Firenze 26 Luglio 2021
Il linguaggio che si serve della parola è il mezzo più importante di comunicazione tra due o più persone, ma non è il solo. C’è anche quello del corpo che esprime pensieri, intenzioni o sentimenti mediante gesti, espressioni del viso, movimenti degli occhi. La posizione stessa del corpo nello spazio, nei suoi vari atteggiamenti, è un forma di linguaggio. Molti aspetti della comunicazione non verbale sono istintivi, quindi al di fuori del nostro controllo cosciente e possono rivelare intenzioni non dette come avviene, ad esempio, nell’interesse verso una persona all’inizio dell’innamoramento.
Anche le espressioni del viso sono parte importante del linguaggio corporeo: sono estensioni delle emozioni che ci permettono di comunicare i nostri sentimenti agli altri e di intuirne pensieri e stati d’animo. Interessante sottolineare l’importanza della congruenza tra linguaggio verbale e non verbale: pensare in modo opposto rispetto a quello che diciamo, può creare insicurezza nel destinatario del messaggio. La funzione del linguaggio del corpo, infatti, è anche quella di rinforzo di quanto diciamo, ma non sempre questo accade. Spesso i nostri gesti, le nostre espressioni, i nostri sguardi, “tradiscono” sentimenti non espressi a parole; ad esempio, ostilità verso una persona, nonostante che ci rivolgiamo a lei con cortesia.

Il linguaggio del corpo è sostanzialmente inconscio, anche se abbiamo un notevole controllo sui gesti che sono movimenti usati per trasmettere un significato che non è uguale in tutto il mondo, ma specifico di una cultura. Secondo alcuni scienziati, gesti sempre più complessi si sono evoluti come precursori della parola, che ora definisce la nostra specie. In sostanza, la comunicazione non verbale avrebbe preceduto quella verbale. Si è studiato molto sul linguaggio del corpo, scoprendo che la sua elaborazione nel cervello coinvolge diverse strutture cerebrali: l’amigdala, che gestisce le informazioni emotive, soprattutto la paura, e la corteccia orbitofrontale da cui dipende la capacità di prestare attenzione, di iniziativa, di approfondimento del pensiero e il controllo di alcuni aspetti della personalità.
Avere trattato dell’importanza del linguaggio del corpo come modalità di comunicazione immediata di emozioni, quindi di paure, di insicurezze, ci aiuta comprendere l’origine di alcuni stereotipi sugli anziani e, quindi, a metterli in discussione e a contrastarli. Iniziamo dalla postura, che è la posizione che l’individuo mantiene nello spazio ed è un attributo caratteristico dell’individuo. La postura, con il trascorrere del tempo si modifica fino al punto da permettere, alla semplice osservazione, una lettura immediata dell’età perché risente delle abitudini di vita, soprattutto della sedentarietà che porta ad un indebolimento della muscolatura dorsale non più in grado di contrastare la gravità, con la conseguenza di curvarsi in avanti. Il vecchio è “gobbo”, quindi instabile per definizione e a rischio di cadute.

Mantenere una postura corretta attraverso il tempo, è un messaggio non verbale molto convincente che l’anziano può dare a favore della propria categoria. Lo stesso si può dire della motilità oculare che tende a ridursi, compromettendo la vivacità dello sguardo tipica dei soggetti più giovani. Una minore attenzione nell’osservazione degli oggetti e del mondo esterno, che presumiamo di conoscere, porta alla fugacità e alla rigidità dello sguardo. È un altro messaggio non verbale che possiamo impegnarci a modificare osservando gli oggetti nei dettagli, spostando rapidamente gli occhi da un oggetto all’altro. Così facendo, riusciremo a contrastare un altro stereotipo, lo sguardo spento della maggior parte dei vecchi. Mimica e gestualità, messaggi estremamente influenti nella comunicazione non verbale, risentono di una cultura che propone agli anziani un modello di comportamento “più conforme” alla loro età. Quindi, una certa compostezza viene suggerita come più adeguata. Interessante notare come comportamenti e modalità espressive, quando non siano determinati dalla presenza di particolari patologie (ad esempio, la malattia di Parkinson, la cui rigidità muscolare riduce la capacità espressiva), sono influenzati dalla cultura e dall’educazione. Anche la voce, come l’eloquio, hanno aspetti che riguardano la comunicazione non verbale in senso stretto. In tarda età è frequente la riduzione della musicalità del linguaggio con il risultato di un parlare monotono che rischia di mantenere meno l’attenzione dell’interlocutore. Parlare richiede energia e la trasmette a chi ascolta.
Perciò, vivere a lungo, entrare nella categoria degli anziani è un impegno e una sfida anche ad abbattere preconcetti e stereotipi sull’età. Potremmo suggerire: «Tirati su, guarda chi ti sta davanti, respira profondamente, usa la voce con energia e tutto il tuo corpo per esprimerti».
Immagine di apertura: foto di John Hain




