Milano 27 Febbraio 2026
La ricchezza simbolica attribuita al bianco nella cultura occidentale è sfaccettata: purezza, castità, verginità, innocenza, pace, luce ma anche vuoto, assenza, fallimento…

Nella tradizione coreana, invece, esistono solo due aggettivi per connotare il bianco: hyan e huin. Il primo esprime il candore puro e immacolato dello zucchero filato, il secondo il lutto, l’intreccio doloroso di vita e di morte. È quanto ci dice la grande scrittrice coreana Han Kang, insignita del premio Nobel per la Letteratura nel 2024 per «la prosa poetica intensa che affronta traumi storici ed espone la fragilità della vita umana». Sul bianco huin, Han Kang ha costruito la sua ultima opera, Il libro bianco, edito da Adelphi e tradotto da Lia Iovenitti. L’idea di rendere il bianco il filo conduttore di una narrazione era presente nella sua mente da tempo, ma in modo nebuloso; prende corpo, si fa chiara e si sviluppa durante un inverno trascorso a Varsavia, su invito della sua traduttrice. Lascia Seoul perché si sente chiamata da quella città, morta dopo il bombardamento a tappeto nel 1944 per l’opposizione al nazismo e poi ricostruita e “risorta” sulla scorta di foto, mappe e dipinti.

Durante le passeggiate per la capitale polacca «avvolta dalla bianca nebbia del mattino, che fa scomparire il confine fra cielo e terra, intravede qua e là un pezzo di muro, un pilastro, incorporati nei nuovi muri e nei nuovi pilastri che lasciano in bella vista le linee di giuntura tra antico e nuovo, che testimoniano la distruzione avvenuta». Una distruzione tornata alla ribalta di recente visto che la Polonia starebbe valutando di chiedere alla Russia compensazioni per le atrocità commesse dall’URSS durante il cinquantennio sovietico. Intenzione che fa seguito ad un’iniziativa polacca simile nei confronti della Germania, alla quale Varsavia aveva presentato un conto di 1,3 miliardi di euro di riparazioni di guerra per i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ecco, Varsavia è, per la scrittrice, una città Huin, un confine tra la vita e la morte. Si affaccia alla mente il parallelo tra quella che un tempo fu definita anche la Parigi del nord e il ricordo della sorella maggiore, morta poche ore dopo la nascita.

La devastazione subita dalla città si intreccia con il dolore di quella perdita. Conserva impresso nella sua memoria il crudo racconto della madre che aveva dato alla luce da sola, in una campagna isolata, quella bimba a cui aveva potuto dedicare pochi sguardi e un’accorata preghiera: «Non morire, ti prego, non morire». La tragica esperienza familiare è per lei fonte di un dolore ancestrale. Allora si fa strada il progetto di scrivere di lei per restituirle l’esistenza mai vissuta. «Così provo a immaginare che sia venuta qui al mio posto. In questa città stranamente familiare che assomiglia alla sua vita e alla sua morte».
Termina qui la prima sezione dell’opera, quella autobiografica, dal titolo “ IO”. Nella seconda parte cambia la voce narrante, l’IO diventa “LEI”. Grazie alla scrittura Han Kang si mette nei panni della sorella, le cede il posto, le presta le sue emozioni, la fa rivivere ricostruendo per immagini quel che avrebbe potuto comporre la sua esistenza. Ogni frammento a lei dedicato parte da un fenomeno o da una creatura della natura come il gelo, la neve, le ali di farfalla, la spuma del moto ondoso, il sale, la luna, i gabbiani, le magnolie bianche…… ognuno dei quali suggerisce all’autrice considerazioni universali sul dolore, sulla precarietà della vita, sull’accettazione della morte. «Contemplando il moto delle onde che pare rinnovarsi all’infinito, lì sul confine dove acqua e terra s’incontrano, tocchiamo quasi con mano che la nostra esistenza è appena un soffio» «Ogni cosa che cerchiamo disperatamente di trattenere alla fine svanirà. Ci sono ricordi che il tempo non intacca. E nemmeno il dolore».

Nella terza sezione “Tutto il bianco” ringrazia la sorella per averle dato l’opportunità dell’esistenza: «Se tu fossi ancora viva, io non starei vivendo questa vita. Se sono viva io, non puoi esserlo anche tu. È solo tra il buio e la luce, solo in quello spiraglio azzurrino che possiamo scorgerci fugacemente in volto». Emerge il rimpianto di una sorella maggiore che avrebbe potuto aiutarla e proteggerla e poi, attraverso quelle immagini bianche, che vede attraverso i suoi occhi, le dice addio. Il libro è una raccolta di 65 frammenti che non seguono una narrazione lineare, ma che alternano ricordi, riflessioni, poesie, intrecciando esperienze personali e familiari con meditazioni sul lutto, sul dolore e sulla possibilità di guarigione. Tutto attraverso la metafora del bianco. È difficile non dare al simbolismo bianco una connotazione politica, una metafora delle tragedie storiche coreane (i “traumi” di cui parla l’Accademia svedese), che spiegherebbe anche il richiamo di Varsavia. Quella di Han Kang è una scrittura lieve, delicata, una prosa poetica che richiama alla memoria i lirici greci o i poeti ermetici. Forse non è un caso che Han Kang sia stata poetessa prima di diventare romanziera.
Non si può definire un libro avvincente ma un libro di nicchia, toccante, ricco di sensazioni che colpiscono e emozionano.
Immagine di apertura: la statua della sirena, simbolo di Varsavia, nella piazza del mercato della Città Vecchia, copia in bronzo del monumento realizzato nel 1855 dallo scultore Konstanty Hegel, conservato al Museo Storico della città




