Padova 23 Ottobre 2020

«Van Gogh non era pazzo». L’affermazione decisa, per quanto scientificamente indimostrabile e a fronte di un’esistenza difficile e complessa, si riferisce al cammino dell’anima e all’etica dell’artista, ed è dello storico dell’arte trevigiano Marco Goldin, curatore di Van Gogh. I colori della vita, mostra prodotta da Linea d’ombra e allestita a Padova, nel Centro San Gaetano, fino all’11 aprile 2021.

Vincent Van Gogh, “Natura morta con fiori di campo e rose”, 1886-1887 olio su tela, cm 100 x 80 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi, foto di Rik Klein Gotink, Harderwijk

Si può pensare che sia un modo di chiudere una discussione lunga molto più di un secolo. Non tantissimi anni fa Giulio Carlo Argan scriveva: «Con Van Gogh comincia il dramma dell’artista che si sente escluso da una società che non utilizza il suo lavoro, e ne fa un disadattato, candidato alla follia e al suicidio». In realtà, come già faceva Argan, anche Goldin lancia una provocazione dalle solide basi e lo fa con un percorso espositivo che intreccia vita e arte di Van Gogh (con la presenza di alcuni suoi contemporanei), ma anche aprendo uno squarcio sulla sua esistenza tormentata, ricca di storie e di conoscenza. L’artista (Zundert, Olanda 1853 – Auvers-sur-Oise, Francia 1890) è visto come il pittore-eroe: «Colui che ha un compito, una missione da compiere e a essa tutto sacrifica».

Vincent Van Gogh, “Il pittore sulla strada per Tarascona” 1888 olio su tela, com 48×44, opera conservata nel Kaiser Friedric Museum di Magdeburgo, distrutta dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale

Per questo, la mostra parte da Francis Bacon che per una serie di grandi tele del 1957 (a Padova se ne vedono tre) si era ispirato a un piccolo dipinto di Van Gogh che non c’è più (distrutto da un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale) e che, come noi adesso, aveva ammirato solo in fotografia. Secondo Goldin, è stato Bacon a vedere Van Gogh come il pittore-eroe, «colui che ha un ma compito, una missione da compiere e a essa tutto sacrifica». Un Ulisse, potremmo aggiungere, che affronta i pericoli della conoscenza più autentica (vicina alla natura e alle persone “semplici”, dai contadini ai minatori), o un Don Chisciotte destinato alla sconfitta in vita e all’immortalità fra i posteri, ma più concreto del personaggio di Cervantes nel lasciare traccia viva, attraverso i suoi colori, visionari eppur reali. Van Gogh aveva intitolato la tela scomparsa Il pittore sulla strada di Tarascona, raccontandosi (era il 1888) in cammino sotto il sole per andare a dipingere fra i campi di grano, nei pressi di Arles.

Vincent Van Gogh, “La vecchia torre a Nuenen”, 1884 olio su tela, cm 36 x 44,3 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi; foto di Rik Klein Gotink, Harderwijk

Ed è da qui che parte il racconto minuzioso (la mostra ha sette sezioni) delle avventure umane e artistiche di Van Gogh, con la presenza di 82 opere, fra dipinti e disegni: un pittore «febbricitante sempre, e allarmato nel suo incontro con il destino». Lui, dopo un primo periodo di vita normale, addirittura con un impiego, l’esperienza fra i minatori di Marcasse, vari ritorni in famiglia (il padre era un pastore protestante), le difficoltà iniziali nel disegno e il crescente interesse per il lavoro di tessitori e contadini, arrivò a Parigi nel 1886. Da quel momento rinasce come pittore, si sente sempre più investito di una missione artistica e umana e ha la coscienza del suo valore innovativo, che supera l’impressionismo ed è destinato a essere capito solo quando lui non ci sarà più.

Vincent Van Gogh, “Paesaggio con covoni e luna nascente”, 1889, olio su tela, cm 72 x 91,3 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi; foto di Rik Klein Gotink, Harderwijk

Torniamo un attimo all’Argan di ieri che ci fa comprendere meglio il Goldin di oggi: «…Ha capito che l’arte non deve essere uno strumento, ma un agente della trasformazione della società e, più a monte, dell’esperienza che l’uomo fa del mondo. Nel generale attivismo, l’arte deve inserirsi come una forza attiva, ma di segno contrario: lampante scoperta delle verità contro la crescente tendenza all’alienazione e alla mistificazione». Ecco allora che la frase: «Van Gogh non era pazzo» è insieme una conclusione e un inizio. E Goldin aggiunge: «Ha camminato danzando sulla vita, come sul filo mai interrotto di un vulcano». Immaginate il tormento di un artista che ha la piena coscienza di sé e sa di non essere coevo al periodo storico che può capire la sua grandezza.

Vincent Van Gogh, “Il seminatore”, 1888 olio su tela, cm 64,2 x 80,3 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi; foto di Rik Klein Gotink, Harderwijk

La mostra spinge il visitatore sempre più dentro quel vulcano, per il pittore talmente infuocato da averne determinato la difficoltà di vivere fino al suicidio. Un carattere angosciato che lo aveva portato a scontrarsi con l’amico Gauguin (fino all’episodio dell’autolesionismo all’orecchio), a chiudersi volontariamente in manicomio e ad avere alti e bassi perfino con il fratello-mecenate Teo. Tutto testimoniato dalle sue tantissime lettere, alla base di un libro dello stesso Goldin, in uscita in concomitanza con la mostra, Van Gogh. L’autobiografia mai scritta (La nave di Teseo).

Vincent Van Gogh, “Autoritratto con cappello di feltro grigio”, 1887, olio su tela, cm 44,5 x 37.2 Van Gogh Museum (Vincent van Gogh Foundation), Amsterdam

I capolavori esposti, grazie alla collaborazione dei musei Kröller-Müller e Van Gogh, si susseguono: tra gli altri, Il seminatore, Mietitori, Paesaggio a Saint-Rémy e il mirabile e spettacolare Paesaggio con covoni e luna nascente, dove la Luna, infuocata alla maniera del Sole, s’inserisce in un uso di colori incandescenti e pennellate larghe, esemplari per capire la tecnica dell’artista. Eppure è il famoso Autoritratto con cappello di feltro grigio (1887) a lasciare inchiodati: lo sguardo di Van Gogh è penetrante, l’atteggiamento è risoluto, un volto che ci richiama alla dedizione assoluta a ogni propria personale causa.

 

Immagine di apertura: Vincent Van Gogh, Alberi da frutto tra i cipressi, 1888, olio su tela, cm 64,9 x 81,2 © 2020 Collection Kröller-Müller Museum, Otterlo, Paesi Bassi; foto di Rik Klein Gotink, Harderwijk

Vincenzo Bonaventura
Messinese, laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1973. La sua carriera si è svolta tra Milano e Messina: ha lavorato per il quotidiano “Gazzetta del Sud” (Responsabile del settore Cultura e Spettacoli), poi per il settimanale “OndaTivù” (Caporedattore), del gruppo Giorno-Nazione-Carlino. Ha collaborato a lungo con diverse testate nazionali, fra cui le riviste Rizzoli “Anna”, “Novella 2000” e “Salve”. Dal 1978 si occupa di critica teatrale e dal 2004 di critica d’arte. Dal 2004 al 2008 è stato docente a contratto di Storia della Televisione all’Università di Messina, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea specialistica in Scienze dell’Informazione giornalistica. Tra i suoi libri, “Giovanni Paolo II. 1978-2003”, Camuzzi Editoriale (2003), “La Sicilia al tempo del Grand Tour”, GBM Edizioni (2009), “Teatranti” (2013) e “Scrissi d’Arte” (2018), entrambi con Pungitopo. Per i ragazzi ha scritto "Annibale" (1996), la riduzione di "Nostromo" di Conrad (1998) e "Hercules” (2000), pubblicati da La Spiga.

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