Milano 25 Giugno 2026
“Piccole donne” pugliesi affrontano con determinazione, complicità e aiuto reciproco il tortuoso percorso dell’emancipazione e dell’indipendenza in un mondo ancora parzialmente ostile. Francesca Giannone, dopo il grande successo de La portalettere, in questa terza fatica letteraria, Gli anni in bianco e nero, (ed. Nord) offre uno spaccato degli anni Sessanta in una Puglia ancora patriarcale, ma già scossa, come il resto dell’Italia, da fermenti di cambiamento. Al centro della scena, le sorelle Elia: Maria, Giovanna, Ada e Domenichina, che tanto richiamano alla memoria le protagoniste dei libri di Louisa May Alcott.

Vivono in una famiglia connotata da ruoli tradizionali ferrei: il padre Pantaleo è il classico padre/padrone che vede le donne come serve obbedienti e prive di qualsiasi autonomia. Oltre ad essere un despota, l’uomo è molto irascibile; mosso dai suoi atavici preconcetti, impone divieti di ogni genere, ricorrendo alla violenza in caso di disobbedienza, ragion per cui la sua presenza in casa crea un’atmosfera di tensione e paura. La moglie/madre, pur intimamente ribelle, si mostra accomodante, anche nell’intento di evitare scoppi di rabbia e pene corporali. Manda avanti una sartoria con l’aiuto delle due figlie maggiori, Maria e Giovanna, che all’attività si dedicano con impegno e professionalità. Le quattro ragazze, accomunate da affetto e intelligenza, sviluppano personalità diverse, ma tutte cercano il proprio spazio nella vita, allontanandosi dalla stereotipata mentalità paterna. Non potendo dichiarare in casa le loro idee e scelte, ricorrono alle bugie; prima di compiere azioni “non permesse”, studiano la strategia comunicativa per abbindolare il genitore. La più indomita delle quattro è l’ultimogenita, Domenichina detta Mimì, che è anche l’io narrante della storia. Dotata di ingegno e curiosità trasgredisce il divieto paterno di frequentare il cinematografo, ritenuto peccaminoso e capace di «instillare strane smanie nella capa delle femmine». Ma lei riesce a sfondare il cuore del rude Cosimino, il proiezionista del cinema Apollo e così regolarmente, con le scuse più diverse, avallate dalle sorelle, sale nella cabina di regia e dalla finestrella scopre i capolavori del cinema italiano di Fellini, Pasolini, Germi, Vittorio De Sica…. Ispirata da Fellini e da La dolce vita, decide che in futuro farà la regista. Si crea la stessa situazione del film di Giuseppe Tornatore Nuovo cinema Paradiso, in cui il ragazzino protagonista, in un paesino della Sicilia, trascorre le sue giornate nella sala cinematografica del proiezionista Alfredo e questo lo condurrà a diventare regista.

Mimì frequenta con profitto prima la scuola media e poi il liceo classico di Lecce, dove viene emarginata perché di origini modeste. Ma lei, orgogliosa e animata da un forte desiderio di rivalsa sociale, si impone. «Se agli occhi dei miei compagni non potevo farmi valere per i soldi, o per il prestigio della mia famiglia, allora mi toccava darmi da fare per guadagnare il loro rispetto su un altro fronte, quello che dipendeva unicamente da me, e non dal lignaggio di chi mi aveva messo al mondo». Mimì suscita, comunque, l’interesse di Vincenzo, uno del gruppo “nobiliare”, con cui stringe una solida amicizia e condivide la passione per il cinema. Ogni sorella seguirà un viaggio innovativo adatto alla propria personalità. L’assennata Maria e la ribelle e impulsiva Giovanna realizzeranno un’impresa incredibile: un atelier di moda nel centro di Lecce che creerà abiti particolari e addirittura minigonne, decisamente in rotta con la tradizione. Chi subirà i contraccolpi più duri del destino sarà la sensibile Ada, grande lettrice dei libri di Jane Austen e di Natalia Ginzburg. La nostra protagonista, dopo aver ricevuto in dono dalle sorelle una cinepresa e da Vincenzo un proiettore, comincia a ritrarre in bianco e nero la realtà dell’epoca: scene di vita quotidiana delle sorelle, scioperi nei campi, rivolte studentesche, lotte operaie e prime riunioni femministe, sempre con l’occhio puntato sui dettagli che «finiscono per svelare più di tutto il resto». Dopo la maturità, conseguita a pieni voti, nonostante le vicissitudini familiari, Mimì spiccherà il volo verso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, seguendo le orme della libera farfalla, protagonista della fiaba scritta da Ada.
Romanzo corale che inneggia alla sorellanza e alla solidarietà come substrato fondamentale per raggiungere l’indipendenza. I personaggi sono ben delineati, mettendo in evidenza la sensibilità dell’autrice verso le fragilità umane. «Quante bugie – pensa Mimì – raccontiamo a noi stessi e agli altri, pur di non voler ammettere un’incoerenza che è squisitamente umana e che ci riguarda tutti».

Il bianco e il nero, come afferma la stessa Francesca Giannone in un’intervista a Famiglia Cristiana, è riferito sia alla pellicola, sia alla realtà quotidiana delle donne in un’epoca per alcuni versi coloratissima (moda, musica, film), per altri buia, perché pervasa da una serie di leggi assurde: adulterio femminile punito con un anno di reclusione, matrimonio riparatore, delitto d’onore…. L’opera è, comunque, densa di luoghi comuni riferiti agli intramontabili e inesauribili anni Sessanta, di cui tanto è stato raccontato e “cinematografato”. C’è perfino una stazione radiofonica di successo, Radio Italia anni ‘60, che proclama di essere «non un semplice marchio, ma uno stile di vita, un’epoca che racchiude gli ultimi 60 anni di storia, costume, tradizioni e ovviamente musica!».
Anche le tradizioni sociali come le riunioni di parenti e amici nelle poche case dotate di televisore, in occasione del festival di Sanremo, la sartoria o il parrucchiere come luoghi di pettegolezzi e confidenze femminili sono state documentate in svariati film e documentari. Un’epoca, insomma, abbondantemente saccheggiata, ma evidentemente non stucchevole, come dimostra la narrazione di successo che circonda ”quei formidabili anni” (per dirla con Roberto Vecchioni e Mario Capanna)
Tuttavia, l’efficace intreccio delle storie e una prosa scorrevole e fluida rendono il libro coinvolgente e gradevole. Un canovaccio narrativo ideale per l’ennesima fiction televisiva.
Immagine di apertura: l’ultima versione cinematografica di Piccole Donne, sceneggiata e diretta da Greta Gerwig del 2019




