Firenze 27 Giugno 2026
In media, sbadigliamo circa otto volte al giorno, circa 240.000 volte nella vita, senza differenza fra i sessi. Eppure, nonostante sia un gesto quotidiano e universale, non c’è ancora una risposta definitiva sul perché lo facciamo. È un paradosso biologico: sappiamo come lanciare un razzo sulla Luna, ma non siamo ancora sicuri del motivo per cui apriamo la bocca per sbadigliare.

Il primo a provare a risolvere il quesito fu Ippocrate (460 a.C.- 377 a.C.), convinto che servisse a scacciare l’aria cattiva dai polmoni e a liberare il cervello dal calore eccessivo dovuto alla stanchezza. Per lui, sbadigliare spesso poteva preannunciare anche la febbre. Oggi la Pneumologia e le Neuroscienze hanno definitivamente smentito l’ipotesi respiratoria: sbadigliare non serve ad incamerare più ossigeno. Se così fosse, sbadiglieremmo tutti durante una corsa in bicicletta, e invece no. L’intuizione di Ippocrate sul calore era però corretta. Le ricerche neuroscientifiche più recenti suggeriscono che funzioni come la ventola di un computer: quando il cervello si surriscalda per sforzo cognitivo o stanchezza, scatta il riflesso.

Spesso lo sbadiglio si accompagna allo stiramento delle braccia e delle gambe, un comportamento detto “pandiculazione”. Combinazione muscolare che permette al torace di espandersi al massimo, aiutando i polmoni ad accumulare aria e migliorando la circolazione fino alle estremità, specie dopo ore di immobilità. Insieme allo starnuto, lo sbadiglio è un “resettaggio”, che produce una breve pausa e benessere: il corpo si libera così dalle tensioni.
L’atto richiede la contrazione coordinata di oltre trenta muscoli tra viso, collo e torace. Questa potente apertura permette una rapida inalazione di aria fresca che abbassa la temperatura del sangue, che arriva più freddo alla testa. Si sbadiglia di più, infatti, quando la temperatura esterna è inferiore a quella corporea, un dato che supporta la teoria del raffreddamento cerebrale anche se certezze al momento attuale non ce ne sono. Probabilmente lo sbadiglio è un riflesso di attivazione del cervello: dopo che si è sbadigliato di solito si diventa più attenti, un po’ come quando si sbattono gli occhi.

Questa transizione energetica spiega perché si sbadiglia quando si passa dal sonno alla veglia, dalla sazietà alla fame, o dalla noia all’attenzione. Ma c’è di più. Perché stirarsi e sbadigliare è così piacevole? L’ipotesi più convincente è che questa combinazione di contrazioni muscolari (in parte volontarie e in parte riflesse) permetta al torace di espandersi al massimo. Ciò aiuta i polmoni ad accumulare più aria e migliora la circolazione sanguigna fino alle estremità del corpo (mani e piedi), specialmente dopo che siamo rimasti immobili per ore sulla sedia dell’ufficio.
Tuttavia, se da un lato lo sbadiglio ci rigenera, dall’altro è un incubo diplomatico. Sbadigliare durante il discorso del proprio capo, o al primo appuntamento, è considerato il culmine della maleducazione e provoca un certo imbarazzo sociale, anche perché è praticamente impossibile nasconderlo. Qualcuno ci prova a bocca chiusa, tentando di darsi un contegno, ma viene regolarmente tradito dalla contrazione geometrica dei muscoli del collo e di quelli che circondano le labbra. È inutile cercare di impedire alle mascelle di spalancarsi e comunque tutti i presenti se ne accorgono. L’unica soluzione culturalmente accettata resta la classica mano davanti alla bocca.

Tuttavia non è solo un segno di maleducazione. Gli atleti olimpici sbadigliano un secondo prima della gara, altrettanto fanno i paracadutisti prima di lanciarsi nel vuoto. Non sono annoiati, ma in situazioni di stress emotivo e di picchi di ansia, lo sbadiglio interviene per regolare lo stato di allerta. È un comando d’emergenza che il corpo invia al cervello per concentrarsi al meglio.
Il vero mistero dello sbadiglio risiede però nella sua evidente contagiosità. Basta vedere qualcuno sbadigliare o sentirne il suono, per scatenare l’imitazione. Il significato scientifico è attribuito ai “neuroni specchio”, cellule cerebrali considerate le basi biologiche dell’empatia, scoperte da un gruppo di ricercatori dell’università di Parma tra gli anni Ottanta e Novanta.

Lo sbadiglio contagioso è, a tutti gli effetti, una manifestazione di empatia; più si è legati emotivamente ad una persona (partner, familiari, amici stretti), più è probabile venire contagiati dal suo sbadiglio. La cosa straordinaria è che questo ponte emotivo supera i confini della nostra specie. Se quando si sbadiglia c’è il proprio cane, lui sbadiglia subito dopo e questo significa che il legame affettivo con lui è profondo. I cani sbadigliano per empatia con l’uomo, così come fanno molti altri animali.

Nel mondo animale lo sbadiglio ha funzioni cruciali: i leoni sbadigliano spessissimo, ma non per noia: serve a sincronizzare i ritmi di sonno e caccia del branco. I primati (scimpanzé e gorilla) fanno sbadigli che superano i 6 secondi di durata, una lunghezza legata alla complessità della loro struttura cerebrale. Gli uccelli e i pesci sbadigliano regolarmente, confermando che si tratta di un comportamento innato e condiviso da quasi tutti i vertebrati. Iniziamo a farlo già nel grembo materno, intorno all’undicesima settimana di gestazione; tuttavia, l’empatia sociale si sviluppa solo verso i 4-5 anni, ecco perché i bambini piccoli non sono contagiati dallo sbadiglio degli adulti. Dopo qualche anno, si insegnerà loro che, per educazione, è bene mettersi la mano davanti alla bocca.
La cultura popolare ha intuito molte di queste dinamiche secoli prima delle Neuroscienze. Un vecchio proverbio regionale recita: «Sbadigliamo per fame, sonno, noia o una pena al cuore che non si può dire».

In Sicilia, la saggezza popolare ha elevato lo sbadiglio a filosofia di vita. «Chi ranni varagghiu» (che grande sbadiglio!) non descrive solo l’atto fisico, ma fotografa uno stato d’animo di profonda apatia o noia esistenziale. I siciliani sanno che il corpo non mente: «U varagghiu non voli sbadagghiu: o voli mangiari o voli durmiri» (lo sbadiglio non vuole scuse: o vuole mangiare o vuole dormire), collegandolo alla fame atavica (u varagghiu d’a fami), (da Il Pasqualino, vocabolario della lingua siciliana del 1800). E sulla contagiosità, il dialetto ci regala una perla insuperabile: «U varagghiu passa u muru» (lo sbadiglio attraversa il muro), a testimoniare una forza di propagazione sociale talmente potente da superare le barriere fisiche. Esiste infine l’espressione «Fare o varagghiu» per indicare chi, sbadigliando troppo, dimostra di non volere il sonno, ma la compagnia. Nel contesto popolare, poi, diventa la metafora della passività di chi non vigila sulle proprie relazioni e si lascia distrarre, ignorando ciò che accade tra le mura di casa (allusione all’infedeltà coniugale).
Immagine di apertura: foto di bongbabyhouse




