Milano 27 Aprile 2026
L’autonomia delle banche centrali nei confronti del potere politico è una delle caratteristiche fondamentali delle democrazie occidentali. Una separazione ormai consolidata e avvenuta in molti casi gradualmente, a tappe ravvicinate. Il principio della separazione nasce dal fatto che alle banche centrali è demandata una funzione particolarmente delicata: quella di stampare moneta. L’esecutivo di turno potrebbe essere tentato di finanziare il debito pubblico utilizzando proprio la scorciatoia della moneta facile, ma inondare i mercati di liquidità significherebbe fare esplodere l’inflazione, mettendo a rischio la stabilità economica del Paese.

Compito primario della banca centrale è invece proprio quello di garantire una crescita ordinata dell’economia attraverso una gestione oculata delle risorse pubbliche e agendo da contrappeso alle politiche fiscali. Non a caso laddove i governi intervengono nella gestione della valuta, come nelle dittature, la prima inevitabile conseguenza è l’esplosione dei prezzi. Eppure nel mondo non sono poche le eccezioni. Negli Usa, per esempio, un Paese che non può certo essere sospettato di aggirare la separazione tra i poteri, è l’Esecutivo a designare il capo della banca centrale, la Federal Reserve. Il quale, tuttavia, una volta insediato, ha la garanzia di poter svolgere il suo compito in assoluta autonomia. È di pochi giorni fa l’annuncio della Casa Bianca relativo alla nomina di Kevin Warsh come prossimo Presidente della Federal Reserve (Fed), al posto di Jerome Powell, il cui mandato scade il prossimo 15 maggio. Economista e banchiere, 56 anni, Warsh è considerato un “falco pragmatico” per quanto riguarda la gestione dell’inflazione. Inoltre, il che non guasta, vanta forti legami con Wall Street. Storicamente scettico sulla pratica del quantitative easing (lo strumento con cui le Banche centrali “creano moneta” attraverso l’acquisto sul mercato di titoli di Stato e altre obbligazioni) potrebbe favorire la riduzione del bilancio della Fed. Warsh ha criticato la gestione dell’inflazione post-Covid e oggi la sua nomina è vista con favore dai fautori della stabilità; è noto inoltre per le sue posizioni aperte sul mercato delle criptovalute (ha definito il Bitcoin “nuovo oro” per le generazioni future). In passato, precisamente nel 2006, un altro presidente repubblicano, George W. Bush, aveva promosso la nomina di Kevin Warsh nel cosiddetto board of Governors, in pratica il consiglio direttivo della Federal Reserve. Da allora la consuetudine si è consolidata.

Il board, con sede a Washington, è considerato in qualche modo un’agenzia del governo federale. E costituisce, insieme con le 12 banche federali regionali (Federal Reserve Bank), il Federal Reserve System, composto da sette membri ‒ nominati dal presidente degli Stati Uniti, il quale elegge anche il presidente e il vicepresidente, confermati dal Senato, che rimangono in carica per un massimo di 14 anni. Kevin Warsh è lo stesso che grazie a Bush era diventato, a soli 35 anni, la persona più giovane a entrare a far parte del vertice della banca centrale. Proveniente dal mondo bancario, aveva lavorato presso Morgan Stanley, prima di entrare nell’amministrazione Bush nel 2002 come segretario esecutivo del National Economic Council, il Consiglio economico nazionale, che negli Usa dipende direttamente dall’Esecutivo ed è il principale forum per la formulazione della politica economica interna ed estera. Warsh ha contribuito tra l’altro al salvataggio della compagnia di assicurazioni Aig durante la crisi finanziaria del 2008 sotto l’amministrazione Obama e ha assistito la banca d’affari JP Morgan nell’acquisizione di Bear Stearns, la società di intermediazione finanziaria fallita dopo 85 anni di onorato servizio in seguito al tracollo che negli Usa ha coinvolto l’intero settore dell’investment banking.

Per quanto riguarda l’Italia, rimane netta la divisione dei compiti tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. Il “divorzio”, come venne definito dai media dell’epoca, tra via Nazionale e governo è ormai consolidato. Andato in porto ben 45 anni fa, nel 1981, al termine di una lunga stagione di dibattiti anche accesi, iniziata con l’interruzione dell’obbligo per Bankitalia di acquistare i titoli di Stato invenduti, ha posto fine al finanziamento monetario del debito pubblico. Questa separazione ha sancito l’autonomia della banca centrale, contribuendo a migliorare il controllo dell’inflazione, anche se all’epoca aveva provocato un temporaneo aumento dei tassi d’interesse. Restano invariati gli altri compiti di Bankitalia, che continua per esempio a gestire il servizio di tesoreria statale, eseguendo pagamenti e incassi per conto delle Amministrazioni pubbliche. Non solo. Alla stessa Banca d’Italia è affidata la gestione delle riserve auree italiane (circa 2.452 tonnellate di metallo giallo), che restano formalmente di proprietà della banca stessa, sia pure nell’ambito di un pubblico mandato.
Immagine di apertura: la sede della Federal Reserve a Washington nello splendido palazzo Art Déco progettato nel 1935 dall’architetto Paul Philippe Cret, completato nel 1937




