Milano 27 Gennaio 2026

Scrive Antonio Mazzeo, Presidente del Consiglio regionale della Toscana: «Ferretti, poeta colto e visionario, coniuga l’epica e il mito con la storia recente, componendo un lungo poema civile che scorre dagli anni dell’infanzia sotto l’occupazione fino alla disillusione della modernità. Tutto resta saldamente ancorato al vero. Allo stesso tempo, questa raccolta ci offre un itinerario esistenziale e lo capiamo ogni volta che l’autore ci invita a seguire i guasti di quel passato e le sue conseguenze, quando ne esplora le fratture».

La copertina di “Secondo Novecento”, raccolta di poesie di Vasco Ferretti, pubblicata di recente dalla Regione Toscana dove è riprodotta “L’invocazione” di Marino Marini

Stiamo parlando di Secondo Novecento, raccolta di versi d’impegno civile di Vasco Ferretti, pubblicata dalla Regione Toscana pochi mesi fa. La didattica nei licei e all’università dell’autore ha tenuto sempre viva la memoria del suo tempo e quella trasmessa dalle generazioni precedenti. Come in un circuito virtuoso storia, letteratura, anche medievale, e poesia si sono trasfuse e mescolate. La parola dunque diventa saggia maestra in un percorso lineare di conoscenza. Nato a Buggiano, in Toscana, nel 1935, Ferretti nel 1955 ha frequentato il corso annuale per dirigenti sindacali della CISL (Centro Studi di San Domenico di Fiesole), e ha avuto un incarico quinquennale a Roma come Segretario Nazionale dei Lavoratori del Turismo. Ritornato a Montecatini Terme per motivi familiari, ha successivamente conseguito la laurea in Filosofia e Scienze dell’Educazione nel 1970 presso l’Università di Urbino. Ha poi insegnato filosofia e storia presso istituti di medie superiori e all’università di Urbino. Giornalista dal 1975, ha lavorato per molti anni al quotidiano La Nazione di Firenze. Negli ultimi decenni si è dedicato alla ricerca storica pubblicando, tra le altre opere, con la casa editrice Mursia, Kesselring (biografia, 2009); Stragi naziste sotto la linea Gotica: Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto (2004); poi 1944, un’estate rosso sangue, La Nazione 2007, ambientato nella Toscana sotto l’occupazione tedesca, La strage nazista di Fucecchio, Pacini editore, 2011. Suggestioni storiche del Novecento portano Vasco Ferretti sul versante della poesia, dove ha vinto diversi premi, come il “Città di Sarzana”, il “Rocco Carbone” e il “lord Byron Portovenere Golfo dei poeti”.

Vasco Ferretti, che ha appena compiuto novant’anni in ottima salute, nello studio della sua casa a Montecatini Terme (foto di Donella Pellegrini)

Da Infanzia e stragi naziste in Toscana: «Dove un tempo il verso del gufo destava i cortili/ e i contadini la sera vangavano i campi benedetti/ e le ragazze ballavano nelle loro vesti leggere/ c’era adesso una terra deserta e abbandonata/ con i galli segnavento che bruciavano sui tetti/. Rivedo la solitaria casa delle nostre preghiere/ sfiorata dai treni illuminati della notte/ dove il padre pianse sui raccolti incendiati/ e la madre implorò dalla vetta del suo dolore/ che l’Agnello di Dio avesse per noi misericordia/. Il massacro d’agosto piombò, invece, sui campi/ pervasi dal fiato mattutino delle mucche mentre invano/ dal bosco la civetta ammoniva i fumanti casolari /e chi ammucchiava le messi raccolte sopra i carri/. Arsero i campi di sangue e bagliori di fuoco».

La lingua di Vasco è plurale, stratificata, volutamente provocatoria. Tutto resta saldamente ancorato al vero. I riferimenti alla Resistenza partigiana, alle stragi naziste e alle tragedie della modernità, come la tossicodipendenza, ci portano in un percorso di purificazione dove il tempo e il verso si intrecciano per elargire dolore e consolazione. La formazione cristiana dell’autore aiuta a capire il male sezionato e duro ad estinguersi. E non basta la memoria per cercare riferimenti di redenzione. Occorre rivivere la storia come materiale nuovo.

Il memoriale di Sant’Anna di Stazzema in ricordo della strage di 560 persone il 14 agosto del 1944 ad opera delle SS (foto di Hans Peter Schaefer)

Nella poesia Per un nuovo Rinascimento, Ferretti elogia le antiche eredità e identità: «Qui era Pico, sommo prodigio della Rinascimento/ e ineluttabile forza del pensiero di magia/. Qui la visione eidetica di Leonardo da Vinci/ nel bisbiglio del tempo sotto ala di nibbio/. Là, Sidereus Nuncius (il trattato di astronomia pubblicato nel 1610, ndr), Galileo Galilei/ contro l’iniqua sentenza di un sistema/ oscurantista e il martirio dei santi/, la forza della Legge e la virtù del Principe/. Cosimo, Pater Patriae e Vessillifer Justiciae/, reduce da un infamante esilio – Oh Dante/, Oh Guido, che terra di vendette è mai la nostra!/ – con un solo mazziere entrò in città/, abrogò scorta, trionfi e penitenze; sollevò/ zoccoli sui codardi e in cielo le colombe/ tra le migliaia di ansiosi occhi nascosti/ fra i gigli e le inferriate di Firenze/. Chi non temeva un simile ritorno?/ chi non lo invocava tra tante sciagure?/ Dal palazzo roccioso della Signoria /l’aquila fiammeggiante issata in alto/ folgorava, dai foschi e tenebrosi occhi/ di pietra, le litigiose schiere nemiche /che sulla piazza ogni notte congiuravano/ guerre, tingendo di rosso l’acqua d’Arno».

Cristiano Banti, “Galileo davanti all’Inquisizione”, 1857, olio su tela, Carpi (Mo), collezione privata

Il poeta continua a interrogare i vivi perché solo loro possono cambiare e rendersi conto dei fatti. Nella poesia Davanti alle tombe dei principi si ripropone il ciclo delle guerre e delle stragi. «Nella straziante immagine delle lande desolate/ di questo infinito viaggio tra le guerre nel mondo/, la storia degli eventi dal passato al futuro ci svela/ il sogno di un rinascimento a lungo invocato/ quando il cardellino d’oro volerà sulla spalla/ del Principe o da sotto le ali di docili colombe/ nelle mani di persone d’ingegno torneremo/ in questa antica e nobile terra di Toscana».
Scrive di lui il critico letterario Roberto Carifi: «Ferretti mette in gioco una materia magmatica, un vissuto ibrido e vischioso che si insabbierebbe se non fosse per lo spasimo, mai ignorato, verso il sublime. Immergersi dunque nel presente per trasformarlo e continuare l’avventura di una vita che vorrebbe cambiare per scoprire nuove bellezze». Un angolino del volume è dedicato ai mistici. «Ah, come si avventano giù dalla cima della torre/ di Ugolino gli angeli dell’infanzia ritrovati/ nelle stranianti visioni della loro mente !/ E come grida lontano un soffio di bufera/ in quel tetro palazzo, tra Firenze e Siena,/ alto sulla brughiera, dove la santa Caterina in coro/ canta, assisa sul trono, intrecciato delle ossa/ spezzate di Cristo, sollevato da nubi d’api d’oro». La memoria del poeta vaga nella devozione in un percorso consolatorio che interroga le certezze.

Dove trovare il Verbo che affranca? «Nel Secolo Breve possiamo oggi ripetere/ con le parole di Kando, maestro Zen/: che ‘Il futuro è nient’altro che un palpito’ /e che le ore son diventate liquide /come gli orologi solari di Dalì. Solo i poeti ci salvano dalle rovine del tempo».

Immagine di apertura: foto di Lolame

Filippo Senatore
Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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