Milano 27 luglio 2026

«Candidi come colombe. Astuti come serpenti». Così Cesare Zavattini definisce gli artisti naïf in un frammento del documentario Naïf del mondo: Italia di Gianpaolo Tescari, nel 1975. Da grande appassionato, lo scrittore e sceneggiatore emiliano, istituì nel 1967 a Luzzara, in provincia di Reggio Emilia, il premio Nazionale dei Naïf che ha poi portato alla creazione del Museo Nazionale delle Arti Naïve. Un evento annuale per valorizzare quest’arte e per dare dignità artistica ai pittori autodidatti e contadini.

Rodolfo Macca, “Paesaggio con cigni”, Gualtieri (Reggio Emilia)

Per Zavattini «la loro ingenuità va intesa come indipendenza», la loro semplicità come una forma di sapienza. Li hanno definiti ingenui, sognatori, profeti del passato, primitivi. Secondo il critico d’arte Mario De Micheli il termine naïf viene dalla tradizione illuminista, caratterizzato da un pensiero e da una particolare visione al cui centro sta il mito del “buon selvaggio”. Naïf e Naïveté sono parole che si incontrano in Montesquieu, in Voltaire, in Diderot, in Rosseau. In tale senso naïf  vuol dire puro, spontaneo, non contaminato. Già in Arthur Rimbaud, nel 1873, è racchiusa la linea di uno svolgimento estetico che spinge artisti e poeti alla ricerca di un’autenticità non appannata dalle retoriche, dalle convenzioni di regole logore e invecchiate. Non elaborava anche Giovanni Pascoli a fine Ottocento la sua poetica del “fanciullino” polemizzando contro la nostra poesia mai “elementare e spontanea” e contro il bambino italico il quale “non ruzza che ben vestito e pettinato”?

Serafino Valla, “Il barcaiolo”, Casoni (Reggio Emilia)

La Francia, e Parigi in particolare, sono senz’altro il terreno dove la ricerca di una autenticità, oltre il conformismo dell’arte ufficiale, si verifica con più coerenza e con forte anticipo e proprio nel senso delle esperienze plastiche primitive, del disegno infantile e della scoperta degli artisti naïfs. Pensiamo alle prime avanguardie, di cui il primitivo, il selvaggio, l’arcaico, costituivano un motivo essenziale della rivolta contro l’arte ufficiale. È in tale clima che avviene la scoperta e valorizzazione del doganiere Henri Rousseau.

Negli anni Sessanta e Settanta l’arte naïve acquista visibilità. E mercato. È del 1966 l’inaugurazione a Bratislava della prima triennale dedicata ai naïfs , una delle più importanti manifestazioni del genere. Il fenomeno è tutt’altro che omogeneo. Come sottolinea Zavattini c’è una fitta presenza di pittura idilliaca quando «la natura è vista come luogo ideale di pace, di serenità – scrive l’intellettuale nella prefazione a I Naïfs italiani  – gli artisti non sono contadini ma impiegati, operai, casalinghe». La loro è una natura “approssimativa” che manca di “verità vegetale”. Se il pittore è un contadino non è portato all’idillio. «La sua natura è più ricca e vitale, l’insieme è meno vagheggiato e denso di umori terrestri… Siamo davanti a un realismo forte, elementare».

Enrico Benassi, Senza titolo, Casale di Mezzani (Parma)

Poi c’è la campagna popolata di streghe e diavoli «e da qui la trama di un particolare surrealismo rustico, grottesco». Arte spontanea, pura, dunque, ma gli autori non sono dilettanti che imitano gli artisti famosi. Sono autodidatti, diversi nello stile ma estremamente originali.

Candidi come colombe. Astuti come serpenti è il titolo della mostra che la galleria Maroncelli 12 ha da poco inaugurato a Milano (visitabile fino a metà settembre). Un omaggio alla storia per la galleria che ha fatto dell’ Outsider Art la sua bandiera. Infatti negli anni Sessanta e Settanta, pittura Naïve e Art Brut in Italia, si sovrappongono, perché il fenomeno dell’Arte irregolare non è ancora conosciuto nel nostro Paese. Tanto che autori come Ligabue e Pietro Ghizzardi, oggi artisti di punta dell’ Art Brut nazionale, vengono ai tempi considerati pittori Naïf.

Dino Menozzi, grande collezionista di Art Naïf,  all’inaugurazione della mostra alla galleria Maroncelli di Milano (fonte: Instagram)

Sono 28 gli artisti presentati per una quarantina di opere esposte, di formato piccolo, tanto caro ai Naïfs: tutte provenienti dalla collezione Dino Menozzi. Quadri come haiku, pensierini poetici visivi. A differenza di gran parte dell’Outsider, non è un’arte di disagio. È spontanea, pura. Gli artisti, autodidatti, hanno un mondo interiore da raccontare, alla ricerca di una felicità primitiva, di una realtà incontaminata. Sono diversi nello stile ma estremamente originali. Gran parte dei critici dell’epoca concordano su un punto: nel suo complesso l’arte Naïve ci sollecita al recupero della natura, quindi di noi stessi.

E per approfondire il fenomeno, in galleria, è possibile consultare diversi volumi e cataloghi dell’epoca. Tutto materiale raccolto e ordinato da Menozzi in una collezione di libri sul tema, rilevata in precedenza dalla galleria. Un omaggio, dunque, anche alla dedizione del collezionista (oggi novantatreenne) che guidato dalla sua forte passione per l’arte, nelle sue incursioni nella Bassa padana, ha fatto incetta di opere e di aneddoti. Un lavoro di ricerca minuzioso che unisce al desiderio e alla consapevolezza della necessità di farla conoscere, lo ha portato alla fondazione, nel 1974, della rivista trimestrale L’arte naïve, pubblicata fino al 2002.

Giuseppe Gagliano, Senza titolo, 1971

La collezione in mostra rappresenta una selezione dei più importanti artisti italiani dell’epoca. Si passa dalle composizioni oniriche di Enrico Benassi (Casale di Mezzani, 1902 – Parma, 1978), colorate e dinamiche all’impronta quasi surreale delle immagini di Mario Bortolami (Voltabarozzo, Padova, 1924 – 2001); le ardite descrizioni dei paesi arroccati sulle colline che fanno da sfondo al ricordo di feste e tradizioni popolari di Giuseppe Gagliano (Centuripe, Enna, 1897 – Catania, 1985) si confrontano con la delicata poesia agreste, resa con minuziosità di segno, di Rodolfo Macca (Gualtieri, 1936). E poi l’eleganza formale nel rappresentare paesaggi urbani di Lina Muzzi (Bologna, 1929 – np); le atmosfere di antichi castelli di Stanislao Ponzi, detto Nello (S. Maria del Piano, Parma, 1897 – 1984); la robusta ed essenziale, quasi aspra, raffigurazione della figura umana di Toni Roggeri (Pieve Modolena, Reggio Emilia, 1927 – 2003); e infine la particolarità nel delineare le persone sempre a capo chino di Serafino Valla (Luzzara, 1919 – Reggiolo, 2014): un modo per esprimere il peso delle vicissitudini patite ma anche umile sottomissione alla divinità.

Immagine di apertura: Lina Muzzi, Senza Titolo, Bologna

Antonia Jacchia
Nata a Cesena, laurea a Bologna in Economia e Commercio e poi poco più che ventenne a New York, la metropoli dove fare i conti con i propri sogni. E là, oltreoceano, ha frequentato gli ambienti dell’avanguardia artistica, imparato a fare la giornalista e poi è tornata, in Italia, a Milano. Per mettere in pratica. E a Milano ha mosso i primi passi da giornalista professionista fino a entrare a “Il Corriere della Sera” dove ha trascorso gran parte della sua carriera. E qui da professionista di arte e costume ha approfondito il giornalismo economico per avvicinare i lettori alle storie delle grandi imprese. Fino agli inizi del 2014 quando decide di dimettersi dal “Corriere” per intraprendere una nuova avventura. L’apertura di una galleria d’arte, uno spazio, l’unico in città, dove scoprire il lavoro di artisti autodidatti, visionari, che si formano e lavorano indipendentemente dai canoni del mondo dell’arte, delle Accademie e del mercato.

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