Firenze 27 Luglio 2026

La copertina del libro “Restare giovani si può”, di Elio Musco e Franca Porciani, pubblicato nel 2016 dall’editore Giunti

Sono dieci anni che Dario Fo non è più fra noi – è mancato nell’ottobre del 2016 – e per ricordarlo mi piace riportare nella mia rubrica uno stralcio dell’intervista fatta a lui nel giugno di quell’anno per il libro scritto insieme a Franca Porciani, “Restare giovani si può”, che fu pubblicato dall’editore Giunti in settembre.

Giugno 2016

La casa in Porta Romana è piena di luce, di colori, di quadri. L’ultimo, in lavorazione, troneggia sul cavalletto di fronte all’entrata; accanto, un affastellarsi di boccette colorate. Il Maestro ha inaugurato da poco, il 13 maggio, una personale a Milano alla Miart Gallery di Brera, Razza di Zingaro, ispirata al suo omonimo libro, edito da Chiarelettere. La mostra ha avuto un successo tale da far chiudere le porte per contenere il pubblico, ma gli appassionati hanno acquistato i quadri in anteprima, sbirciandoli, addirittura, dalla vetrina. Dario Fo pittore apprezzato, ma anche, e soprattutto, drammaturgo, attore, scrittore (l’ultimo libro, Dario e Dio, scritto con Giuseppina Manin, pubblicato da Guanda, è stato per settimane ai primi posti delle vendite), illustratore, scenografo, attivista, Premio Nobel per la letteratura 1997. Dario Fo, sempre ironico e acuto, porta con grande disinvoltura i suoi novant’anni, tuttora pieni di progetti, di appuntamenti, di impegno civile. Vive circondato da affetti e da una serie di assistenti giovani. «Mai la solitudine – dice – da vecchi uccide»

Dario Fo e Franca Rame in età matura (fonte: Facebook)

Maestro, cos’è per lei oggi il palcoscenico?
«Non è cambiato nulla andando su con gli anni: è parte integrante della mia vita, come lo è sempre stato. Da qui a breve farò di nuovo Mistero Buffo (la famosa serie di monologhi, replicati migliaia di volte, andata in scena per la prima volta nel 1969, ndr), una selezione dello spettacolo dei “primordi”, a Padova, Milano, Roma. Poi altrove, vediamo».

I problemi sociali sono stati importanti nella sua vita, ma lei non è mai entrato in politica. Come mai?

«No, infatti: ho capito che il gioco si svolge a un livello troppo basso. Franca, dopo aver deciso di farlo (senatrice con l’Italia dei Valori dal 2006 al 2008, ndr) già dopo quattro mesi diceva: “Ho sbagliato tutto; le persone non stanno in Parlamento per fare gli interessi degli italiani, ma solo per aiutare se stesse». Ciononostante, è rimasta due anni e si è data molto da fare; ha combattuto una battaglia perché fosse riconosciuta la responsabilità dell’uranio impoverito sulla salute dei militari. Battaglia vinta: lo Stato ha dovuto risarcire. Bisogna anche chiedersi che cosa significa fare politica; credo che si faccia anche informando, svelando verità taciute, alterate, mascherate. È un dovere che sento molto; ce n’è bisogno perché noi siamo un popolo di ignoranti. E le informazioni utili non arrivano».

Lei è in qualche modo un privilegiato, si è costruito una vita piena di interessi. Ma la persona qualsiasi che arriva alla pensione, cosa può fare?
«Se il pensionato non trova un contrappunto a quello che era il suo lavoro, tale da farlo sentire vivo e partecipe, è morto. Io mi rendo conto che non devo perdere il ritmo, altrimenti sono finito: allora scrivo, dipingo, recito, mi preoccupo di problemi che non sono né il teatro né la scena, ma sociali. Franca era come me. L’importante è la continuità».

Che cosa pensa delle università della Terza Età?
«Ne penso bene. L’importante è non mollare; andare alla ricerca del sapere, aver voglia di conoscere. Arricchire se stessi: proprio nel momento in cui crolla tutto, il cervello è l’ultimo a perdersi. E poi è come un muscolo: se non lo solleciti, se non lo eserciti, si atrofizza».

Un’immagine giovanile di Dario Fo (fonte: archivio storico Barilla)

Uno dei problemi quando si è anziani è restare soli. Le ha avuto la grande perdita di Franca tre anni fa…. E oggi?
«Franca mi manca tanto, ma cerco di ricordarla anche riprendendo le cose che abbiamo fatto insieme. Rivivere una situazione che non c’è più serve. Poi non sono mai solo: vivo con gli altri. E ho tanti affetti, mio figlio Jacopo, i nipoti e bisnipoti: li vedo in continuazione perché alcuni lavorano con me, uno si occupa di testi, un altro delle riprese. Per un attore è importante l’impresa di famiglia. Poi mi piace il rapporto con i giovani; sono appena stato all’Accademia di Brera, l’aula era gremita, è gratificante. Il tema era questa mostra in corso a Milano, Razza di Zingaro dedicata a un grande pugile, Johann Trollman che durante il Nazismo, negli anni Trenta, divenne il campione dei pesi medi della Germania. Ma era un sinti, uno zingaro, un diverso. Gli tolsero il titolo e finì in campo di concentramento. Nel 2003, dopo sessant’anni di indifferenza, la federazione dei pugili professionistici tedeschi ha restituito agli eredi la sua cintura da campione».

Come vede i giovani nel loro rapporto con l’arte, con il teatro?
«Noi alla libera università di Alcatraz (creata in Umbria dal figlio Jacopo, ndr) facciamo scuola di teatro e recitazione da oltre vent’anni. Anche l’ultimo corso è andato benissimo: i ragazzi erano metà italiani e metà stranieri, appassionati, bravi. Io di giovani talenti ne vedo, ma poi è tutto il resto che manca; lo Stato se ne frega della cultura».

Un’ultima domanda: quando ha vinto il Nobel se lo aspettava?
«Sì, perché ero stato già candidato nel 1975, ma c’era stata una fuga di notizie che aveva bloccato tutto. È stata una soddisfazione enorme, però io e Franca abbiamo subito detto: non montiamoci la testa. Abbiamo fatto bene: tanti che hanno vinto il Nobel dopo non hanno concluso più niente anche perché il premio è una somma cospicua, ti puoi mettere a riposo. Mi sembra non sia il mio caso; tra l’altro, ho devoluto tutto a opere e iniziative utili».

Immagine di apertura: fonte: Premio Rotondi

Elio Musco
Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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