpire: bisogna domandarsi che cosa significhino davvero patria, mondo, appartenenza.
Virginia e la guerra non offre una posizione da adottare, ma una domanda in cui restare. Non consegna un messaggio: apre un processo. E in questo processo c’è qualcosa di intimamente politico. Perché il teatro, quando accade davvero, non ci dice soltanto cosa pensare: ci rimette davanti alla responsabilità di farlo.
Immagine di apertura: un interno della casa di Virginia Woolf nel Sussex; sul tavolo Le tre ghinee




