Milano 27 Luglio 2026

«I più grandi uomini della Sardegna sono due donne: Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda». La vena di un certo umorismo sardonico non ha atteso le celebrazioni del centenario dell’assegnazione del Premio Nobel della Letteratura per riconoscere “chi merita che cosa”. Da tempo gli isolani hanno messo nel proprio Olimpo storico-culturale i loro giganti: la celebre legislatrice e guerriera contro gli aragonesi del 14° secolo, figura centrale nella storia sarda, e la scrittrice nuorese.
Grazia Deledda: isolana, isolata, sperduta, dura più di una pietra nuragica, testarda, sarda. Autodidatta, 50 opere in 50 anni, giudicata “illetterata, una casalinga prestata alla Letteratura”. Eppure Premio Nobel, ma spesso dimenticato. Femminista ante-litteram, eppure sottovalutata. Una donna che non mise limiti alle donne, che si candidò con i radicali nel 1909 quando il voto femminile era di là da venire..

Il romanzo più celebre di Grazia Deledda “Canne al vento” pubblicato nel 1913 dall’editore Treves, qui una riedizione del 2024 per Feltrinelli

«Ho espresso a Grazia Deledda quella riconoscenza che un lettore deve manifestare nei suoi confronti – ha dichiarato il presidente Mattarella nello scorso febbraio in occasione dell’inaugurazione dell’Anno deleddiano per celebrare i 100 anni del massimo riconoscimento letterario mondiale attribuito a un’italiana – ; ho riletto l’estate scorsa due suoi libri, Il vecchio della Montagna e Canne al Vento. Ho ritrovato le medesime emozioni che avevo registrato da studente trovando conferma della perenne modernità dell’opera di Grazia Deledda». Una modernità spesso misconosciuta.
Già poco dopo la sua morte, nel 1936, un Comitato di nuoresi chiese «un’adesione di lire 15 per sfatare la fama di non averla apprezzata e per additare a posteri con un ricordo marmoreo, la modesta casa di fronte all’Ortobene, monte che lei amava e definiva l’anima nostra». Oggi in quella casa sorge il Museo deleddiano, che fa rivivere l’atmosfera dell’epoca e consente di conoscere l’animo semplice di una oscura ragazza barbaricina ossessionata dalla scrittura per realizzare «il suo solo grande sogno: illustrare un paese sconosciuto che amo, la mia Sardegna».

La casa natale di Grazia Deledda a Nuoro, ora museo

Così la Deledda scriveva, a 17 anni, all’editore milanese Emilio Treves, invocando aiuto perché, aggiungeva: «Nell’ambiente in cui vivo, lontano da ogni centro letterario, nessuno mi aiuta a salire. Ho bisogno di una guida, ma solo per qualche anno ancora. Lo sento e lo dico senza falsa modestia. Avrò tra poco vent’anni. A 30 voglio aver raggiunto il mio scopo radioso: creare da me sola una letteratura eterna».
In quell’ abitazione nasce, nel 1871, Grazia Deledda, da una famiglia benestante, piccolo-borghese (diremmo oggi), ma patriarcale, quarta di 7 fratelli, due maschi, 4 femmine, parte dei quali finiti male. «Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e anche una biblioteca», racconterà la scrittrice in una confessione-testamento registrata dal direttore dell’Istituto del sonoro nel 1933, quando lei già sapeva d’essere malata del tumore al seno che il 15 agosto del 1936, a soli 64 anni, la porterà alla tomba.

Grazia Deledda in una foto del 1910 circa, con il marito Palmiro Madesani e i figli, Sardus, nato nel 1900 e Francesco, del 1907 (fonte: Facebook)

I genitori, soprattutto il padre Giovanni Antonio, più che la mamma, Francesca Cambosu, decidono di mandarla a scuola fino alla quarta elementare, oltre non si poteva andare. Dopo, la piccola Grazia prosegue la sua formazione con un insegnante privato, che però riesce solo a suscitarle «noia e tedio». La famiglia licenzia il precettore e la piccola segue la sua strada da autodidatta. «Mi abbandonavo a quello che la mia mamma considerava il più grosso peccato: la continua lettura di libri non adatti alla mia età e alla mia educazione. Leggevo di nascosto, giorno e notte: in quella camera dove i topolini rosicchiavano le carte e le rondini facevano i primi esercizi di volo anche la mia anima si apriva da sola. Quando cominciai a scrivere, a 13 anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così».

Plinio Nomellini “Ritratto di Grazia Deledda”, 1914, olio su tela, collezione privata

Grazie Deledda però non viene lasciata in pace e non lascia in pace nessuno. Scrive a tutti i direttori dei giornali di riviste, spedisce lettere a raffica, anche venti al giorno. Per pagarsi i francobolli ruba l’olio dal magazzino di casa e lo vende ai vicini di nascosto. E a 17 anni riesce a far pubblicare il primo racconto, su una rivista che si chiama L’ultima moda. In quella rivista il 22 giugno 1890 comparirà anche un suo articolo pieno di ammirazione proprio per Eleonora d’Arborea.
Il primo racconto la entusiasma, ma dà inizio anche ai suoi… guai. Rompe infatti, con le convenzioni del borgo natio, di 6 mila pastori, agricoltori e fuorilegge, elevato da poco città (!) nella Cenerentola d’Italia (quale è considerata la Sardegna), con la luce elettrica appena arrivata e le prime fogne in costruzione. La stessa Deledda lascerà pagine di sconcertante crudezza della Nuoro in cui cresce: «gente che non mangiava, donne che non avevano vestiti, uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano moglie e fanciulle e le bestie perché non potevano percuotere il destino».

Il francobollo commemorativo emesso il 27 settembre del 2021 per ricordare i 150 anni dalla nascita della scrittrice

Il peggio avviene quando l’editore Perino di Roma, nel 1891, le spedisce 100 copie del primo romanzo. «Il grosso pacco – ricorderà – piombò in casa come un bolide sconquassatore. La mamma ne fu atterrita. La sera gli girò intorno con lo spavento di un cane che vede un animale sconosciuto. Le zie inacidite, le donne che non sapevano leggere ma consideravano i romanzi come libri proibiti, tutti si rivoltavano».
«Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruii una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani». Nella capitale, l’agognata “Gerusalemme artistica”, la giovane nuorese sbarca nel febbraio del 1900, col marito Palmiro Madesani. Lo ha conosciuto l’anno prima a Cagliari, dove l’ha accolta l’editrice della rivista Donna sarda. Palmiro è un funzionario statale, avvenente e intelligente, che apprezza subito il talento della donna, di cui diviene factotum, agente letterario, consigliere. Lascia il lavoro per lei, suscitando la stizzita invidia di Luigi Pirandello, che non capisce la modernità della coppia e non accetta l’assegnazione del Nobel. Il grande autore siciliano arriverà addirittura a scrivere un romanzo beffardo intitolato Suo marito.

Un’immagine della scrittrice degli anni Trenta poco prima della sua scomparsa

A Roma la Deledda è invece orgogliosa della propria arte, alimenta la sua ambizione di conoscenza e notorietà. È ospite ai tè della regina Margherita, che tanto apprezza i suoi romanzi. Eleonora Duse, nell’unica interpretazione cinematografica sceglie il romanzo deleddiano Cenere.
Eppure… Solo 4 anni fa l’università La Sapienza di Roma ha ritenuto doveroso abbinare il suo nome alle celebrazioni dell’8 marzo «perché ha saputo dimostrare una forza tale da superare i pregiudizi sociali, ha saputo imporsi in un mondo letterario allora riservato solo agli uomini ed è stata capace di essere madre e lavoratrice».
La Deledda era cosciente del suo valore e di quello che nella vita si era costruita. Lo ammette nella confessione testamento: «Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba, e il tramonto, il sorgere della luna nella immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo».

Immagine di apertura: Grazia Deledda negli anni della maturità

 

Costantino Muscau
Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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