Firenze 27 Aprile 2026
«Non dipingo colori, dipingo emozioni»: Markus Yakovlevich Rothkowitz, meglio conosciuto come Mark Rothko (Dvinsk, Lettonia, 1903 – New York, 1970) è il grande maestro di arte moderna e dell’espressionismo astratto americano, che raccomandava di guardare i suoi quadri a lungo e da vicino, per sentirsi immersi al suo interno. Così la tela riempiva l’intero campo visivo, trasformando l’osservatore in parte dell’opera.

Tutti noi possiamo fare questa esperienza a Firenze nel cinquecentesco Palazzo Strozzi fino al 23 agosto di quest’anno. Una grande selezione dei lavori dell’artista ripercorre la sua intera carriera, dagli anni Quaranta del secolo scorso fino alla morte. La mostra è realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi curata e diretta da Arturo Galansino, in collaborazione con il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, la Fondazione Cassa di Risparmio, il Comune di Firenze, Città Metropolitana, la Regione Toscana e la Camera di Commercio. Curatori della mostra sono Christopher Rothko, figlio del pittore, e Elena Geuna.

Si tratta di un evento internazionale. Sono esposte oltre 70 opere prestate da musei prestigiosi come il Metropolitan Museum di New York, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington, tra cui grandi dipinti mai visti in Italia, o provenienti da prestigiose collezioni private e altri musei internazionali. Non solo. La mostra si svolge a Palazzo Strozzi, ma prosegue anche in altri luoghi iconici di Firenze dove l’autore mise a confronto l’antico col moderno, come nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana (dove rimase ispirato, ma sconvolto, dalla serie di finestre chiuse che lui sentiva come una specie di prigione e dove ora sono esposte 2 sue opere).

Cinque opere di Rothko sono esposte nel Museo di San Marco: la solennità dell’opera di Michelangelo e la trascendenza delle opere di Beato Angelico hanno influenzato Rothko nel suo lavoro da quando, negli anni Cinquanta, visitò l’Italia con la moglie Mary Alice (Mell) Beistle.
Molte sue tele sono monumentali, ma c’è una grande intimità fra quadro e osservatore. Non si può rimanere indifferenti contemplando le sue opere perché sono il risultato di un’arte che non vuole essere decorativa, ma un ponte fra l’uomo e l’assoluto. Il pittore creava i colori prendendo esempio dai pittori del passato: con le velature. Un raffinato metodo per ottenere luminosità e lucentezza, grazie all’amalgama di tempere acriliche, ad olio e all’uovo. Sovrapponeva molti strati leggeri di vari colori e stratificava le tempere ad olio con la pittura acrilica. Si vede un colore, ma dietro ce ne sono molti altri che a volte vibrano e traspaiono, specialmente ai bordi: ogni quadro ci riserva sorprese. Verso la fine della carriera, quando era ormai in preda alla depressione e all’alcolismo, dipingeva quadri in toni molto scuri, soprattutto marrone e nero.

Rothko è uno degli artisti più conosciuti e riconoscibili del XX secolo, uomo irrequieto, colto, ideatore di un linguaggio visivo geniale, anche se in apparenza semplice. Studiò alla Yale University di New York ma l’abbandonò dopo due anni per trasferirsi a New York e studiare con Max Weber. Successivamente si dedicò al Realismo e all’Espressionismo con scene urbane, interni e figure umane; in seguito all’Astrattismo surreale prima e poi ai Color Field Paintings, tele coperte totalmente da campiture di colore, senza elementi figurativi. Nella Grande Mela fondò, nel 1948, una scuola d’arte con i pittori espressionisti William Baziotes, Robert Motherwell e Barnett Newman e la famosa Helen Frankenthaler (già ospitata con successo a Palazzo Strozzi nel 2024).

Fu ispirato anche da Matisse per i suoi colori molto intensi. Il risultato è un’esperienza visiva affascinante e seducente.
Rothko era un immigrato ebreo che nel 1913, a soli dieci anni, con la famiglia lasciò la Russia per andare negli Stati Uniti sfuggendo all’antisemitismo, ma nella mostra (che inizia con un autoritratto del 1936) c’è tutta la storia artistica di Mark Rothko: dopo aver superato gli esordi simbolisti e vicini al Neosurrealismo degli anni Cinquanta del Novecento, con opere che poi diverranno famose come Multiforms Rothko si concentra su tele con composizioni monocromatiche e dalle forme geometriche, prima irregolari e poi regolari, come grandi quadrati e rettangoli dai forti colori e dai bordi sfumati.

Tra il 1958 e il 1962, Rothko fece su commissione i Seagram Murals, una serie di bozzetti di olio su carta, per alcuni murali che poi realizzò per la scuola di Harvard. Diceva che li aveva creati per evocare “morte e resurrezione”. Negli stessi anni, Rothko ebbe anche l’incarico di fare dei murali per l’inaugurazione del ristorante Four Seasons nel Seagram Building di New York, dal cui progetto poi si ritirò. Dichiarò di aver dipinto opere così cupe per far sì che le persone «non riuscissero neanche a mangiare». In seguito, donò queste tele alla Tate Gallery di Londra.
Negli anni seguenti, partecipò alla Biennale di Venezia; poi visitò Paestum e Pompei e fu colpito dalle tonalità dei rossi negli affreschi. Inoltre, restano alcuni disegni che mostrano l’influenza che aveva avuto Michelangelo sul pittore. Negli anni Sessanta fece una serie di quadri Black and grey (nero e grigio) ed altre opere molto grandi su carta, decisamente scure, parallelamente ad altre con colori tenui, che ricordano quelli dei pastelli.

Più tardi, quando cominciò a provare un personale turbamento spirituale, cercò tonalità più scure, soprattutto quelle create per la Rothko Chapel a Houston (Texas), luogo di preghiera privata per individui di ogni fede, dove il colore diventa mistico. Una cappella ottagonale, come i battisteri medievali, priva di finestre, dove la luce viene dall’alto ed il luogo invita alla meditazione. La cappella ospita 14 sue opere monumentali in nero e viola.
Depresso ed in preda all’eccesso di alcol e fumo, Rothko morì suicida tagliandosi le vene nel suo studio di New York il 25 febbraio del 1970. Dopo la sua morte Rothko, uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, non è stato dimenticato, anzi, ha conquistato critica e pubblico divenendo negli anni 2000 uno degli artisti più costosi al mondo. Nel 2014, la tela No. 6 (Violet, Green and Red) è stata acquistata dal magnate russo Dmitrij Rybolovlev per la cifra di 186 milioni di dollari, cifra che la pone fra le opere più costose mai vendute.
Immagine di apertura: uno sguardo a una delle sale di Palazzo Strozzi dove sono esposte le grandi tele di Mark Rothko (fonte: Finestre sull’Arte)




