Milano 27 Luglio 2026

Patio fronte mare. Una coppia di baby boomer (nati tra il ’45 e il 1964). «Che libro stai leggendo?» mi chiedono. «Una storia della Route 66». Alzano il dito come a scuola. All’unisono: «Ci siamo stati». E lui: «Io mi sono anche fatto tagliare i capelli».
Questo è il mito. Senza tempo né confini, che il giornalista e saggista Claudio Castellacci esperto degli Usa e collaboratore del Corriere della Sera, cerca di spiegare, raccontare, ricostruire nel suo Route 66 1926-2026 Cent’anni on the road, edito da Odoya.

La copertina del libro “Route 66 1926-2026 Cent’anni on the road” di Claudio Castellacci, edito da Odoya

Un lavoro che con la “scusa” della strada (e che strada) ci fa capire gli States, soprattutto la gente degli States, attraverso aneddoti, episodi, particolari, meglio di un libro di storia. «Il racconto di una strada che, per un secolo, ha tenuto insieme un Paese intero: otto Stati, migliaia di chilometri di asfalto, deserti e metropoli, diner e steak house, peperoncino e tacchino ripieno – scrive l’autore – . Una strada nata per ragioni concrete, collegare il Midwest al Pacifico (da Chicago, Illinois a Santa Monica, California, poco meno di 4000 chilometri) dare lavoro, muovere merci e persone e che nel tempo ha guadagnato qualcosa che non era previsto nei piani: la forza di un mito».

Un percorso che non nasce all’improvviso, ma ricalca i percorsi di cacciatori di pellicce, spedizioni militari, rotte di esploratori attraverso il deserto, che si adatta al territorio e al budget, si modifica nel tempo e segna il passaggio dalla mobilità ferroviaria a quella dell’automobile (grazie soprattutto al boom della Ford Model T): basta con orari rigidi, linee prestabilite e percorsi obbligati.

Mitiche pompe di benzina sulla Route 66 in Illinois (foto di Besanez)

Una nuova rivoluzione che porta sulla strada motel, (leggendarie) insegne al neon, pompe di benzina e officine improvvisate, diner e cameriere, benzinai e camionisti, venditori ambulanti e poliziotti e anche autostoppisti della prima ora: giovani disoccupati, studenti, ribelli che volevano attraversare gli USA senza avere i mezzi per farlo “dove ricchi e poveri si incontrano”. Una figura che non durò molto: già nel 1936 l’ACI d’America sconsigliava di raccogliere sconosciuti, la stampa popolare trasformò l’autostoppista in una minaccia rappresentata per la prima volta al cinema in The Hitch-Hiker, La belva dell’autostrada del 1953, diretto, cosa straordinaria per l’epoca, da una donna, Ida Lupino. Ma i trasferimenti non si fermarono e la “Madre di tutte le strade” divenne la rotta della grande migrazione dovuta alla Dust Bowl, la devastante serie di tempeste di sabbia che colpirono le Grandi Pianure tra il 1930 e il ’36.

Una tempesta di sabbia mentre si sta per abbattere su Stratford in Texas nel 1935 (foto di George Everett Marsh Jr.)

Mille storie, come quella dei discendenti dei coloni anglo-scozzesi che abitava le Ozark Mountains, comunità isolate e autosufficienti (nella povertà) che si ritrovarono catapultate al centro dell’attenzione: quei montanari degli Appalachi diventarono meno poveri, ma vennero trasformati in personaggi da fumetto. Mille storie raccontate da cartelli stradali, stazioni di servizio, poi diventate monumento nazionale (come la Provine Service Station di Hydro, Oklahoma, gestita per quasi sessant’anni da Lucille Hamons) e «una galassia di luci al neon sospese nel buio del deserto, insegne che trasformano la notte in spettacolo».

E il cinema si butta a capofitto: da Furore (film tratto dall’omonimo romanzo di Steinbeck del 1940) a Mulholland Drive, alla serie tv Route 66 (che tenne banco dal 1960 al ’64) a Easy Rider, al cartone Cars della Pixar. Nel libro ci sono tutti, come ci sono i capolavori della letteratura e la storia della segregazione razziale, mentre i diner e i motel diventano giorno dopo giorno luoghi dell’immaginario.

La Provine Service Station in Oklahoma, oggi monumento nazionale

«Angel Delgadillo ricorda con precisione il giorno in cui il suo mondo finì: il 22 settembre 1978. Quel mattino aprì il suo negozio da barbiere a Seligman, Arizona, come faceva da 1950. Attese i clienti. Non arrivò nessuno. La mattina dopo, la stessa cosa. E quella dopo ancora. Due miglia a sud della sua bottega sulla Route 66, l’Interstate 40 aveva aperto i battenti il giorno prima e il flusso di novemila automobili quotidiane che attraversava Seligman si era fermato di colpo, come se qualcuno avesse girato un interruttore» racconta Castellacci. Nel 1985 la Route 66 venne ufficialmente cancellata dalle mappe federali. Le insegne al neon si spensero, i diner chiusero. I motel si svuotarono. L’America aveva voltato pagina. L’autostrada aveva cancellato la strada. E cominciava a germogliare il mito “con la nostalgia di un’America che non esisteva più”. Dentro gli States e nel mondo, trasformando la strada “nell’icona americana più amata dagli stranieri”.

Un cartello in Arizona che segnala la storica Route 66 (foto di Fabio Pozzato)

Non è facile capire perché un luogo, una strada, un oggetto (come la Vespa, per esempio, che compie ottant’anni) diventano un mito. “La Route 66 ha condensato in modo visibile il rapporto tra mobilità, paesaggio e identità nazionale”. Una strada unica fatta di neon, diner, motel, ma anche di asfalto, commerci, strategie militari e segregazione razziale. Oggi una cattedrale sparpagliata di ricordi e rottami che vive una seconda giovinezza. Una strada che ha smesso di portare da qualche parte per diventare, essa stessa, la destinazione.

Il lavoro di Castellacci è integrato da tre saggi. Il primo di Anna Re incentrato sul “mito della wilderness” la natura selvaggia, che viene attraversata dalla 66 e si trasforma in “una visione sequenziale e cinematografica”. Il secondo di Patrizia Sanvitale (Deviazioni) approfondisce il rapporto tra la strada e chi la percorre alzando lo sguardo verso persone, personaggi, luoghi e avvenimenti che stanno un poco oltre la 66. Infine B. E. Hind la racconta dal punto di vista del cibo. Tre preziosi cammei.

Immagine di apertura: foto di Sue Lowe

Antonio Morra
Nato a Sesto San Giovanni (Milano) nel 1953, ha cominciato a fare il giornalista ad “Avvenire”, poi al “Giornale Nuovo” con Montanelli. Lavorando e studiando si è laureato in Lettere Moderne all'università Statale di Milano. Dal 1985 ha lavorato per 37 anni al “Corriere della Sera” nelle redazioni Cronache Italiane e Economia prima di diventare responsabile della Redazione Lombardia del Corriere. Ha successivamente svolto l’attività di segretario di Redazione. Ha insegnato a contratto all’Università di Bergamo “Teoria e tecniche del giornalismo” e attualmente coordina su Corriere.it il blog “Heavy Rider” che si occupa di motociclette, la sua grande passione. Svolge attività di volontariato con la collega del Corriere Lina Sotis nell’associazione milanese “Quartieri Tranquilli”.

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