Milano 27 Aprile 2026
Eutanasia, suicidio assistito…..problemi spinosi su cui si discute da anni. È di dominio pubblico il clamore mediatico suscitato dai casi Englaro, Welby e Dj Fabo: dibattiti, polemiche e contrasti, alimentati anche dall’assenza di una legge nazionale.

Il tema viene sviscerato per la prima volta nel romanzo L’attesa dell’alba (Mondadori) da Francesco Caringella, già commissario di polizia e magistrato, Consigliere di Stato dal 1998 e oggi presidente della V sezione del Consiglio di Stato, nonché scrittore di successo. Attorno ad una semplice storia che vede coinvolti pochi personaggi, si sviluppa il dibattito sul Fine Vita che abbraccia aspetti legali, etici, filosofici, religiosi, familiari e sanitari. Filippo Santini è un avvocato penalista, quasi cinquantenne, brillante, scapolo, attento alla natura umana, perché convinto che «il diritto, nella sua essenza, sia un viaggio dell’uomo nell’uomo». Non ha seguito le orme del padre magistrato per dedicarsi all’avvocatura, che impone il diretto contatto con gli imputati, i veri protagonisti del processo. Tutti gli incriminati sono portatori di storie umane, che spesso mettono a nudo i lati sordidi e oscuri dell’individuo, ma tutti hanno diritto alla difesa, innocenti o colpevoli che siano. L’avvocato deve difendere chiunque e vincere, non può permettersi l’etica.

I primi capitoli del libro presentano il personaggio in tutte le sue certezze; sono dedicati alla fedele registrazione di una requisitoria in Corte di Cassazione (nel famoso Palazzaccio di Roma), a difesa di un imputato quarantenne, presunto assassino di una giovane donna. Si tratta di un classico caso di femminicidio da parte di un uomo autoritario e possessivo, che non si rassegna alla fine della relazione. La condanna all’ergastolo in primo grado e in Appello dovrebbe essere confermata in Cassazione.
Il nostro penalista, utilizzando le sue qualità attoriali, le tecniche retoriche e le strategie comunicative degne dei trattati ciceroniani e puntando sulla mancanza di prove certe sia nel movente, sia nelle impronte, sia nell’alibi, instilla nei “signori della Corte” la forza del dubbio, che incrina la convinzione dell’accusa. Riesce così ad ottenere l’annullamento della sentenza di condanna e la celebrazione di un nuovo processo. Filippo Santini ha imparato nella sua lunga gavetta che «in un’aula di giustizia non vince la storia migliore ma la bugia raccontata meglio». E lui è stato proprio bravo! (Ricorda molto il personaggio di una recente fiction televisiva di successo intitolata Avvocato Ligas, protagonista Luca Argentero).

Ma le sue convinzioni, maturate con l’esperienza del tempo, vengono messe in crisi da un imprevisto. Entra nel suo studio una donna esile, dal volto «cesellato come una miniatura, bellissima», tale Sandra De Santis, che gli chiede supporto legale per aiutare il marito a ottenere il suicidio assistito. È la moglie di un docente di Economia, Alberto Martinelli, rimasto tetraplegico in seguito ad un incidente in moto.
L’estrema sofferenza, la privazione totale dell’autonomia e della libertà lo fanno sentire già morto, pur nella lucidità mentale. Come succede in questi casi, il dramma devasta anche i famigliari, scatenando stati emotivi terribili. Sconcertato dalla richiesta, Santini approfondisce i celebri precedenti mediatici e inizia a raccogliere pareri ed opinioni che elevano la narrazione a trattato filosofico-giuridico, volto a sviscerare l’eterno conflitto tra coscienza e legge. Incontra Alberto Martinelli per valutare la sua autodeterminazione e si rende conto che le ragioni da lui addotte a sostegno del suicidio sono lucide ed inoppugnabili; rivendicano il diritto a rinunciare ad una vita che non consente più «sorprese e delusioni», ma solo giornate di dolore atroce e immobilità. Santini è combattuto tra la difficoltà del caso e la coscienza.

Consulta il suo vecchio professore di Filosofia del Diritto che lo mette di fronte ad una giungla legislativa piena di dubbi e contraddizioni: la norma, in sostanza, non punisce il suicidio, ma l’istigazione al suicidio e ne consente l’aiuto solo se il malato dipende da apparecchi che sostituiscono le funzioni vitali. Ma la realtà prevede anche situazioni di dipendenza completa dalle cure di altri. L’avvocato decide così di sposare la causa, per la prima volta non per interesse, ma per difendere un valore che appartiene a tutti e che riguarda la libertà e la dignità. La sua scelta coraggiosa lo porterà a subire un processo in cui a difenderlo sarà proprio suo padre, pur cattolico e in completo disaccordo con il figlio. Lasciamo la fine al lettore.
Il romanzo si potrebbe definire giuridico/psicologico, perché mette in campo una approfondita conoscenza legislativa e una grande capacità di indagare nell’animo umano, soprattutto nei cambiamenti determinati dai traumi della vita. Filippo Santini,” l’avvocato dei poveri”, come lo definiva suo padre, colpito dal caso umano e dal fascino di Sandra, perde il cinismo e riprende in esame l’etica abbandonata.
È una storia corale: avvince, appassiona, emoziona, perché favorisce l’immedesimazione nel dilemma interiore dei personaggi. Un po’ sovrabbondanti i capitoli dedicati all’esposizione di tutte le teorie filosofiche e giuridiche inerenti al problema. E il registro linguistico generalmente semplice e scorrevole, diventa in quella parte più tecnico e complesso. Il libro ha il grande vantaggio di stimolare nel lettore la riflessione sull’esistenza, sulla vita come diritto/dovere, sul concetto di libertà, giustizia e verità. Si può definire anche, come afferma l’autore, un inno alla vita, perché «lo spettro della morte ci fa amare in modo pieno e assoluto il significato di ogni attimo».
Immagine di apertura: il farmaco che si impiega nel suicidio assistito: il pentobarbital in dose letale che agisce velocemente, per via orale o per sondino nasogastrico se il paziente non è in grado di bere




